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  • martedì 23 Settembre 2014

E i giudici della Corte Costituzionale?

Per la quattordicesima volta la votazione del Parlamento è andata a vuoto: come siamo arrivati a questo punto?

Aggiornamento delle 16 – Anche la quattordicesima votazione per eleggere due giudici della Corte Costituzionale è andata a vuoto: non si è raggiunto il quorum. Sono stati eletti invece i due nuovi membri del Consiglio Superiore della Magistratura: sono Pierantonio Zanettin (area Forza Italia) e Paola balducci (area SEL).

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Martedì 23 settembre dalle 12 il Parlamento è tornato a riunirsi in seduta comune per cercare di eleggere due giudici della Corte Costituzionale e due componenti del Consiglio Superiore della Magistratura. Si tratta di una storia che va avanti da circa un mese e mezzo e che è ancora oggi sulle prime pagine dei giornali nazionali: da quando cioè il mandato di due giudici della Corte è terminato e il parlamento non è riuscito a eleggerne i sostituti. Quello di oggi sarà il quattordicesimo voto.

La Corte Costituzionale, che molti chiamano “Consulta” dal nome del palazzo dove si riunisce (la Consulta era un organo dello Stato Pontificio), è composta da quindici giudici. Cinque sono nominati dal presidente della Repubblica, cinque dalla magistratura e altri cinque sono eletti dal Parlamento in seduta comune. Dalla fine dello scorso giugno, due dei posti la cui elezione spetta al Parlamento sono vacanti. Per eleggere ciascun candidato sono necessari i tre quinti dei voti (570): il Partito Democratico, che ha la maggioranza relativa in Parlamento, deve quindi accordarsi con altre forze politiche per raggiungere il quorum: di norma si arriva a un quorum così alto attraverso trattative con cui i partiti si spartiscono i posti nella Corte sulla base del loro peso politico. Una volta definito un accordo, quindi, i parlamentari dei partiti aderenti votano per i nomi decisi: anche quelli dei partiti diversi dal loro, altrimenti nessuno supererebbe il quorum.

Per diversi giorni era sembrato che Antonio Catricalà – ex vice-ministro allo Sviluppo economico del governo Letta ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Monti – fosse il candidato con il maggior consenso per uno dei due posti alla Corte Costituzionale, ma dopo una serie di voti senza il raggiungimento del quorum Catricalà aveva annunciato di rinunciare alla candidatura. I due candidati su cui nei giorni scorsi era stato trovato un accordo tra le varie forze politiche (Partito Democratico e Forza Italia in primis) erano Donato Bruno (area Forza Italia) e Luciano Violante (area PD).

Donato Bruno è un avvocato civilista, ha presieduto la commissione d’indagine sugli eventi del G8 di Genova ed è l’ex presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera: è stato deputato per Forza Italia nel 2006 e nel 2013 è eletto senatore per il PdL. Qualche giorno fa il Fatto Quotidiano ha diffuso la notizia che Bruno era stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Isernia con l’accusa di «interesse privato del curatore negli atti del fallimento» della Ittierre di Isernia, grossa azienda del settore tessile, e che avrebbe ricevuto da quella stessa azienda 2,5 milioni di euro per una consulenza. Bruno aveva reagito spiegando di non aver ricevuto avvisi di garanzia: «Sono sereno: non rinuncerei alla candidatura anche se fossi indagato». Il Partito Democratico aveva reagito in modo piuttosto cauto: «Come ha spiegato il presidente del Consiglio in modo chiaro e netto, l’avviso di garanzia serve all’indagato per poter far chiarezza», aveva detto Debora Serracchiani.

La posizione giudiziaria di Bruno resta comunque ancora poco chiara: ci sono state smentite sull’indagine (da parte dello stesso Bruno), conferme da parte del Fatto Quotidiano, ma la procura di Isernia non ha né ufficializzato l’eventuale status di indagato di Bruno né lo ha smentito. Il numero dei deputati che non aveva votato per Bruno nonostante le indicazioni di partito potrebbe crescere oggi, vista l’ipotesi dell’indagine della Procura di Isernia a suo carico. Non solo: come scrive il Corriere della Sera, è molto probabile che «senza garanzie per Bruno» il centrodestra non voti nemmeno Violante, sul quale c’erano state diverse perplessità anche all’interno dello stesso PD (anche per le posizioni espresse da Violante a proposito del conflitto di interessi e dell’ineleggibilità di Silvio Berlusconi). Tutta questa situazione, conclude il Corriere, porterebbe comunque al «rischio di una vera e propria paralisi. Nessuno è in grado di garantire un voto compatto del PD su un altro nome».

Nel frattempo i due capigruppo del Movimento 5 Stelle, Paola Carinelli e Vito Petrocelli, hanno inviato una lettera a Bruno e Violante chiedendo loro di ritirarsi: «Dalla ripresa dei lavori in Parlamento le Camere sono letteralmente impantanate dalla nomina dei componenti di CSM e Corte Costituzionale per la quota che spetta a deputati e senatori. Nomine su cui non si è riusciti ancora, dopo 13 votazioni, a raggiungere il quorum necessari. Scriviamo facendo ricorso al suo senso di responsabilità chiedendo di ritirare irrevocabilmente la Sua candidatura e togliendo in questo modo il Parlamento dall’impasse in cui si trova dall’inizio di settembre».

Per quanto riguarda i componenti del CSM (sono otto i posti che si sono liberati), quella di oggi sarà l’undicesima votazione. In quelle del 1617 e 18 settembre non era stata raggiunta la maggioranza necessaria. Lunedì 15 erano stati invece eletti Maria Elisabetta Alberti Casellati (area Forza Italia), Renato Balduzzi (area Scelta Civica) e Teresa Bene (area PD). Erano stati già eletti, nelle sedute precedenti, Antonio Leone (nella seduta di giovedì 11 settembre), Giovanni Legnini e Giuseppe Fanfani (nella seduta di mercoledì 10 settembre). Restano dunque ancora due persone da eleggere.