• Moda
  • giovedì 19 Giugno 2014

Il capo di American Apparel è stato cacciato

Dov Charney aveva fondato la società e l'aveva portata al successo, ma negli anni era stato più volte accusato di sessismo – per le pubblicità al limite del porno – e anche di violenza sessuale

Con un comunicato pubblicato mercoledì 18 giugno, il consiglio di amministrazione della casa di moda statunitense American Apparel ha comunicato di aver sospeso dalle sue funzioni di Presidente e CEO della società Dov Charney, fondatore del gruppo, e di aver intenzione di licenziarlo non appena i termini contrattuali lo renderanno possibile.

«Il consiglio di amministrazione di American Apparel ha votato per sostituire Dov Charney come presidente del consiglio di amministrazione e gli ha notificato l’intenzione di terminare il suo contratto come presidente e CEO del gruppo. La conclusione del contratto sarà effettiva dopo un periodo di 30 giorni, come specificato dal contratto di lavoro di Dov Charney. Il consiglio, inoltre, sospende con effetto immediato Charney dai suoi ruoli di presidente e CEO della società».

La decisione di licenziare Charney, si legge nel comunicato, è stata motivata da «un’investigazione in alcuni casi di cattiva condotta», ma informazioni più precise al momento non sono state rese disponibili. Allan Mayer, membro del consiglio di amministrazione, ha detto: «Non siamo contenti della decisione ma il consiglio ha ritenuto che fosse la cosa giusta da fare. Dov Charney ha creato American Apparel, ma la società è cresciuta molto e vale più delle singole persone che ci lavorano. Siamo fiduciosi che i giorni migliori della società debbano ancora arrivare».

Charney, racconta il Guardian, aveva fondato American Apparel a Los Angeles nel 1997, dopo aver gestito per qualche anno un piccolo commercio di magliette nella sua città di origine, Montreal, in Canada. In pochi anni la società aveva ottenuto un enorme successo e nel 2004 aveva aperto il suo primo negozio all’estero: a Londra, su Carnaby Street. Nel 2007 American Apparel si era quotata in borsa e da allora Charney ne era stato CEO e Presidente. Oggi la società ha circa 10.000 dipendenti e 249 negozi in venti paesi diversi. Il suo marchio è diventato un’icona dell’abbigliamento, soprattutto tra i giovani, grazie ai suoi capi semplici, colorati, sportivi ma anche a una serie di campagne pubblicitarie ai limiti della pornografia.

Proprio le campagne pubblicitarie, negli anni, hanno causato molti problemi a Charney e alla società: nel 2013 American Apparel era stata accusata da una blogger svedese di sessismo e di «diffondere un’immagine della donna degradante»; quel post, ripreso anche dal sito americano Buzzfeed, aveva ottenuto una certa attenzione. Quella non era stata la prima volta che la società veniva criticata per le sue campagne pubblicitarie, tuttavia Dov Charney aveva sempre rivendicato l’uso del sesso nelle campagne, che erano diventate uno dei tratti distintivi dell’azienda. In molti casi era lo stesso Charney a scattare le foto per le pubblicità e per i cataloghi, a volte anche a casa sua. Nel 2011 una sua ex dipendente aveva accusato Charney di violenza sessuale e di averla tenuta in un appartamento per alcune ore contro la sua volontà forzandola a fare del sesso con lui.

Nonostante il successo del suo marchio, American Apparel è in crisi di vendite e di ricavi da diversi anni: lo scorso gennaio ha comunicato di avere un debito di circa 240 milioni di dollari (176 milioni di euro). Nel comunicato di mercoledì la società ha fatto sapere che il cambio di CEO potrebbe causare problemi nella gestione del debito coi diversi creditori, ai quali verrà chiesta un’eccezione rispetto ai termini dei contratti.