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  • venerdì 16 Maggio 2014

Perché Jill Abramson ha fatto bene al New York Times

Ha indebolito la cultura sessista di una delle redazioni americane più maschiliste, scrive Slate: per molte redattrici «lei era tutto»

di Amanda Hess - Slate

«Ogni direttore si appoggia sulle spalle degli altri», disse Jill Abramson alla redazione del New York Times quando fu nominata direttrice del giornale nel settembre 2011. Ma non tutte le spalle sono le stesse. Durante il suo primo incontro con la redazione, Abramson riconobbe i meriti di diverse donne che le avevano aperto la strada, come la giornalista Nan Robertson, l’allora CEO del Times Janet Robinson e l’editorialista – e amica di lunga data – Maureen Dowd.

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Mentre la redazione del Times digeriva il discorso di Abramson, alcune giovani giornaliste realizzarono che non avrebbero potuto trovarsi in un gruppo più solido di colleghe. Su loro iniziativa formarono l’”Old Girls Club”, che si incontrava occasionalmente per rafforzare i rapporti tra le donne più giovani del giornale, che nel frattempo erano diventate circa quaranta. L’”Old Girls Club” invitò a partecipare agli incontri anche Abramson, che inaspettatamente accettò. Si presentò in un bar rumoroso di Manhattan, rispondendo a ogni singola domanda che le fu posta e raccontando divertenti aneddoti su come aveva imparato a trattare con gli uomini che proiettavano i loro pregiudizi sul suo lavoro. Una donna del New York Times mi ha detto: «È stato incredibile il modo in cui Abramson si è presa del tempo per chiacchierare con noi, senza alcuna particolare formalità». Più tardi Abramson diede un’intervista a Current TV in cui disse di essere stata ispirata lei dall’incontro con le donne del New York Times. «Jill Abramson è stata ispirata da noi? È stata una grande sorpresa, è stato emozionante sentirlo dire».

Quando mercoledì Abramson è stata licenziata inaspettatamente dal New York Times – 17 anni dopo essere arrivata al giornale, e solo due anni e mezzo dopo aver cominciato a dirigerlo – i giornalisti che si occupano di media hanno scritto che lei, come prima direttrice donna nei 160 anni dalla nascita del giornale, ha fatto la storia. Ma non si tratta solo di questo: diverse donne che hanno lavorato con lei mi hanno riferito che il breve periodo in cui Abramson è stata a capo del New York Times – un’istituzione dominata dagli uomini – ha trasformato il giornale stesso. Da quando se n’è andata, diversi critici di Abramson hanno detto che la redazione del New York Times la descriveva come “polarizzante”, “un po’ stronza” e “difficilmente avvicinabile”. Ma per molte donne del New York Times Jill Abramson era tutto.

Il New York Times è un giornale dove la maggior parte dei giornalisti uomini si occupa di settori – politica, media, sport, cose militari, le arti – che sono guidati per la stragrande maggioranza da uomini. Con la nomina di Abramson, il New York Times ha adottato per la prima volta una prospettiva femminile e le donne della redazione hanno risposto immediatamente. Una giovane donna del Times mi ha detto: «Tra le donne che lavorano qui è molto apprezzato il fatto che un’altra donna diriga il giornale. Simbolicamente è molto importante. Siamo possessive nei confronti di Jill, e orgogliose di lei. […] Eravamo molto curiose di sapere cose su di lei e capire come era arrivata lì, in mezzo a tanti caporedattori uomini. Potrebbe essere solo la mia immaginazione, ma mi sento come se fossi legata a lei in un modo che non avevo vissuto con altri capi uomini».

Le cose che Abramson disse delle donne del Times non erano dichiarazioni di facciata. Abramson si impegnò a aumentare il numero delle donne nel giornale, ottenendo anche buoni risultati. Nel solo 2013 Abramson sostituì David Leonhardt con Carlyn Ryan a capo della redazione di Washington, e Sam Sifton con Alison Mitchell a capo della redazione weekend. Affidò anche la direzione della Sunday Book Review a Pamela Paul (togliendola a Sam Tanenhaus), che da allora ha fatto enormi passi avanti nel rappresentare e raccontare sia le donne autrici che le donne critiche letterarie. Abramson nominò anche la giornalista Tanzina Vega come corrispondente per trattare temi razziali ed etnici, e riuscì a far arrivare al New York Times la nota giornalista Nikita Stewart che prima lavorava al Washington Post. «È una cosa di cui andare orgogliosi», ha detto Abramson al “public editor” del New York Times Margaret Sullivan, relativamente al raggiungimento di eguaglianza di genere tra i caporedattori di più alto livello del giornale. (E Sullivan, che è stata nominata anch’essa durante il mandato di Abramson, è la prima donna a ricoprire quella posizione al New York Times).

Invece di accontentarsi degli obiettivi raggiunti, Abramson disse a Sullivan che il suo obiettivo per il 2014 era ottenere risultati simili nel giornale per quanto riguarda la diversità di etnia. (Ironicamente, la sua partenza aiuterà probabilmente a raggiungere questo obiettivo. Il suo sostituto, Dean Baquet, è il primo direttore nero della storia del Times). Per il momento la proporzione uomini-donne nella redazione che si occupa della pagina delle opinioni – che non rientra nel campo di gestione del direttore del giornale ed è guidata da Andrew Rosenthal – è bloccata a un triste 10-2 a favore degli uomini.

La presenza di Abramson ha permesso a una nuova generazione di donne del New York Times di prospettare un possibile futuro da leader nel giornale, e ha aiutato ad abbattere l’approccio maschilista che era stato adottato fino a quel momento nella copertura delle notizie. Alcune delle più grandi storie raccontate negli ultimi tre anni sotto la gestione di Abramson sono state scritte da donne. Jodi Kantor, incaricata di seguire famiglia Obama, si è occupata di storie di donne che hanno vissuto la campagna elettorale in maniera più defilata, come le figlie Sasha e Malia e la finanziatrice Penny Pritzker. La giornalista Andrea Elliot ha descritto la situazione dei senzatetto in America dalla prospettiva di Dasani, una bambina di soli 12 anni. Il tema del cancro al seno è finito in prima pagina del Times con un’immagine che prima non sarebbe rientrata nei rigidi standard di “decenza” del giornale.

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Abramson organizzò anche un incontro con le donne del New York Times per discutere di come il giornale avrebbe dovuto occuparsi di donne. Ne vennero fuori spunti eccellenti, tra cui quello da cui si sviluppò l’inchiesta di Amy O’Leary sulle molestie sessuali virtuali, nel 2012. Non è che in precedenza, sotto altri direttori, non fossero mai stati trattati temi del genere: ma il fatto che l’inchiesta fosse scritta da una donna – e basata sulla storia di altre donne – era qualcosa di diverso, che ha fatto sentire molte donne del New York Times molto valorizzate.

Questo non significa che la gestione della redazione di Abramson avesse un’impronta marcatamente “femminista”. Nikki Usher – docente alla George Washington University che ha pubblicato nel 2014 uno studio etnografico della redazione del New York Times, dopo avere passato cinque mesi a osservarne il lavoro – mi ha detto: «Non penso che Abramson avrebbe mai visto se stessa fare qualcosa di esplicitamente “femminista”, ma di fatto lo faceva. Jill aveva anche l’abilità di lavorare bene con gli uomini». Secondo Usher, che ha continuato a studiare il New York Times e ha intervistato Abramson in diverse occasioni per il suo lavoro, «lei [Abramson, ndr] era interessata ai nuovi mezzi della tecnologia come nessuno lo era stato fino a quel momento al New York Times. Quando si parlava di tecnologia, lei era praticamente uno di quei ragazzi – odio gli stereotipi e trovo terribile usarli – ma lo era per davvero».

Niente di tutto questo finì nell’articolo di Dylan Byers pubblicato su Politico nell’aprile del 2013, relativo alla gestione del New York Times di Abramson. Byers citava alcuni membri anonimi della redazione che descrivevano Abramson come “testarda”, “altezzosa”, “difficile”, “impossibile”, “irragionevole”, “incurante dei colleghi”, una donna “non carismatica di natura”, oltre che “con una voce come un clacson”. (Giudicato sessista quando fu pubblicato, l’articolo di Byers è stato molto ripreso dopo il licenziamento di Abramson) Diverse donne del New York Times mi hanno detto che alcune delle affermazioni nell’articolo di Byers erano esagerazioni di suoi veri difetti. Ma si sono anche premurate di elencare le sue altre qualità: lealtà, calore umano, brillantezza e uno straordinario gusto, tra le altre cose.

Molti credono che la narrazione nata attorno la figura di Abramson abbia in qualche modo ricordato alle donne del New York Times delle volte che la loro carriera è stata descritta in maniera caricaturale o sessista, e che le abbia spinte a diventare ancora più protettive nei confronti della loro direttrice. Certamente il breve periodo di Abramson alla direzione del New York Times non è stato accompagnato da una totale equità di genere nel giornale: «Ho lavorato in molti posti, ma nessuno mi è sembrato più sessista del New York Times», mi ha detto una giovane donna della redazione, che ha aggiunto: «C’è ancora un “Old Boys Club” molto forte qui. È difficile da definire con precisione – è un tipo sgradevole di sessismo che non sai bene come affrontare».

Per essere chiari: nessuno dice che Abramson è stata una dirigente perfetta, nemmeno le persone che più apprezzavano il suo lavoro. Alcuni dicono che ora non è il momento per parlare dei suoi errori. E ci sono centinaia di persone che lavorano al Times con cui non ho parlato. E non sappiamo ancora esattamente cosa abbia portato al suo licenziamento; è anche possibile che lei abbia delle colpe. Ma a parte le sue colpe – tutti i capi ne hanno – Abramson ha indebolito la cultura sessista che c’è al New York Times, e anche le donne a cui lei non è mai piaciuta personalmente la rispettano per questo.

© Slate 2014