• Cultura
  • martedì 11 novembre 2014

La morte di Arafat, 10 anni fa

A distanza di tanto tempo se ne parla ancora: non si è trovata ancora una risposta condivisa sulle sue cause, su come avvenne e sulle indagini per scoprirlo

L’11 novembre di dieci anni fa morì Yasser Arafat, storico leader palestinese, premio Nobel per la Pace e presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Per alcuni è stato un eroe nazionale, per altri un complice degli atti di terrorismo contro gli israeliani e per altri ancora una figura fondamentale per il processo di pace in Medio Oriente. Al di là del diverso giudizio politico nei suoi confronti, c’è un fatto nella sua storia e nella sua biografia che non è ancora stato chiarito: le circostanze della sua morte (oltre a quelle, in realtà, della sua nascita).

La morte
L’11 novembre del 2004 Arafat morì in Francia: aveva 75 anni. Da anni non era in buona salute, ma cominciò ad accusare sintomi più gravi mentre si trovava nel complesso presidenziale di Muqataa a Ramallah, in Cisgiordania. Le forze di sicurezza israeliane lo tenevano isolato da tre giorni, accusandolo di avere appoggiato una serie di attacchi terroristici da parte di militanti palestinesi. Arafat fu visitato da medici palestinesi, egiziani, giordani e tunisini e fu trattato per un’influenza e una trombocitopenia (il numero delle piastrine del suo sangue era inferiore alla media). Fino al 27 ottobre non assunse antibiotici. Due giorni dopo fu trasportato con un elicottero in Giordania, e poi con un aereo privato fornito dall’allora presidente francese Jacques Chirac all’ospedale militare Percy a Clamart, fuori Parigi. In Francia gli fu diagnosticata una grave patologia al sangue. I medici non furono in grado di curarla: Arafat entrò in coma il 3 novembre e morì l’11 novembre. Fu sepolto a Ramallah.

A partire dai giorni successivi molti funzionari palestinesi accusarono Israele di avere avvelenato Arafat, un’ipotesi più volte negata dagli israeliani. In realtà, dopo diversi ed estesi esami, i medici francesi non riuscirono a scoprire le cause della morte. Le biopsie e le altre analisi mediche effettuate non mostrarono segni di alcun agente infetto, o di cancro, o di droghe particolari: i test effettuati in un laboratorio di Tunisi su campioni di sangue, feci, urine e midollo osseo furono anch’essi negativi.

Le inchieste
Nel luglio del 2012 un documentario-inchiesta di Al Jazeera riaprì la questione suggerendo – dopo nove mesi di indagini – che in base a quanto concluso dagli scienziati dell’Institute of Radiation Physics dell’Università di Losanna, erano state trovate tracce “significative” di materiale tossico altamente radioattivo su alcuni effetti personali di Arafat, che erano stati consegnati loro dalla vedova Suha Arafat. Per confermare l’ipotesi della morte per avvelenamento sarebbe però stato necessario riesumare il cadavere di Arafat.

Suha Arafat chiese dunque all’Autorità Palestinese di autorizzare la riesumazione del cadavere del marito e intentò una causa civile in un tribunale di Nanterre, in Francia, per chiarire le circostanze della morte. L’Autorità Palestinese concesse il permesso agli scienziati svizzeri per la riesumazione e le autorità francesi avviarono un’indagine per omicidio nell’agosto 2012. Dal corpo furono prelevati alcuni campioni da esperti svizzeri, francesi e russi. Gli svizzeri conclusero che sì, fu trovato polonio ad alti livelli, ma che la mancanza di campioni biologici adeguati, le ridotte dimensioni dei campioni stessi e il lungo periodo di tempo intercorso tra la morte di Arafat e le indagini contribuirono a rendere incerti i risultati. Per questo nel rapporto si concluse che “all’83 per cento” delle possibilità Arafat fu avvelenato. Gli scienziati francesi invece, pur avendo trovato tracce di polonio nei campioni esaminati (gli stessi campioni esaminati), non li ritennero la causa della morte. E l’inchiesta russa concluse che Arafat era morto per cause naturali.

Dopo la sua morte
Sono in molti a chiedersi se la morte di Arafat (supponendo dunque che non sia avvenuta per cause naturali) abbia cambiato la storia del conflitto tra Israele e Palestina. Non è semplice (né possibile) rispondere a questa domanda. Certamente lo Stato indipendente per il quale Arafat lottò una vita è ancora un progetto da realizzare (nonostante il riconoscimento formale da parte di molti paesi sia aumentato). E certamente, si è incrinata la fiducia nella cosiddetta “soluzione dei due Stati” che fino a ora è stata invece alla base di tutte le trattative di pace, che è ancora la posizione ufficiale di entrambe le parti oltre che di tutti i negoziatori che si sono succeduti nel tempo, ma che in molti non considerano ormai più realizzabile. L’altra cosa certa è che la figura e l’autoità di Arafat, negli ultimi anni della sua vita, erano già messe in discussione da più parti e poco riconosciute.

Yasser Arafat, dall’inizio
La data ed il luogo della nascita di Yasser Arafat sono controversi. La maggior parte delle fonti afferma che nacque al Cairo, in Egitto, il 24 agosto del 1929. Altri sostengono che invece fosse nato a Gerusalemme il 4 agosto sempre del 1929. I primi anni di vita li trascorse comunque al Cairo studiando e laureandosi in ingegneria civile. Fu tra i fondatori di Fatah, la principale organizzazione della resistenza armata palestinese che si poneva l’obiettivo di uno Stato indipendente, e al Congresso Nazionale Palestinese che si svolse al Cairo il 3 febbraio 1969, divenne leader dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. La sua storia di quegli anni (gli anni Settanta) si intreccia con quella della Giordania e del cosiddetto “settembre nero“, con quella del Libano e dei massacri di Sabra e Shatila e, naturalmente, con quella di Israele.

Arafat svolse un’importante attività a sostegno della causa palestinese e del suo riconoscimento internazionale, impegnandosi per una soluzione diplomatica del conflitto soprattutto dal novembre del 1988, dopo cioè la proclamazione dello stato di Palestina del quale fu eletto presidente. Il 13 settembre 1993, nel cortile della Casa Bianca, Ytzhak Rabin, primo ministro israeliano, e Yasser Arafat firmarono quelli che passarono alla storia come gli accordi di Oslo. Era la prima volta che i due paesi si riconoscevano come legittimi interlocutori, era la prima volta che i due leader si stringevano la mano in pubblico ed era la prima volta che gli israeliani riconoscevano nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina l’interlocutore ufficiale che parlava per il popolo palestinese. Per quegli accordi Arafat ricevette insieme a Rabin e a Shimon Peres, all’epoca ministro degli Esteri di Rabin e che gli sarebbe poi succeduto come primo ministro, il premio Nobel per la Pace (ottobre 1994).

La crisi degli accordi
Nel 1995 Rabin e Arafat firmarono un’altra serie di accordi, Oslo II, che garantivano all’OLP il governo di numerose città e villaggi a Gaza e nella Cisgiordania, ma lo scetticismo per una soluzione stava già crescendo da entrambe le parti. Arafat e l’OLP non avevano il controllo su tutti i gruppi militari che combattevano per la liberazione della Palestina (Hamas e la Jihad Islamica, due gruppi di matrice religiosa, si schierarono contro gli accordi), aumentarono gli attacchi contro Israele, alcuni israeliani criticarono Arafat perché non era in grado di garantire gli accordi di pace, altri accusarono l’OLP di essere complice dei gruppi che continuavano la lotta armata. Nel 1995 la situazione precipitò definitivamente: Rabin fu ucciso da un fanatico religioso ebreo e nel 1996 il partito di destra Likud, ostile agli accordi, vinse le elezioni.

Quella che solitamente viene considerata come la fine degli accordi di Oslo, è l’incontro di Camp David, nel luglio del 2000. Il mediatore fu nuovamente Bill Clinton, ma i negoziati fallirono e pochi mesi dopo scoppiò la cosiddetta Seconda Intifada, una serie di scontri molto duri tra palestinesi e israeliani che sarebbe terminata soltanto nel 2005. Per Arafat (che durante la sua vita riuscì a sopravvivere ad attacchi terroristici, bombardamenti e anche a uno schianto aereo) questo significò una graduale estromissione dal futuro processo di pace. La sua esautorazione avvenne nel 2003 quando Abu Mazen venne nominato primo ministro palestinese, proprio per tentare di proporre una figura più credibile e riconosciuta per i negoziati.

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