Partoriremo un Senatino?

La "battaglia sulle riforme" sta usurpando tutto l'impegno del governo, per la gioia delle pagine di politica e la preoccupazione di chi si aspetta anche altro

Lunedì 28 luglio su Repubblica Ilvo Diamanti ha descritto la condizione del tutto nuova e apparentemente contraddittoria in cui si trova la maggior parte degli italiani nei confronti del proprio presidente del Consiglio.

Questa è la “rappresentazione” che emerge dalle confuse vicende parlamentari degli ultimi giorni. Renzi contro tutti. Perché lui si è esposto in prima persona. Bersaglio di tutte le critiche e di tutti gli oppositori. Esterni, come Grillo e il M5S. E poi, la Lega e Sel (alleato, ai tempi delle elezioni politiche del 2013). Ma anche interni. Perché non sono poche le riserve, non sono pochi i parlamentari ostili, nel Pd. E il sostegno che gli giunge, a giorni alterni, da altri settori politici (Ncd, Fi…) non fa che rafforzare questa immagine. Che vede il primo ministro e segretario del Pd, da solo, sfidare i conservatori e i conformisti.

La nebulosa confusa in cui si celano tutti coloro che pensano a difendere se stessi e i propri privilegi. I propri spazi di potere e i propri interessi, grandi o piccoli che siano. Gli apparati di partito e il “ceto politico” annidati negli organismi e nelle istituzioni. A livello centrale ma anche locale. A Roma e sul territorio. Ma anche le burocrazie pubbliche dello Stato, come i dipendenti di Camera e Senato, che hanno manifestato contro il governo, dopo il ridimensionamento retributivo che li ha coinvolti. E, soprattutto, i parlamentari. Per primi, i senatori, destinati a scomparire. Quei gruppi che hanno trasformato l’iter della discussione e dell’approvazione della riforma, in Parlamento, in una missione impossibile. Contrastata da migliaia di emendamenti che, se affrontati e votati, richiederebbero una legislatura. Così la “tagliola”, o meglio, la “ghigliottina”, annunciata dal presidente del Senato Grasso, per passare direttamente all’approvazione, diventa, agli occhi di gran parte dei cittadini, quasi una spada, in mano a Renzi. Per tagliare i lacci e lacciuoli del rinnovamento. Le mille teste del dragone buro-politico romano.

La questione, lo ripeto, è più complicata. E lo stesso ostruzionismo parlamentare fa parte del gioco democratico. È uno strumento per fare opposizione e negoziare. Ma la percezione prevalente, fra gli elettori, è molto diversa. Non si spiegherebbe altrimenti come Renzi e il suo governo possano mantenere indici di gradimento e di approvazione popolare così alti. Perfino in crescita, nelle ultime settimane. La fiducia nel governo, secondo Ipsos, sarebbe salita oltre il 60%. E il consenso “personale” verso Renzi oltre il 65%. Ciò suggerisce che questo serrato e confuso dibattito parlamentare sulle riforme istituzionali contribuisca a rafforzare il governo e Renzi.

Una analisi del tutto simile era stata fatta pochi giorni prima sulla Stampa da Federico Geremicca, che aveva anche lui esposto il fenomeno del consenso crescente nei confronti di Renzi, crescente in maniera palesemente indipendente dai risultati effettivamente ottenuti dal suo governo, e invece legata a ciò che Renzi riesce tuttora a rappresentare, dopo cinque mesi in un ruolo che storicamente indebolisce chiunque.

In un quadro a tinte così fosche, altri premier e altri governi si sarebbero forse ritrovati a un passo dalla crisi: e invece nulla, per ora, sembra intaccare la popolarità e il consenso che circondano l’ex sindaco di Firenze, visto l’alto gradimento di cui continua a godere secondo ogni sondaggio. E’ come se accanto al mondo reale – quello segnato appunto dalle difficoltà di cui si diceva – Matteo Renzi fosse riuscito a costruirne, almeno in Italia, un altro virtuale: un pianeta fatto di ottimismo, di forza della volontà, di promesse di cambiamento, di fiducia nel futuro.

Di fronte a questi dati e a questi risultati personali ottenuti da Renzi ci si potrebbe congratulare con lui per essere evidentemente in un altro campionato rispetto ai suoi avversari nella percezione dei sentimenti prevalenti tra gli italiani; oppure ci si potrebbe all’inverso preoccupare della nuova dimostrazione di una deriva verso il desiderio dell'”uomo forte” – in una sua rinnovata e contemporanea incarnazione, forte soprattutto a parole e invece con una maggioranza confusa e precaria – da parte degli stessi italiani. Probabilmente sono ragionevoli entrambe le reazioni.

Il problema è che né il giudizio su Renzi né il suo successo personale dovrebbero essere le nostre priorità, malgrado siano tempi in cui tendiamo a personalizzare tutto quanto. Quello che una parte di italiani ritiene più importante e necessario è che le cose in questo disgraziato paese comincino a funzionare meglio, e che questo miglioramento sia visibile: e i due risultati sono intimamente legati e si alimentano l’un l’altro. Che Italia è, l’Italia del governo Renzi, fuori dalle eccitate pagine della politica?
Sembra la stessa di prima.

La trovata degli 80 euro è stata un’ottima idea, da questo punto di vista: ha dato qualcosa di concreto a chi ne aveva più bisogno e ha mostrato il segno di un’immediata concretezza, permettendo al governo Renzi di prendere fiato verso impegni maggiori e di più affidabile solidità. Questo fiato, però, sembra invece oggi speso ogni giorno a polmoni in una guerra di posizione sulle famose “riforme” – simboleggiate dalla più immediata questione del numero dei senatori e dei meccanismi della loro scelta – di cui si sta perdendo il valore, rispetto agli obiettivi di cui sopra. Siamo sicuri, quando ci riempiamo giustamente la bocca di “ciò che la gente vuole” e “quello che chiedono gli italiani”, che la risposta sia vedere tutto l’impegno della politica dirottato dalla questione dei senatori? Siamo sicuri che – in un momento in cui i dati socioeconomici e i giudizi internazionali non sembrano gratificare quello che il governo ha fatto finora – sia un successo a forza di cannoneggiamenti su questo fronte quello che accelererà la ripresa economica e civile italiana? E siamo sicuri che – se le riforme arriveranno a sanzione – il loro percorso non avrà sfinito tutti e affievolito le energie del progetto, tanto che più che un successo di Renzi non avremo a quel punto l’impressione di una fatica di Renzi?

Cosa stiamo dicendo, che il governo Renzi deve abbandonare i progetti sulle riforme istituzionali? Ma ci mancherebbe. Sono una cosa seria e potenzialmente proficua per una migliore governabilità dell’Italia – per fare-le-cose – e per cominciare a lavorare su istituzioni meno ridondanti e costose, e sono un tema in cui il governo crede e ha lavorato ed è giusto che concluda il suo progetto.
Ma non è un progetto che riempia soddisfacentemente la casella “cosa sta facendo questo governo per l’Italia e per gli italiani”, e il suo eventuale successo rischia di suggerirci il più classico degli «e ora?»: ha ragione Geremicca quando dice che “anche le rendite di posizione, perfino le più cospicue, sono destinate ad esaurirsi”. Solo che Geremicca, forse per abitudine esperta a frequentare la politica della politica nella politica, ritiene che gli italiani tornerebbero ad arricchire quella rendita vedendo il governo Renzi ottenere un successo contro Civati, Mineo, Vendola e il M5S. La nostra impressione è che tra le cose che può e deve fare un governo – quelle che poteva fare il governo Monti e non fece, quelle che poteva fare il governo Letta e non fece – ce ne siano molte altre la cui assenza dall’agenda immediata si percepisce sempre più sonoramente. Barack Obama, quando ha voluto dare il segno del cambiamento agli americani nelle loro vite di ogni giorno, ha investito tutto sulla riforma sanitaria, non su come si eleggono i senatori.

Si dirà che gran parte di questa agonia di emendamenti, dichiarazioni aggressive, interviste a D’Alimonte e tagliole, si deve in parte ai tic dell’informazione che dimentica tutto il resto e in parte all’opportunità sovradimensionata che minoranze molto deboli hanno trovato nella “tutela delle minoranze” politiche garantita dalla democrazia e da un sistema dei media in cerca di polemiche. Però un governo capace – e ancora di più un governo che si dice contemporaneo ed efficace nella gestione della comunicazione e del fare – non ricorre a queste parziali scusanti: spariglia, inventa, fa, guida. Senza limitare i suoi progressi percepiti alle foto di inaugurazioni, porti, e scalette degli aerei. Non si cambia un paese se non si riesce a rimuovere Giarrusso dallo scenario: o almeno a farci tornare dal mare col citofono riparato.
Poi sarà l’estate, certo, tutto rallenta, e anche le esigenze: e magari come dicono Diamanti e Geremicca ci faremo bastare un’umiliazione di Minzolini e una vittoria della nostra squadra nel precampionato. Ma cominciare a cambiare anche questa mediterranea indolenza, avrebbe potuto essere una buona idea.

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