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  • domenica 8 Giugno 2014

Chi si può sposare in Israele?

È un casino: sintentizzando, l'unico matrimonio di fatto riconosciuto è quello religioso, ma anche in questo caso ci sono restrizioni molto severe

Sul sito del movimento Hiddush, un’organizzazione che promuove la libertà religiosa e l’uguaglianza in Israele, è stata pubblicata una mappa del mondo che mostra i paesi in cui la libertà di matrimonio è fortemente limitata, come in quelli compresi nella fascia che va dal Marocco, a ovest, al Pakistan, a est, fino ad arrivare alla Repubblica Democratica del Congo e alla Tanzania a sud. Sono per la maggior parte paesi a maggioranza musulmana, dove vigono tradizioni religiose e culturali rigide e repressive. Nell’elenco, un po’ a sorpresa, c’è anche Israele. Per capirsi: non si parla di matrimoni gay, o comunque non soltanto di quelli. Si parla di matrimoni tra persone di sesso diverso a cui sono comunque imposte “severe restrizioni”.

Il matrimonio nello stato di Israele è una questione piuttosto complessa e discussa che si lega a come il diritto tradizionale ebraico sia o debba essere recepito nel diritto dello Stato. Semplificando, si può dire che quella parte di diritto che riguarda lo status personale è affidato alla tradizione ortodossa e dunque cade sotto la giurisdizione dei tribunali rabbinici, ai quali è affidata la competenza sia dei matrimoni che dei divorzi tra ebrei.

Matrimonio Israele

Va detto, innanzitutto, che su una popolazione israeliana di 7,7 milioni di persone (e che comprende anche i coloni che vivono nella Cisgiordania e a Gerusalemme Est), 5,7 milioni sono ebrei, 1,5 milioni sono musulmani e cristiani e circa 320mila sono classificati come “altri”: sono cioè per lo più persone provenienti dall’ex Unione Sovietica e arrivate in Israele con la cosiddetta “Legge del Ritorno”, che conferiva la cittadinanza israeliana a tutti gli ebrei immigrati.

Matrimonio religioso
Il matrimonio ebraico è basato sul concetto che la famiglia sia la rappresentazione allegorica del Tempio e sia dunque il luogo in cui i figli, scopo primo del matrimonio, possano crescere in un ambiente strettamente ebraico e nel quale tutti i membri osservino i precetti della Torah e lo stile di vita giudaico. Il matrimonio è dunque quasi interamente sotto la competenza delle autorità religiose: l’unione deve essere celebrata con una cerimonia religiosa da un rabbino ortodosso e sotto l’autorità del Gran Rabbinato, la massima autorità religiosa per gli ebrei del paese. Dall’ufficio anagrafe del Gran Rabbinato passano infatti tutte le richieste di matrimonio. Questo significa che gli ebrei non ortodossi e appartenenti ad altre correnti dell’ebraismo devono celebrare l’unione in modo tradizionale (se vogliono che sia riconosciuta dallo Stato). E significa anche che non è previsto il matrimonio interreligioso tra ebrei e non ebrei: l’ebraismo non consente infatti le unioni miste che contribuirebbero, in quella visione, alla distruzione del popolo ebraico.

Tra i matrimoni interreligiosi ci sono diverse combinazioni e gradi di difficoltà. In linea generale, si può dire che un ebreo può sposare un musulmano o un cristiano a patto che si converta all’ebraismo, ma il processo è molto lungo e complesso, si deve svolgere secondo la halakhàh – cioè l’insieme di leggi, linee guida e comandamenti che riguardano tutti gli aspetti della vita umana previsti dalla Torah – e da un rabbino autorizzato o da una Corte rabbinica fedele ai principi della halakhàh. Un principio basilare del giudaismo vuole infatti che l'”ebraicità” del possibile partner matrimoniale sia manifestamente verificabile.

Dal 1960, la Corte Suprema israeliana ha stabilito che le unioni registrate in un paese estero abbiano valore anche nel paese di origine. Molte coppie, soprattutto quelle interconfessionali, hanno dunque aggirato le restrizioni andando a sposarsi fuori da Israele, solitamente nella vicina Cipro. Ma anche questo processo di riconoscimento non è semplice: è anzi piuttosto invadente e sottoposto a severi controlli sul fatto che l’unione sia autentica e non celebrata al solo scopo, ad esempio, di ottenere la cittadinanza. Le coppie devono affrontare interrogatori dettagliati e viene loro chiesto di fornire immagini, lettere e altre prove che attestino la natura del loro rapporto.

Tutto questo sistema – che il quotidiano Haaretz definisce come «monopolio religioso che non ha eguali nelle democrazie occidentali» – rende la condizione delle persone non ebree o il cui status religioso è registrato come “altro” particolarmente difficile. E riguarda ad esempio gli immigrati provenienti dall’ex Unione Sovietica che hanno ricevuto la cittadinanza israeliana perché avevano almeno un genitore o un nonno ebreo, ma che non sono considerati ebrei secondo la definizione ebraica ortodossa che richiede di avere una madre ebrea. Ma riguarda anche chi è nato o vive all’estero che, per sposarsi, deve farsi rilasciare un documento dall’autorità religiosa locale che certifichi l’«ebraicità» (infatti l’autorizzazione finale dipende sempre dal Gran Rabbinato). E riguarda infine chi è figlio di un’unione avvenuta fuori dal matrimonio o incestuosa o chi è figlio o figlia di una donna divorziata, e poi sposata, e il cui divorzio non sia avvenuto secondo il diritto ebraico.

Unioni civili e conversione
Fino a qualche anno fa, in Israele non erano previste le unioni civili. Nel 2010, la Knesset (il Parlamento israeliano) ha approvato una legge che riconosce le unioni civili, ma con forti impedimenti e cioè solo se entrambe le persone che vogliono sposarsi sono registrate come non appartenenti ad alcuna religione. La legge è stata molto criticata perché troppo restrittiva e perché, in pratica, replica la situazione esistente: quella cioè di matrimoni tra persone che appartengono ad una stessa categoria. Secondo il movimento Hiddush, dal 2010 hanno usufruito della nuova legge in media solo 18 coppie all’anno.

Le donne e il divorzio
Per tutti questi motivi spesso in Israele si preferisce la convivenza al matrimonio. E questo perché anche l’eventuale processo di divorzio è piuttosto complicato, deve avvenire in osservanza delle procedure richieste dal diritto ebraico, deve essere gestito dai tribunali rabbinici ed è molto spesso sfavorevole alle donne che di fatto subiscono pesanti discriminazioni. Il divorzio è visto perlopiù come una concessione data dall’uomo alla donna che rischia dunque di rimanere legata e dipendente dalla concessione stessa. Nel caso in cui il marito scompaia senza lasciare prova della sua morte, oppure abbandoni la moglie rifiutando però di concederle il divorzio, la donna diviene una agunah, cioè una donna che non potrà più sposarsi.

Negli anni ci sono state diverse proposte di legge per modificare questa complessa situazione. Nel 2011, ad esempio, era stato proposto un disegno di legge che avrebbe permesso agli israeliani di scegliere fra il matrimonio civile o quello religioso, ma poi era stato bocciato dalla Knesset. Attualmente è stato presentato un altro disegno di legge e, scrive Haaretz, sarà discusso durante la sessione estiva del parlamento.