Il Senato ha approvato la riforma delle province

Con 160 voti favorevoli, 133 contrari e 3 astenuti: ora il Ddl tornerà alla Camera per essere convertito in legge (non si tratta di una "abolizione”, per il momento)

Mercoledì 26 marzo il Senato ha approvato – con 160 voti favorevoli, 133 contrari e 3 astenuti – il disegno di legge Delrio sulla riforma delle Province, su cui il governo aveva posto la fiducia. Ora il Ddl tornerà alla Camera per essere convertito definitivamente in legge. Martedì la votazione sugli emendamenti al Ddl si era svolta con qualche difficoltà: in commissione Affari Costituzionali era passato un emendamento dell’opposizione, ne era stato bocciato uno del relatore di maggioranza che fissava un tetto all’indennità dei presidenti, e la richiesta di bocciatura presentata dal M5S era stata respinta per pochi voti (solo quattro). Visto lo scarso margine con il quale la maggioranza aveva evitato l’approvazione della pregiudiziale, il Consiglio dei ministri si era riunito a Palazzo Chigi e aveva posto la questione di fiducia sul testo Delrio.

La riforma, in breve
Lo scorso 21 dicembre – quando il presidente del Consiglio era Enrico Letta – la Camera aveva approvato il Ddl 1542, il cosiddetto “Ddl Delrio”, dal nome dell’allora ministro per gli Affari regionali e attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Graziano Delrio. Il Ddl era stato approvato con i voti favorevoli di PD, Scelta Civica e NCD, SEL aveva votato contro, mentre Lega Nord, M5S e Forza Italia avevano abbandonato l’aula tentando di far mancare il numero legale sul provvedimento.

Il Ddl, in sostanza, stabilisce che i consigli e le giunte provinciali saranno aboliti e sostituiti da assemblee di sindaci del territorio della vecchia provincia (non ci saranno quindi più elezioni, presidenti di provincia, giunte e assemblee provinciali). Le funzioni di questa nuova assemblea riguarderanno aree per cui in precedenza erano competenti le province, come l’edilizia scolastica (ma ci torneremo tra poco) e le strade. Il Ddl prevede inoltre l’istituzione delle città metropolitane che si sostituiranno alle province dal primo gennaio 2014 e nuove regole per la fusione dei comuni.

Nonostante circoli molto la parola “abolizione”, il Ddl Delrio non basta ad abolire le province, ma rivede funzioni e competenze degli enti provinciali in vista di una futura soppressione per la quale è necessaria una modifica della Costituzione. Maggioranza e opposizione starebbero cercando dunque in queste ore un accordo per chiedere la calendarizzazione urgente di un Ddl costituzionale per eliminare tutti i riferimenti alle province dalla Carta. Il testo farebbe riferimento a quello depositato dai parlamentari del M5S Vito Crimi al Senato e Danilo Toninelli alla Camera.

Che cosa  è successo ieri
Contro il Ddl Delrio, il M5S (con l’appoggio di SEL) ha presentato una pregiudiziale di costituzionalità che nel pomeriggio di ieri è stata respinta per soli 4 voti: i sì sono stati 112, i no 115 con una sola astensione, che al Senato vale voto contrario. Un margine molto basso, dato che la maggioranza che diede fiducia al governo Renzi fu di 169 senatori e dato che all’opposizione c’erano 17 assenti di Forza Italia. Paolo Romani, di Forza Italia, ha detto: «Oggi abbiamo perso la straordinaria occasione di bloccare il Ddl Delrio a causa dell’assenza di alcuni colleghi, un episodio spiacevole».

Nella mattinata di ieri, inoltre, governo e maggioranza sono andati in minoranza in commissione Affari Costituzionali su due emendamenti: è infatti stata approvata una norma proposta da Sel che restituisce alle Province le competenze sull’edilizia scolastica ed è stato bocciato l’emendamento del relatore al Ddl Francesco Russo, del Pd, che fissava un tetto alle indennità dei presidenti delle Province che prevedeva non fosse superiore a quella del sindaco del Comune capoluogo. Determinante, in entrambi i casi, è stata l’assenza dell’ex ministro Mario Mauro che ha definito la sua assenza “politica” e ha dichiarato: «Il Ddl Delrio manca di una cornice costituzionale».

Foto: Graziano Delrio, mercoledì 26 marzo 2014 (Fabio Cimaglia/LaPresse)