28 giugno 1914

Cento anni fa uno studente di 19 anni assassinò a Sarajevo l'erede al trono austriaco avviando la serie di eventi che avrebbe portato alla Prima guerra mondiale

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca

Esattamente cento anni fa, il 28 giugno del 1914, l’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’impero Austro-Ungarico, arrivò a Sarajevo, nella Bosnia austriaca. Il suo viaggio era cominciato cinque giorni prima e sin dal primo momento era stato piuttosto sfortunato. Gli assi dell’automobile si surriscaldarono e l’Arciduca, accompagnato da sua moglie, fu costretto a proseguire il viaggio in treno. Con una certa ironia commentò: «Il nostro viaggio comincia male. Se qua ci si incendia la macchina, là ci tireranno delle bombe». Aveva ragione. Al suo arrivo gli avrebbero tirato delle bombe, ma lo avrebbero ucciso a colpi di pistola. Quello che non aveva immaginato era che la sua morte avrebbe provocato il più grande e sanguinoso conflitto che l’Europa avesse mai visto.

Ferdinando
Quando venne assassinato l’arciduca Ferdinando aveva 40 anni ed era l’erede al trono dell’Austria-Ungheria da quando ne aveva quindici. Era il figlio del fratello minore dell’imperatore Francesco Giuseppe. Il ruolo di erede, che non dimostrò mai di gradire in maniera particolare, gli era stato assegnato dopo che Rodolfo, unico figlio dell’imperatore, si era suicidato insieme alla sua amante diciassettenne (all’epoca fu uno dei casi di cronaca più discussi in tutta Europa).

Il regno di cui avrebbe dovuto ereditare il trono era uno dei più complessi e contraddittori di tutta Europa. Comprendeva undici popolazioni diverse, tra cui numerose popolazioni slave, cechi e italiani. L’impero si estendeva su gran parte dell’odierna Europa centrale, arrivando ad est fino a territori che oggi appartengono all’Ucraina. Era un regno particolarmente turbolento, dove le varie minoranze rivendicavano continuamente maggiore autonomia (e spesso lo facevano con mezzi poco pacifici). Francesco Ferdinando non era un uomo particolarmente illuminato su queste questioni. Secondo lui gli ungheresi erano dei “bugiardi” e gli slavi dei “maiali”. Nonostante questo, e a differenza di gran parte della corte e dell’esercito, era contrario a una guerra contro lo storico nemico dell’Austria-Ungheria: la Russia (lo stuzzicava di più l’idea di riconquistare il Veneto e la Lombardia). Insomma: nonostante le sue opinioni, l’arciduca era la cosa più vicina ad un amico che gli slavi avessero alla corte di Vienna. Anche per questo, probabilmente, Francesco decise di visitare la parte più ribelle dell’impero abitata in maggioranza proprio da popolazioni slave: la Bosnia, e in particolare la sua capitale Sarajevo, nel cuore della penisola balcanica.

Questa regione all’epoca era più o meno ciò che oggi è il Medio Oriente: un’area povera e arretrata, dove si incrociano gli interessi di grandi potenze, di popoli oppressi, di fanatici e di terroristi. Qualche decennio prima della visita di Ferdinando, il cancelliere tedesco Otto von Bismarck aveva descritto così la regione e il suo rapporto con il resto dell’Europa: «Oggi l’Europa è come un barile di polvere da sparo e i suoi leader sono come uomini che fumano in una polveriera. Una singola scintilla sarà sufficiente ad innescare l’esplosione che ci consumerà tutti. Non posso dirvi quando questa esplosione avverrà, ma posso dirvi dove. Sarà qualche maledetto, stupido affare nei Balcani a incendiare tutto». La situazione politica della regione quando Ferdinando cominciò il suo viaggio era più o meno questa: come abbiamo visto la parte settentrionale della penisola apparteneva all’impero Austro-Ungarico. Quella meridionale era composta da un mosaico di giovani stati che si erano liberati negli ultimi anni dalla dominazione dell’impero Ottomano, durata quasi cinquecento anni. Si trattava di Bulgaria, Romania, Montenegro e Serbia, lo stato più potente della regione. La Serbia non soltanto aveva combattuto con l’impero Ottomano, ma negli anni successivi si era anche azzuffata con i suoi vicini bulgari per ottenere ingrandimenti territoriali. Il governo serbo poteva permettersi la parte del bullo perché alle sue spalle aveva la protezione di una delle più grande potenze dell’epoca, la Russia. Ferdinando lo sapeva molto bene e per questo non era favorevole a trattare con durezza la Serbia. Non tutte le classi dirigenti di questo piccolo paese, però, erano animate da altrettanta prudenza nei confronti dell’Austria.

Stati canaglia
Nel 1914 la Serbia non era una nazione molto amata nel resto dell’Europa (tranne che in Russia, naturalmente). Piaceva molto ai turisti, perché all’epoca era ancora un paese esotico, dove si respirava un’aria orientale. I pochi viaggiatori europei che la attraversavano rimanevano stupiti dalla sua arretratezza e dai suoi costumi arcaici. Un viaggiatore inglese scrisse che in nessun paese europeo si respirava una simile aria di “medioevo”. L’eredità turca si notava subito nel vestiario dei serbi: gran parte della popolazione indossava fez e turbanti, mentre le donne tenevano il capo coperto da veli e fazzoletti. I leader delle grandi potenze, però, erano più preoccupati dall’endemica turbolenza dalla quale era afflitto il paese. In pochi anni di vita (aveva ottenuto l’indipendenza nel 1878) la Serbia aveva già fatto almeno una guerra con quasi tutti i suoi vicini. La sua famiglia reale aveva una storia breve, ma già punteggiata di assassinii e intrighi di palazzo. L’esercito aveva tanto potere quanto ne ha oggi in uno staterello africano.

In Serbia esistevano tre fazioni principali che si contendevano il potere: il governo, la corte e l’esercito. In modi diversi, tutte e tre condividevano il sogno di costruire una “Grande Serbia”: uno stato che avrebbe dovuto riunire tutti gli slavi che abitavano la penisola balcanica, compresi anche i due milioni che all’epoca vivevano in Austria-Ungheria. Soltanto gli ufficiali, però, avevano un piano per realizzare in breve tempo questo obbiettivo. I militari sapevano che un confronto diretto con l’Austria-Ungheria per conquistare Bosnia, Croazia e Slovenia era impensabile. L’impero aveva dieci volte la popolazione della Serbia ed un esercito enormemente più grande (anche se tremendamente inefficiente e peggio comandato, come si sarebbe scoperto nell’estate del 1914). Il piano dei militari era più spregiudicato e moderno: aiutare e finanziare i gruppi indipendentisti e nazionalisti che operavano nell’impero e creare instabilità con attentati e omicidi mirati. Gli ufficiali speravano di causare una spirale repressiva da parte degli austriaci che a sua volta avrebbe spinto i popoli slavi a ribellarsi o, nella migliore delle ipotesi, il loro protettore russo a intervenire. Il gruppo principale che portava avanti questa strategia era riunito in un’organizzazione che si chiamava Ujedinenje ili Smrt (“Unità o morte”), nota anche come “la Mano Nera”, lo stesso nome che avevano avuto numerose organizzazioni di patrioti e nazionalisti italiani e tedeschi nel corso dell’Ottocento. Della Mano Nera facevano parte ufficiali, politici e intellettuali e l’atteggiamento del governo fu spesso ambiguo nei confronti della società segreta. In altre parole, la Serbia era quello che oggi chiameremmo uno “stato canaglia”.

Il capo della Mano Nera era un personaggio da romanzo. Si chiamava Dragutin Dimitrijević, ma era più noto con il suo nome di battaglia: Apis, come la divinità egiziana raffigurata come un toro. Apis era scapolo, comandava i servizi segreti dell’esercito e nel 1914 aveva 36 anni. Quando ne aveva 25 aveva partecipato alla congiura durante la quale venne ucciso il re di Serbia. Nella sua carriera cercò di organizzare un complotto per assassinare l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe e si impegnò in una continua serie di intrighi, equamente mirati ai nemici del suo paese all’estero e ai suoi nemici personali in Serbia. Nella primavera del 1914, la sua organizzazione compì il passo più importante della sua storia (e che in ultima analisi avrebbe portato alla fine della Mano Nera e all’esecuzione dello stesso Apis). In quelle settimane, il maggior Vojin Tankosic, su ordine di Apis, incontrò un piccolo gruppo di terroristi serbo-bosniaci (anche il loro gruppo, la Giovane Bosnia, aveva un nome ispirato a quello di una storica organizzazione di ribelli italiani: la Giovane Italia, fondata da Giuseppe Mazzini). Tankosic consegnò ai bosniaci quattro pistole, sei bombe e alcune capsule di cianuro per suicidarsi. Uno degli uomini che ricevettero quelle armi si chiamava Gavrilo Princip.

Princip
Nel 1999 chiesero allo scrittore Matthew White, autore del best seller “Il Grande Libro delle cose orribili: la cronaca definitiva della cento atrocità peggiori della storia umana”, quale fosse secondo lui la persona più importante del XX secolo. White, che si definisce un appassionato di numeri e un “atrocitologo”, rispose: «Gavrilo Princip», lo studente che con una pistola fornitagli dai servizi segreti serbi uccise l’arciduca Ferdinando d’Austria. White spiegò così la sua scelta:

Ecco un uomo che da solo innesca una reazione a catena che porta infine alla morte di 80 milioni di persone. Prova a batterlo Albert Einstein! Con appena un paio di pallottole, questo terrorista dà inizio alla prima guerra mondiale, che distrugge quattro monarchie, portando un vuoto di potere riempito dai comunisti in Russia e dai nazisti in Germania, che poi si sfideranno in una seconda guerra mondiale.

Princip nel 1914 era uno studente bosniaco di 19 anni e non aveva l’aspetto dell’eroe patriottico e romantico. Era piccolo di statura e debole di fisico. Nel 1912 cercò di arruolarsi nell’esercito serbo, ma venne riformato. Secondo molti suoi contemporanei non aveva nemmeno un carattere particolarmente forte. Durante il primo interrogatorio dopo l’attentato spiegò il suo gesto dicendo: «Ovunque andassi, la gente mi considerava un debole». Si era avvicinato alla Giovane Bosnia durante gli studi dai quali era stato allontanato per aver partecipato a manifestazioni anti-austriache. Come molti dei patrioti bosniaci, si recò più volte in Serbia, per cercare aiuto e appoggio da parte della famigerata “Mano Nera”. Non è mai stato appurato dagli storici se Apis e Tankosic avessero organizzato l’assassinio dell’Arciduca Ferdinando o se avessero consegnato le armi a Princip e agli altri senza interessarsi a quale azione terroristica avrebbe intrapreso il gruppetto. Non ci sono prove né dell’una né dell’altra versione. Tutto ciò che è certo è che quattro delle pistole e sei delle bombe usate il 28 giugno erano state fornite da esponenti dell’esercito serbo. Poche settimane dopo, questo dettaglio sarebbe costato molto caro alla piccola Serbia.

L’assassinio
La mattina del 28 giugno, quattordicesimo anniversario di matrimonio della coppia, Ferdinando e sua moglie, l’arciduchessa Sofia, salirono su un’automobile scoperta dopo essere arrivati alla stazione di Sarajevo. Il convoglio era composto da tre automobili e si diresse verso il centro della città. La prima fermata prevista era una caserma, seguita da una visita al municipio. All’altezza della prima fermata prevista, l’auto si trovò a sfilare davanti a tre congiurati, tutti armati di bombe. Per un motivo o per l’altro nessuno di loro lanciò il suo ordigno. Soltanto Čabrinović, l’ultimo della fila si fece avanti e lanciò la sua granata. Per sua sfortuna la bomba rimbalzò contro la capote ripiegata, cadde all’indietro ed esplose sotto l’ultima auto del convoglio, ferendo gli occupanti e una quindicina di persone che assistevano alla parata. Čabrinović cercò immediatamente di suicidarsi: ingoiò la capsula di cianuro che gli aveva fornito Tankosic e subito dopo si gettò nel fiume. Sfortunatamente, il cianuro non era di buona qualità e tutto ciò che riuscì a procurarsi fu un attacco di vomito e diarrea. Non andò meglio con il fiume, le cui acque nella stagione calda erano alte circa quindici centimetri. Čabrinović venne ripescato dalla polizia e quasi linciato dalla folla prima di essere portato al sicuro in una caserma.

Quello che avvenne dopo questo primo attacco è abbastanza inspiegabile per gli standard moderni. Se oggi un capo di stato o un’altra personalità politica importante dovesse scampare ad un attentato verrebbero prese una serie di misure di sicurezza. La visita, ad esempio, verrebbe interrotta, il politico verrebbe portato al sicuro e la polizia comincerebbe immediatamente a cercare tra la folla eventuali altri complici degli attentatori. L’arciduca, invece, continuò la sua visita come nulla fosse, mentre le misure di sicurezza non vennero rafforzate in maniera particolare. Poco dopo l’eplosione, Ferdinando raggiunse il municipio e ascoltò pazientemente il discorso di benvenuto del sindaco. Terminata la visita, senza nessuna precauzione aggiuntiva, Ferdinando risalì a bordo dell’auto e ordinò di farsi portare all’ospedale per visitare i feriti dalla bomba. Rimase sulla stessa auto scoperta, con le strade ingombre di gente, pochi militari, pochi poliziotti a proteggerlo.

Per capire come sia stato possibile per l’erede al trono di uno dei paesi più importanti d’Europa comportarsi in questo modo bisogna cercare di ragionare con la mentalità dell’epoca. Ai membri della classe dirigente era richiesto mostrare una dose di mascolinità che oggi non faremmo molta fatica a definire piuttosto stupida. Pochi mesi dopo il 28 giugno, migliaia di ufficiali di tutti gli eserciti europei vennero uccisi per aver compiuto folli e spesso inutili gesti di coraggio, come guidare a cavallo una carica di fanteria, restare in piedi durante un bombardamento o rifiutarsi di mettersi al riparo dal tiro dei cecchini. Per Francesco Ferdinando, e per molti “gentiluomini” come lui, era semplicemente inconcepibile prendere precauzioni e rinunciare alle proprie abitudini a causa di un pericolo per la propria vita.

Questa noncuranza gli costò la vita. Sulla strada del ritorno il suo autista sbagliò strada. La macchina non aveva la retromarcia, così dovette fermarsi ed essere spinta a mano all’indietro, lungo la strada. Così facendo, la macchina venne portata a pochi passi da dove si trovava Princip, con la pistola affondata nelle tasche della giacca. Princip non dovette fare altro che avvicinarsi di qualche passo per arrivare a pochi metri dall’Arciduca. L’auto era quasi immobile e Princip poté alzare la pistola, mirare con calma e sparare due colpi. Non riuscì a spararne un terzo perché venne sopraffatto dai poliziotti. Uno dei due colpi uccise l’arciduchessa sul colpo. Il secondo colpi l’arciduca al petto, poco sotto il collo. Ferdinando ebbe il tempo di vedere le ferite della moglie e dire : «Sophie per favore, non morire. Devi pensare ai nostri figli», prima di perdere conoscenza lui stesso. Fu un’incredibile fortuna per Princip riuscire a uccidere due persone con soltanto due colpi sparati dalla sua piccola pistola.

Dopo l’assassinio
Princip e Čabrinović furono in un certo senso fortunati, anche se per breve tempo. I loro tentativi di suicidio non andarono a buon fine. La polizia li salvò dal linciaggio della folla e, visto che erano entrambi minori di 20 anni, non vennero condannati a morte, ma soltanto a vent’anni di prigione. Morirono di tubercolosi in carcere, il primo nel 1918 e il secondo nel 1916. Andò peggio a numerosi contadini e altri sospetti che nei giorni successivi vennero arrestati da miliziani e paramilitari in tutta la Bosnia e negli altri possedimenti slavi dell’impero. Mentre Princip e Cabrinovic subivano un regolare processo, poco più di un centinaio di persone furono impiccati senza tante formalità per il sospetto di essere stati complici dell’attentato.

L’opinione pubblica europea accolse la notizia dell’assassinio con una certa freddezza. Le reazioni più dure furono a Sarajevo, dove diversi edifici che appartenevano a cittadini di origine serba vennero attaccati. A Vienna, il 30 giugno, duecento studenti manifestarono davanti all’ambasciata serba. Per il resto, non ci furono reazioni eclatanti (a parte gli omicidi compiuti dai paramilitari austriaci). I corrispondenti stranieri scrissero che dopo l’omicidio a Vienna non si respirava un’atmosfera di lutto e che l’opinione della “gente della strada” era che per l’omicidio non valeva la pena scatenare una guerra. Nel Regno Unito a preoccupare molto di più l’opinione pubblica c’erano una serie di problemi con l’Irlanda. La Francia era concentrata sulle sue turbolente faccende interne: tra il 1911 e il 1914 si erano succeduti sette governi diversi.

In questa scarsità di interesse c’entrava anche il fatto che all’epoca gli omicidi di personalità importanti per opera dei terroristi erano considerati fatti, tutto sommato, normali. Siamo abituati a pensare alla nostra come un’epoca particolarmente violenta, ma in realtà sono pochi i momenti storici in cui i terroristi hanno colpito con tanta frequenza come negli anni a cavallo tra la fine del Ottocento e i primi del Novecento. Un breve elenco degli attentati di quegli anni comprende un tentativo di assassinio dell’imperatore tedesco nel 1878, una manciata di attentati allo zar Alessandro II, di cui uno alla fine riuscito nel 1881. Tre diversi attentati a re Umberto di Savoia, di cui l’ultimo riuscito nel 1900. Negli stessi anni vennero uccisi anche un primo ministro spagnolo, un presidente della repubblica francese e il re e l’erede al trono del Portogallo. Per molti europei, quello di Sarajevo fu semplicemente un altro nome da aggiungere ad un elenco già piuttosto corposo.

Ma dietro le quinte della diplomazia internazionale, gli ingranaggi della guerra avevano già cominciato a girare. Pochi giorni dopo l’attentato l’imperatore d’Austria scrisse al suo alleato, il kaiser Guglielmo II, dicendogli che oramai una soluzione pacifica con la Serbia era impossibile. Guglielmo assicurò i diplomatici austriaci che qualunque cosa fosse accaduta avrebbero avuto l’esercito tedesco dalla loro parte. Era ciò che gli austriaci desideravano sentirsi dire: una garanzia che se la Russia fosse intervenuta a proteggere la Serbia, la Germania sarebbe intervenuta contro la Russia. L’esercito non attendeva altro e il governo vedeva nella guerra soltanto un modo rapido per risolvere i numerosi problemi che affliggevano l’impero.

Lo scenario peggiore, quello di una piccola guerra balcanica che si tramutava in una guerra mondiale, sembrava davvero improbabile, almeno dal punto di vista austriaco. Per prima cosa, la Russia avrebbe dovuto decidere di intervenire nonostante la minaccia della Germania. A quel punto la Francia avrebbe dovuto superare tutte le sue divisioni interne e attaccare la Germania per onorare il trattato di alleanza con la Russia. Infine, l’eventualità che sembrava più assurda e remota di tutte, il Regno Unito avrebbe dovuto dimenticarsi dei suoi enormi problemi irlandesi per scendere in campo insieme all’alleato francese. Nel giugno del 1914 sembrava semplicemente assurdo pensare che tutto questo sarebbe potuto avvenire soltanto per un paio di colpi di pistola sparati in una mattina assolata in una piccola città ai confini dell’Europa. Eppure, fu esattamente quello che accadde.

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