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  • venerdì 8 agosto 2014

Gli Stati Uniti hanno attaccato in Iraq

Hanno confermato di avere attaccato stamattina alcune postazioni di artiglieria dello Stato Islamico, vicino a Erbil: altri due attacchi sono stati confermati in serata

Aggiornamento delle 22: il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha confermato di aver compiuto altri bombardamenti in Iraq, nelle vicinanze di Erbil, contro alcuni militanti del cosiddetto “Stato Islamico”. Marie Harf, una portavoce del Dipartimento della Difesa, ha detto su Twitter che «poco dopo le 10 dell’orario orientale degli Stati Uniti [in Iraq erano circa le 17, in Italia circa le 16], due velivoli comandati a distanza hanno colpito una posizione da dove i terroristi sparavano mortai. Quando i miliziani dello “Stato Islamico” sono tornati sul posto poco dopo, sono stati nuovamente attaccati ed eliminati».

 

Il retroammiraglio John Kirby, portavoce del Segretario alla Difesa, ha aggiunto che alle 18.20 ora irachena quattro caccia F/A-18 hanno colpito un convoglio militare composto da sette veicoli dello “Stato Islamico” e un’altra posizione da dove venivano sparati dei mortai.

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Venerdì pomeriggio il dipartimento della Difesa americano ha confermato che due caccia americani Fa-18 hanno sganciato delle bombe a guida laser da 500 libbre (circa 225 chilogrammi) su postazioni di artiglieria dello “Stato Islamico” in Iraq, vicino a Erbil, la capitale del Kurdistan Iracheno. Il portavoce del Segretario della Difesa Chuck Hagel ha scritto su Twitter che gli attacchi sono stati diretti contro le postazioni di artiglieria usate dallo “Stato Islamico” per colpire le forze curde che sono in difesa di Erbil. Si tratta della prima significativa operazione militare statunitense in Iraq da quando le truppe di terra hanno lasciato il territorio iracheno nel 2011.

 

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, aveva annunciato in diretta televisiva la notte di giovedì 8 agosto di aver autorizzato attacchi aerei mirati da parte dell’aviazione statunitense contro i militanti dello “Stato Islamico” – il gruppo estremista sunnita precedentemente conosciuto come ISIS – che nelle ultime settimane hanno ottenuto nuove importanti vittorie militari sia in Iraq che in Siria. Gli attacchi sono cominciati dopo qualche ora, nel pomeriggio di venerdì.

Obama aveva detto che gli aerei americani sarebbero entrati in azione solo «se necessario» e che «i bombardamenti saranno mirati». Intanto gli Stati Uniti avevano già cominciato a lanciare aiuti umanitari per la popolazione in alcune zone dell’Iraq, tra cui le montagne vicino alla città settentrionale di Sinjan su cui si sono rifugiati decine di migliaia di yazidi (minoranza etnica di lingua curda perseguitata dagli islamisti che li considerano “adoratori del diavolo”) dopo l’arrivo dello “Stato Islamico” nell’area.

La situazione degli yazidi è stata citata direttamente da Obama nel suo discorso. «La gente sta morendo di fame. E i bambini stanno morendo di sete. Queste famiglie innocenti si trovano di fronte a una scelta terribile: scendere dalla montagna ed essere macellati, o restare e lentamente morire di sete e di fame». Tim Arango ha scritto sul New York Times cosa è successo a Sinjar all’arrivo dei miliziani dello “Stato Islamico”:

«In una città catturata, Sinjar, l’ISIS ha ucciso decine di uomini yazidi e ha tenuto le mogli degli uomini morti per i combattenti jihadisti non sposati. Giovedì si è diffuso il panico nella capitale curda Erbil, considerata finora un paradiso sicuro, dove i civili si sono diretti verso l’aeroporto nel futile tentativo di comprare dei biglietti aerei per Baghdad».

L’annuncio di Obama è stato fatto dopo una lunga riunione con i funzionari della sicurezza nazionale e dopo che gli aerei statunitensi (un C-17 e due C-130 accompagnati da due caccia F/A-18) avevano sganciato rifornimenti nel nord del paese per la popolazione in difficoltà. Obama ha anche assicurato che non verrà inviato in Iraq nessun soldato americano e che la guerra, stavolta, non sarà “risolta” militarmente dagli Stati Uniti: «I soldati statunitensi non torneranno a combattere in Iraq, perché non c’è una soluzione militare americana alla crisi irachena». La decisione di effettuare dei raid aerei ha come principale obiettivo aiutare le minoranze: «Come comandante in capo non permetterò che gli Stati Uniti siano trascinati in un’altra guerra in Iraq», ha detto Obama. James M. Dubik, ex tenente dell’esercito che si è occupato della formazione dell’esercito iracheno tra il 2007 e 2008, ha detto che i militanti dello “Stato Islamico” non hanno missili terra-aria né mitragliatrici che possano colpire gli aerei che volano a bassa quota.

Gli ultimi soldati statunitensi se ne sono andati dall’Iraq nel dicembre 2011: di questo ritiro Obama aveva fatto un punto centrale della sua campagna elettorale. L’Iraq, nel marzo del 2003, fu invaso da una “coalizione di volenterosi”, come la definì l’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush, formata per la maggior parte da Stati Uniti e Regno Unito, e con contingenti minori di altri stati tra cui l’Australia, la Polonia, la Spagna e l’Italia. L’intervento venne giustificato sulla base di un approccio che passò alla storia come “guerra preventiva” (la dittatura di Saddam Hussein era accusata di nascondere e sostenere militanti di al Qaida e possedere armi di distruzione di massa) e “esportazione della democrazia”, nella convinzione che – parole di Bush – “per proteggere la libertà in America bisogna proteggere la libertà ovunque”.

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