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  • giovedì 25 Settembre 2014

Il trasferimento del comandante De Falco

È quello che disse «vada a bordo, cazzo» a Schettino, e ora protesta di essere "mobbizzato"

Sui giornali di oggi si torna a parlare di Gregorio De Falco, il capitano di fregata della capitaneria di Livorno che divenne improvvisamente molto conosciuto quando nella notte del 13 gennaio 2012 intimò con un perentorio “vada a bordo, cazzo” al comandante Francesco Schettino di occuparsi in prima persona dei soccorsi all’Isola del Giglio, dove era naufragata la nave da crociera Costa Concordia con 4.229 persone a bordo (a causa del naufragio ne morirono 32). De Falco, che nei giorni del disastro divenne un po’ l’esempio positivo da contrapporre a quello negativo di Schettino, ha concesso alcune interviste per denunciare di “essere vittima del mobbing” in seguito alla decisione della Capitaneria di destinarlo a un nuovo impiego, di ufficio e non più operativo come era stato nell’ultima decina di anni.

A Marco Gasperetti del Corriere della Sera ha spiegato: “Mi hanno appena detto che dovrò lasciare il servizio operazioni e sarò destinato a un ufficio amministrativo. Sono amareggiato, ma sono un militare e dunque eseguo gli ordini”. L’incarico che gli è stato affidato è il controllo di gestione e delle relazioni esterne della capitaneria, un ruolo amministrativo ben distante da quello svolto finora in sala operativa per coordinare le attività in mare. In un’altra intervista a Repubblica, De Falco dice che la possibilità di un trasferimento ad altro incarico non gli era stata “neppure prospettata” e di essere “molto amareggiato”. Gli è stato comunicato di presentarsi il prossimo 28 settembre nel nuovo ufficio per iniziare a lavorare.

Secondo De Falco, tra la decisione di rimuoverlo da un incarico operativo e quanto avvenne nella notte del 13 gennaio di due anni fa c’è un collegamento, probabilmente “col lavoro che ho fatto per il soccorso e forse nelle indagini” ha spiegato senza aggiungere ulteriori dettagli, perché ci sono ancora processi in corso sul naufragio della Costa Concordia. Ha ricordato che dopo la diffusione della telefonata a Schettino, nessuno gli rimproverò qualcosa, ma che nell’anno seguente diversi suoi colleghi ebbero avanzamenti con incarichi di comando, mentre a lui non furono affidati nuovi compiti. Quando se ne rese conto De Falco non protestò, spiega, “ma ora il trasferimento è un’altra cosa”.

Gasperetti scrive che la decisione di destinare De Falco a incarichi non operativi potrebbe essere stata condizionata dai suoi difficili rapporti con un superiore:

Il documento-beffa è stato firmato da Ilarione Dell’Anna, già responsabile della Capitaneria di porto di Livorno durante il naufragio, promosso e spedito a Roma. De Falco non l’ha mai detto pubblicamente, ma tutti sanno che tra lui e l’ammiraglio i rapporti si erano deteriorati dopo la notte del naufragio quando De Falco era diventato, suo malgrado, il “capo della Capitaneria” e coordinatore dei soccorsi.

In passato De Falco ebbe contrasti con altri superiori, quando per esempio da comandante a Santa Margherita Ligure vietò alle navi da crociera di ormeggiare nei pressi dell’area protetta di Portofino. Ebbe altri momenti difficili quando si espresse a favore di una nuova inchiesta per chiarire il disastro del Moby Prince, il traghetto che nel 1991 si scontrò con una petroliera e nel cui incendio morirono 140 persone al largo del porto di Livorno.

Sempre sul Corriere, Marco Imarisio ricorda che in alcuni contesti lavorativi che non prevedono “la fama come unità di misura” l’improvvisa notorietà può nuocere, soprattutto alla propria carriera. Anche se per ora si possono conoscere i fatti quasi solo dalla parte del diretto interessato, sembra che De Falco stia paradossalmente pagando le conseguenze per essersi limitato a fare il proprio dovere durante il naufragio della Concordia, come osserva Imarisio:

De Falco è comunque rimasto all’altezza di quell’episodio, evitando le pose da eroe e l’ingresso nel presunto star system nostrano, capace invece di accogliere il suo interlocutore di quella notte. Molti ufficiali della Capitaneria di porto sono stati promossi per il comportamento tenuto durante il naufragio della Costa Concordia. Lui no. Eppure la sua popolarità non ha certo nuociuto alla Marina militare italiana, anzi.