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  • mercoledì 30 aprile 2014

La lunga esecuzione di Clayton Lockett

Un condannato è morto dopo tre quarti d'ora di agonia, probabilmente per via di un problema col sedativo: un'altra esecuzione è stata sospesa e rinviata

Martedì 29 aprile in un carcere dell’Oklahoma, negli Stati Uniti, erano previste le esecuzioni per la condanna a morte di due uomini: Clayton Lockett, 38 anni, e Charles Warnerin, 46 anni. Il primo era stato condannato alla pena capitale nel 2000 per aver stuprato e ucciso una giovane donna che aveva rapita, picchiata e sepolta viva; il secondo era stato condannato nel 1997 per lo stupro e l’omicidio di una neonata di 11 mesi, figlia della sua compagna. Delle due esecuzioni, ne è stata però eseguita solo una: dato che le cose non sono andate come previsto la seconda – che avrebbe dovuto svolgersi due ore più tardi – è stata sospesa e rimandata.

Entrambe le esecuzioni dovevano essere eseguite seguendo una procedura che non era mai stata utilizzata prima e che prevedeva l’iniezione di tre diverse sostanze ai condannati: un sedativo (midazolam), un agente paralizzante (vecuronio bromuro) e del cloruro di potassio in dose letale per fermare il battito cardiaco. Il primo prodotto è stato somministrato alle 18.23 ora locale: dieci minuti dopo Clayton Lockett è stato dichiarato “privo di sensi”. Gli sono state iniettate dunque le altre due sostanze. Poco più tardi, però, Clayton Lockett ha cominciato a contorcersi, a respirare a fatica, a stringere i denti e a cercare di alzarsi.

 

I testimoni che assistevano all’esecuzione (compresa una giornalista di Associated Press che ha fornito diversi dettagli su Twitter dopo l’uscita dalla camera di esecuzione) hanno detto che l’uomo ha anche pronunciato alcune parole. Un agente del personale carcerario si è affrettato a quel punto a tirare le tende per evitare che i testimoni potessero assistere a quello che stava accadendo nella camera di esecuzione. Un medico ha esaminato il corpo di Clayton Lockett e il punto dove era stata fatta la prima iniezione, scoprendo che la vena era scoppiata impedendo al sedativo ad agire in modo corretto. Questa è stata la spiegazione ufficiale fornita dal direttore delle carceri dell’Oklahoma, Robert Patton, che ha precisato che quel che è accaduto non è dipeso dai farmaci, ma dal loro metodo di somministrazione.

Il New York Times spiega che, senza l’effetto del sedativo, gli altri due prodotti hanno provocato «soffocamento e dolori atroci». «È stato molto difficile da vedere. Sembrava una tortura», hanno detto all’uscita della camera di esecuzione gli avvocati di Clayton Lockett. L’uomo è morto per un attacco di cuore alle 19.06, quasi tre quarti d’ora di agonia dall’inizio dell’esecuzione. La seconda condanna, inizialmente prevista due ore più tardi, è stata rimandata di quattordici giorni. Il governatore dello Stato dell’Oklahoma, Mary Fallin, ha chiesto «un riesame completo della procedura». Non è la prima volta che si verifica un episodio di questo tipo durante un’esecuzione negli stati americani. Lo scorso gennaio, in Ohio, Dennis McGuire, un uomo di 53 anni condannato nel 1994 per lo stupro e l’uccisione di una ragazza ventiduenne, allora incinta, aveva impiegato circa 25 minuti a morire agonizzando dopo l’iniezione.

Da tempo si discute negli Stati Uniti dei farmaci utilizzati per le esecuzioni delle pene capitali. Fino al 2011 si utilizzava una singola iniezione di pentobarbital, un efficace sedativo usato da solo oppure contenuto in un composto di altre due sostanze – un agente paralizzante e una per fermare il battito cardiaco – e prodotto dalla casa farmaceutica danese Lundbeck, che non aveva mai causato problemi di questo tipo. Nel 2011, però, la società decise di interrompere la vendita della sostanza agli stati americani che la utilizzavano durante le esecuzioni capitali. E secondo il Death Penalty Information Center, un’associazione non profit che si oppone alla pena di morte, a partire dal 2010 molte altre aziende farmaceutiche hanno cominciato a opporsi all’utilizzo dei propri farmaci durante le esecuzioni. Molti stati americani hanno dunque dovuto affrontare il problema di trovare soluzioni alternative facendo ricorso a miscele che in alcuni casi non sono state approvate a livello federale o di cui molto spesso non si conosce la provenienza.

Il New York Times riporta che la miscela utilizzata martedì per Lockett era stata utilizzato solo una volta in Florida nel 2013 e in una dose cinque volte superiore. Scrive inoltre che l’Oklahoma non ha voluto fornire alcuna informazione sull’origine di questi prodotti. Gli avvocati dei due condannati hanno detto che la mancanza di informazioni sui fornitori ha reso impossibile sapere se i farmaci fossero sicuri ed efficaci e hanno messo in dubbio la dichiarazione iniziale del medico sul fatto che Lockett fosse incosciente dopo la prima iniezione. I funzionari del carcere sostengono che i farmaci sono stati ottenuti legalmente da farmacie autorizzate a livello federale e che non erano scaduti, rifiutando però di identificarle, ma gli avvocati hanno anche spiegato che senza un’indagine indipendente sarà difficile stabilire che cosa è realmente accaduto.

In marzo, entrambi i condannati avevano chiesto ripetutamente attraverso i loro avvocati informazioni più precise sulle sostanze che sarebbero state loro iniettate, ottenendo anche, grazie a una prima sentenza che aveva dichiarato incostituzionale il divieto di conoscere la composizione e la provenienza dei farmaci, un rinvio e una sospensione a tempo indeterminato delle esecuzioni. Il 22 aprile, però, la Corte Suprema dell’Oklahoma aveva infine dichiarato che i due uomini «non avevano diritto ad avere queste informazioni». L’avvocato di Charles Warner, poco prima delle esecuzioni, aveva detto: «Nonostante le nostre ripetute richieste, lo Stato rifiuta ancora di fornire informazioni sull’origine, la purezza, i test e le prestazioni dei prodotti che verranno utilizzati. Noi non sappiamo nemmeno se i prodotti sono stati acquistati legalmente».

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