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  • lunedì 30 giugno 2014

I selfie ad Auschwitz

In Israele si discute molto delle fotografie allegre pubblicate sui social network dagli studenti israeliani in visita ai campi di concentramento

La scorsa settimana una ragazza israeliana ha aperto una pagina Facebook intitolata “Coi miei amici ad Auschwitz” in cui ha raccolto centinaia di autoritratti fotografici di studenti e studentesse israeliani scattati durante le loro gite scolastiche nei campi di sterminio nazisti in Polonia. Tra le foto – accompagnate ad esempio dall’hashtag Mountofash – ci sono quelle di alcuni ragazzi che sorridono davanti alla famigerata scritta «Arbeit Macht Frei» di Auschwitz, quelle di altri che, sorridenti, posano davanti ai forni crematori, quelle di una coppia che si abbraccia felice sul binario del treno che portava i prigionieri. In sole 36 ore la pagina è stata condivisa e visitata da migliaia di persone: ha raccolto più di 12 mila “like”, ma anche moltissimi messaggi di critiche e attacchi. Mercoledì scorso è stata infine chiusa. Nel frattempo, diversi giornali israeliani hanno aperto un dibattito sui “selfie” nei campi di concentramento, altri media internazionali hanno raccontato questa storia e il New Yorker ha intervistato la ragazza che aveva creato la pagina.

Auschwitz

Nel raccogliere le foto da Instagram, Facebook, e Google utilizzando per la ricerca termini legati all’Olocausto, la studentessa – che ha voluto rimanere anonima – ha dichiarato che intendeva prendere in giro i suoi coetanei e denunciare una pratica che considera “grottesca”, e non certo sostenere quel comportamento. Ha anche spiegato che il suo obiettivo è stato in parte raggiunto dato che molti ragazzi, provando vergogna, hanno rimosso quelle foto dai loro profili personali. Ha però spiegato che i primi responsabili di questo tipo di banalizzazione che molti hanno giudicato irrispettosa non sono gli adolescenti ma alcuni politici israeliani che non esitano a «brandire la memoria storica del loro paese in qualsiasi occasione, anche in quelle che con quella stessa memoria non hanno nulla a che fare».

Sharna Marcus, un’insegnante che ha accompagnato varie classi di studenti israeliani in gita in Polonia, ha pubblicato un articolo spiegando invece che «l’obiettivo di quei viaggi non è quello di costringere i ragazzi a sentirsi forzatamente tristi, ma quello di far conoscere loro la storia». Marcus ha anche sostenuto che le fotografie non volevano essere irrispettose, ma avevano un valore di sfida: «Le foto di adolescenti ebrei che sorridono ad Auschwitz davanti al cartello “Arbeit Macht Frei” hanno una certa bellezza: nonostante gli sforzi di Hitler il popolo ebraico è ancora qui e sempre lo sarà».

Una discussione simile – se cioè sia irrispettoso avvicinarsi con leggerezza alla questione dell’Olocausto – si era verificata nel 2010 quando Adam Kohn, un ebreo polacco sopravvissuto ad Auschwitz, aveva pubblicato su You Tube un video in cui ballava con i suoi figli ad Auschwitz sulla musica di “I Will Survive” di Gloria Gaynor.