La crescita della musica in streaming

L'Economist prova a capire chi ci guadagna e chi ci perde dai servizi come Pandora e Spotify, e se sono una buona notizia per l'industria discografica

Secondo il rapporto annuale della Federazione Internazionale dell’Industria Fonografica (IFPI), pubblicato martedì 18 marzo, nel 2013 l’industria musicale ha generato ricavi per un totale di 15 miliardi di dollari, il 4 per cento in meno rispetto all’anno precedente (in cui invece aveva fatto registrare un lieve aumento rispetto al 2011). Da molti anni analisti e commentatori cercano di spiegare i motivi di un generale – ma non omogeneo – declino dell’industria discografica, proponendo possibili contromisure e soluzioni alternative di fruizione della musica.

Un articolo dell’Economist racconta una recente e interessante declinazione della vendita di musica digitale, che al momento sembra incontrare il favore del pubblico e promettere buoni margini di guadagno per chi produce e diffonde musica: i sistemi di diffusione della musica in streaming, come Spotify o Deezer, e le stazioni radio virtuali come Pandora.

La differenza sostanziale rispetto all’ascolto tradizionale del formato digitale è che gli utenti non possiedono più materialmente la musica che ascoltano nella loro collezione di file mp3: hanno accesso a una collezione online di 20-30 milioni di canzoni messa a disposizione dietro il pagamento di un abbonamento periodico o gratuitamente (e in questo caso l’utente accetta l’inserzione di messaggi pubblicitari durante l’ascolto). Questa tendenza è stata principalmente favorita dalla diffusione di smartphone e dispositivi portatili e di connessioni internet sempre più veloci.

Altri servizi di musica in streaming come Pandora (che ha 76 milioni di utenti e non è disponibile in Italia) implementano un algoritmo che considera diversi parametri musicali e suggerisce all’ascoltatore le canzoni in base ai suoi gusti musicali: l’utente può di volta in volta segnalare se la canzone gli è piaciuta oppure no, e questo permette all’algoritmo di apprendere nuove informazioni in modo da proporre – almeno teoricamente – musica via via sempre più gradita. Anche YouTube introdurrà nei prossimi mesi un servizio di musica in streaming a pagamento. Le formule sono varie e complesse ma, in genere, le etichette discografiche guadagnano una percentuale per ogni singolo ascolto di una canzone.

L’Economist calcola che il business della musica in streaming possa contare attualmente su circa 18 milioni di utenti che pagano un abbonamento, e molti di più sono quelli che utilizzano il servizio gratuito: nel 2013 i servizi di streaming musicale basati sul modello combinato – registrazioni gratuite e sottoscrizioni a pagamento – hanno fatturato complessivamente più di un miliardo di dollari (oltre il 50 per cento in più rispetto al 2012), e il calcolo non considera i 590 milioni di dollari di incassi delle stazioni radio virtuali, in crescita del 28 per cento rispetto al 2012. Negli Stati Uniti (che rappresentano il mercato più ampio) il 21 per cento dei guadagni dell’industria musicale deriva dalla musica in streaming, che cresce a un ritmo più veloce rispetto al calo delle vendite di CD.

Secondo l’Economist, il modello dello streaming musicale è alla base del successo di decine di servizi che hanno permesso di ampliare, e rendere più competitivo, il mercato della musica digitale, in cui fino a qualche anno fa dominava iTunes di Apple con il modello dei download a pagamento. Questo ha permesso anche di restituire, almeno in parte, potere contrattuale alle grandi etichette discografiche – Universal, Warner e Sony – ma anche le etichette indipendenti ci hanno guadagnato: alcune di queste hanno raddoppiato le vendite che avevano soltanto con i CD. «Stiamo anche ottenendo guadagni in mercati in cui non avevamo mai avuto una presenza materiale, come in Brasile», ha detto Fredrik Ekander, manager dell’etichetta svedese Cosmos.

Lo streaming musicale sembra anche aver permesso di esplorare e trarre profitto da un mercato abitato dai “nostalgici” della musica, interessati all’ascolto di musica più datata. La musica venduta su supporti materiali come CD e vinili è per più di due terzi musica “nuova”, scrive l’Economist; invece su Deezer, per esempio, le nuove uscite rappresentano soltanto un terzo della canzoni trasmesse in streaming.

Economist Con la musica in streaming il meccanismo dei ricavi per le case produttrici è profondamente diverso rispetto al passato. I servizi pagano alle etichette discografiche mediamente tre decimi di centesimo ad ascolto, e con i servizi di radio streaming ancora meno; sembrerebbe pochissimo, ma in verità alla fine si tratta di grandi volumi – scrive l’Economist – perché i fan sono capaci di ascoltare una singola canzone anche centinaia di volte. E c’è un altro dato significativo: i sottoscrittori di un abbonamento di musica in streaming pagano per il servizio circa 120 dollari all’anno, che è più del doppio di quanto spende mediamente in acquisto di musica un consumatore americano.

Tutti felici? No. Nei mercati in cui il download legale è più o meno stabile, come nel Regno Unito e negli Stati Uniti, i manager dell’industria discografica hanno espresso preoccupazione riguardo la possibilità che i servizi di musica in streaming possano danneggiare il mercato dei download. A queste preoccupazioni Will Page, un economista che lavora a Spotify, ha risposto così: «Metà della popolazione in Occidente spende zero, per la musica: non puoi cannibalizzare zero”.

Il mercato della musica in streaming ha spinto gli investitori a versare in questo business più di un miliardo di dollari dal 2009 a oggi. Molti di loro, scrive l’Economist, ritengono che si tratti di un mercato destinato a crescere ulteriormente non appena le aziende riusciranno ad aumentare il numero di clienti che pagano un abbonamento – finora pochi punti percentuale del totale – e a spingere almeno una parte dei milioni di utilizzatori del servizio gratuito a convertire la loro sottoscrizione.

Alcuni artisti hanno criticato il modello di pagamento proposto da Spotify, ritenendolo inadeguato. Il caso più celebre è stato quello di Thom Yorke, cantante e leader dei Radiohead, che disse di Spotify: «è l’ultima disperata scoreggia di un corpo morente». Negli ultimi giorni, invece, è diventato famoso il caso dei Vulfpeck, un gruppo musicale di Los Angeles che ha dimostrato di avere una certa familiarità con il meccanismo economico del servizio: ha chiesto ai suoi fan di ascoltare in streaming l’ultimo album – Sleepify, composto da dieci tracce di silenzio assoluto – mentre dormono, in modo da generare grandi guadagni che consentano alla band di autofinanziarsi il prossimo tour.