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  • mercoledì 15 Ottobre 2014

La bufala del bambino volato via in mongolfiera

Cinque anni fa una storia assurda fu raccontata per ore dai media di mezzo mondo: ed era una balla, esemplare dei problemi del giornalismo "strano ma vero"

Il 15 ottobre di cinque anni fa uscì sui media di tutto il mondo una storia che rimane ancora oggi esemplare dei rischi di inaffidabilità delle notizie che vengono date negli ultimi tempi: la bufala del bambino nella mongolfiera.

Una newsletter sul dannato futuro dei giornali

Richard e Mayumi Heene, di Fort Collins in Colorado, Stati Uniti, costruirono una mongolfiera fatta in casa e decisero di provare a farla volare la mattina del 15 ottobre 2009. Dopo averla riempita di elio, lasciarono andare la corda e la mongolfiera si alzò in volo. Dopo qualche secondo uno dei tre figli della coppia disse ai genitori di aver visto entrare, nella cesta attaccata al pallone aerostatico, Falcon, il fratellino di sei anni. Poiché il bambino effettivamente non si trovava, Richard e Mayumi decisero di chiamare KUSA TV, un canale locale affiliato alla NBC, per chiedere di mandare un elicottero a seguire la mongolfiera; poi, alle 11.29 di mattina, chiamarono il 911.

Vennero mandati alcuni elicotteri a seguire la mongolfiera, che proseguì il suo volo per 97 chilometri, e atterrò due ore dopo, alle 13.35 intorno a Keenesburg, vicino all’aeroporto internazionale di Denver che fu temporaneamente chiuso. Quando però Falcon non fu trovato all’interno della cesta i poliziotti si preoccuparono che fosse caduto durante il volo della mongolfiera: vennero quindi iniziate le ricerche nella zona sorvolata dal pallone aerostatico, per trovare il bambino. Un vicesceriffo raccontò di aver visto qualcosa cadere dalla mongolfiera vicino a Platteville, in Colorado, e una fotografia della mongolfiera in volo mostrò un puntino nero sotto la cesta, il che poteva avvalorare quell’ipotesi. Alcune squadre di ricerca e recupero si misero a cercare Falcon in giro per il Colorado.

Alle 16.14 del pomeriggio la CNN e altri telegiornali annunciarono che finalmente il bambino era stato ritrovato, ma non sulla mongolfiera, né nell’area sorvolata dalla mongolfiera: si era semplicemente nascosto nel garage di casa sua, a Fort Collins, in una scatola di cartone. Lo sceriffo della contea, Jim Alderden, dichiarò successivamente: «Per quello che ne sapevamo poteva essere a due isolati da casa, a giocare sull’altalena nel parco cittadino».

Inizialmente si pensò a una brutta avventura finita bene, poi però cominciarono le domande: una piccola mongolfiera fatta in casa avrebbe veramente potuto sollevare un bambino di sei anni? Perché per ore giornalisti e media di mezzo mondo avevano raccontato con grande enfasi questa storia senza porsi una questione così semplice? Perché il bambino non era uscito fuori dal garage quando la famiglia l’aveva cercato?

Venne consultato il professore di fisica dell’università del Colorado, Brian Jones, che basandosi sulle dimensioni della cesta, del pallone e il peso di Falcon, dichiarò che quella mongolfiera non avrebbe potuto alzarsi da terra con un bambino di 25 chili all’interno. Inoltre Falcon, invitato con la famiglia a programmi televisivi come il Larry King Live sulla CNN e Good Morning America sulla ABC, rispose così alle domande dei genitori sul perché non fosse uscito dal nascondiglio: «Me lo avevate detto voi di farlo… umh, che lo facevamo per lo spettacolo».

La risposta di Falcon diede modo allo sceriffo della contea, Jim Alderden, di aprire un’indagine sull’incidente, per capire se si fosse trattato di una bufala organizzata dai genitori o dalle tv. Alderden dichiarò che «la possibilità che il bambino fosse stato istruito per nascondersi era incredibile» e che «dichiarare il falso alle autorità era un crimine punibile dalla legge».

In una conferenza stampa del 18 ottobre, Alderden chiamò l’incidente “una bufala”, dichiarando: «Pensiamo di avere prove sufficienti a questo punto per dimostrare che fosse una trovata pubblicitaria, nella speranza di vendersi meglio per un reality show». La famiglia Heene aveva già partecipato al reality tv Wife Swap (Cambio Moglie); pochi mesi prima della bufala della mongolfiera aveva sottoposto alla rete televisiva americana TLC un’idea per un reality chiamato “I Detective della Scienza”.

Si scoprì poi anche che Richard Heene era un aspirante attore e improvvisatore, carriera che aveva tentato senza successo da giovane, e che era uno “storm chaser”, un cacciatore di tempeste: aveva guidato una moto durante un tornado e si diceva avesse cercato di volare con un aereo vicino al ciclone Wilma nel 2005. Heene coinvolgeva regolarmente i figli nelle sue avventure, portandoli con sé nelle spedizioni alla ricerca degli UFO e nelle attività di cacciatore di tempeste.

Il New York Post stimò che il costo totale dell’operazione di recupero della mongolfiera si aggirò intorno ai 2 milioni di dollari (circa un milione e 600mila euro), mentre solo far volare gli elicotteri costò 14mila dollari (circa 11mila euro): la Guardia Nazionale del Colorado era infatti intervenuta con un UH-60 Black Hawk e con un elicottero OH-58 Kiowa.

Il 12 novembre 2009 l’avvocato difensore di Richard e Mayumi Heene annunciò che i due si erano dichiarati colpevoli delle accuse di aver detto il falso e di aver commesso un crimine minore. L’avvocato disse anche che l’accordo con le autorità era stato raggiunto per evitare l’espatrio di Mayumi, di nazionalità giapponese, e nel gennaio del 2010 Richard Heene dichiarò di essersi dichiarato colpevole solo per evitare l’espatrio della moglie. Il 23 dicembre 2009 il giudice del caso condannò Richard Heene a novanta ore di carcere e cento ore di servizi socialmente utili, e Mayumi Heene a venti giorni di carcere. Alla coppia fu inoltre proibito di ricevere ricavi dalla bufala architettata e gli fu imposta una multa di 36mila dollari (circa 29mila euro).

La bufala del bambino nella mongolfiera ricevette una copertura televisiva lunghissima, ore di trasmissioni in molte parti del mondo durante il volo del pallone aerostatico e durante le ricerche a terra. “Balloon boy” (il bambino della mongolfiera) restò la prima ricerca su Google per ore subito dopo l’accaduto. Anche in Italia se ne parlò moltissimo: questo fu un collegamento in diretta su SkyTg24.

Alcuni commentatori ed esperti di comunicazione (tra cui la rivista Editor & Publisher, un famoso mensile di New York) fecero poi notare che solo dopo l’atterraggio della mongolfiera venne sottolineato dalle televisioni e dai telegiornali che non era certo che il bambino fosse all’interno della cesta. Si discusse molto sull’inclinazione dei media ad andare dietro alle storie “strano ma vero” e appassionarsi alle storie assurde a prescindere dal fatto che siano vere o no, e sulla necessità di separare il giornalismo dai reality televisivi. Robert Thompson, professore di televisione e cultura popolare all’università di Siracuse, Stati Uniti, disse sull’incidente: «questa bufala deve essere un campanello d’allarme per i media, ma deve essere una sveglia anche per tutti noi che stiamo dormendo».