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  • domenica 7 dicembre 2014

Il ritorno dei dittatori

Un lungo articolo sul Wall Street Journal cerca di capire cosa sta andando storto in Africa, dove sembra che la democrazia abbia smesso di diffondersi

Secondo l’organizzazione Freedom House, nel 1990 nell’Africa sub-sahariana esistevano soltanto 3 stati democratici. Quattro anni dopo, nel 1994, erano diventati 18. Nei vent’anni successivi la democrazia ha smesso di diffondersi e oggi gli stati democratici sono 19, uno solo di più rispetto al 1994. Non solo: ci sono segni che diversi regimi, invece che riformarsi verso maggiore libertà e apertura, stanno ritornando all’autoritarismo. Drew Hinshaw e Patrick McGroarty, due giornalisti del Wall Strett Jorunal esperti di Africa, hanno scritto un lungo articolo per cercare di spiegare cosa non sta funzionando in Africa.

Il rinascimento africano
Alla fine della Seconda guerra mondiale il grande movimento della decolonizzazione permise di ottenere l’indipendenza a tutti gli stati africani che fino al 1945 avevano fatto parte, a vario titolo, agli imperi coloniali europei. Soltanto in pochissimi casi l’indipendenza portò con sé anche la democrazia e lo stato diritto. Sono eccezioni che si contano sulle dita di una mano. Il Senegal, ad esempio, dalla sua indipendenza nel 1960 è sempre riuscito a tenere regolari elezioni che si possono definire per lo più democratiche. Il Botswana ha una tradizione democratica addirittura precedente all’indipendenza, mentre il Sudafrica è stato per anni una democrazia soltanto per i suoi cittadini bianchi.

Per quasi tutto il resto del continente l’indipendenza significò sostanzialmente passare dalla dominazione europea a quella di dittatori e signori della guerra locali i cui regimi erano spesso interrotti da rivolte e colpi di stato (60 in tutto il continente tra il 1960 e il 1990). Era una situazione che non disturbava più di tanto la comunità internazionale. All’epoca le due superpotenze mondiali, Stati Uniti e Unione Sovietica, avevano nei loro piani di prestare aiuto ai paesi africani sotto forma di finanziamenti e assistenza militare. Gli aiuti erano diretti ai dittatori o ai gruppi ribelli, a seconda dei casi, ma l’intento era sempre lo stesso: portarli dalla propria parte (anche quando questo significava appoggiare personaggi grotteschi, come il dittatore ugandese Idi Amin).

Le cose cominciarono a cambiare con la caduta dell’Unione Sovietica. Improvvisamente i fondi dal governo russo cessarono di arrivare, mandando in bancarotta diversi regimi filo-sovietici. Allo stesso tempo gli Stati Uniti persero interesse a finanziare regimi alleati ma profondamente corrotti. In quegli anni si diffuse la speranza che la fine della Guerra fredda avrebbe potuto portare a una rinascita democratica del continente. I paesi africani avrebbero potuto aprirsi alle elezioni democratiche per ricevere gli aiuti occidentali. L’apertura avrebbe creato un clima favorevole agli investimenti delle grandi imprese, che avrebbero a loro volta portato ricchezza, la nascita di una classe media e la richiesta di nuove aperture democratiche in una sorta di circolo virtuoso.

Com’è andata
Inizialmente le cose sembrarono andare nella direzione sperata. In quattro anni, tra il 1990 e il 1994, i paesi democratici aumentarono di sei volte. Ma il circolo virtuoso non si innescò nel modo in cui avevano creduto gli scienziati politici. Hinshaw e McGroarty hanno scritto che gli investimenti privati occidentali arrivarono molto più rapidamente delle riforme democratiche. Oggi grandi aziende come Wal-Mart e General Electric si stanno espandendo in stati che non hanno mai conosciuto un’elezione democratica. Ma non sono solo le aziende occidentali ad aver investito in Africa senza andare molto per il sottile.

Negli ultimi dieci anni la Cina ha investito miliardi di dollari in tutta l’Africa. Società cinesi, in genere, costruiscono infrastrutture di ogni tipo e in cambio ricevono la possibilità di sfruttare le risorse naturali di cui il continente è ricco. Attualmente la Cina è il principale partner commerciale dell’Africa: i suoi investimenti, come gli aiuti occidentali ai tempi della Guerra fredda, non fanno distinzioni tra democrazie e dittature. Il risultato è che negli ultimi vent’anni pochi regimi africani sono stati “costretti” ad aprirsi alla democrazia e in alcuni stati gli attuali funzionari al governo hanno cominciato a pensare di rivedere in senso autoritario il proprio potere (in Ruanda, come in diversi altri paesi, il presidente in carica sta cercando di modificare la Costituzione per eliminare i limiti ai numeri di mandati).

Il problema con i militari
I prestiti e gli aiuti europei e americani sono quasi sempre concessi in cambio di una maggiore apertura alla democrazia. Nel caso degli Stati Uniti, però, con un’importante eccezione. Dall’11 settembre 2001 diversi governi africani hanno iniziato a ricevere aiuti militari – per lo più sotto forma di finanziamenti per l’addestramento dei propri eserciti – in maniera del tutto indipendente dal loro livello di democrazia interna, con l’obiettivo di combattere il fondamentalismo islamico in Africa. Secondo Hinshaw e McGroarty, soltanto nel 2013 gli Stati Uniti hanno speso circa 100 milioni di dollari per addestrare 52 mila militari in tutta l’Africa.

Gli aiuti americani si sommano al fatto che gli eserciti africani ricevono quasi ovunque una larga fetta del budget nazionale. In quasi tutti i paesi dell’Africa l’istituzione più efficiente e meglio finanziata è proprio l’esercito: si tratta di un problema grosso, anche solo per il fatto che i militari possono decidere di gestire a proprio piacimento la sorte politica dei rispettivi paesi. In Liberia, ad esempio, il governo ha chiesto ai militari un aiuto per gestire l’epidemia di ebola. Come risultato, interi quartieri sono stati messi in quarantena, ci sono state proteste di piazza e a scontri con la popolazione che hanno causato morti e feriti e che hanno spinto le famiglie a nascondere i proprio parenti malati contribuendo alla diffusione dell’epidemia (l’esercito liberiano è stato finanziato dagli Stati Uniti, che però hanno dedicato ben poca attenzione al sistema sanitario del paese, almeno fino alla diffusione dell’epidemia). In più di un’occasione l’intervento dell’esercito negli affari politici di un paese ha portato alla sostituzione di un dittatore con un altro dittatore. È quello che è accaduto lo scorso novembre in Burkina Faso, dove l’esercito ha cacciato il presidente al governo da 27 anni con il risultato di far andare al potere un governo militare.

Come se ne esce?
Al momento parecchi autocrati africani sembravano avere buone carte in mano. L’economia del continente sta crescendo rapidamente, anche grazie agli investimenti cinesi e alle esportazioni di materie prime. Il grosso flusso di valuta estera aiuta a pagare gli eserciti e a mantenere i leader al potere, senza bisogno di tenere elezioni regolari e senza dover chiedere prestiti a Stati Uniti e Unione Europea. La Cina offre inoltre una sorta di modello da seguire alternativo alle democrazie occidentali: un’autocrazia aperta al libero mercato in cui il consenso dei cittadini viene assicurato tramite una costante crescita economica che migliora il benessere di vaste fasce della popolazione.

Ci sono però anche parecchi problemi. L’Africa è un continente molto giovane, molto povero e con un’altissima disoccupazione – tre fattori che tendono ad essere molto destabilizzanti per qualunque tipo di regime. Il calo progressivo del prezzo del petrolio potrebbe destabilizzare alcune delle dittature più dure – come quella che governa in Angola – che si sono consolidate proprio grazie ai proventi delle esportazioni di risorse naturali. Inoltre, il rallentamento della crescita dell’economia della Cina comporterà nei prossimi anni una diminuzione degli investimenti cinesi in Africa. Secondo alcuni scienziati politici, scrivono Hinshaw e McGroarty, l’insieme di queste situazione potrebbe dare una «seconda possibilità» alla democrazia africana, costringendo i regimi più chiusi ad aprirsi in cambio di prestiti provenienti da Europa e Stati Uniti.

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