• Mondo
  • mercoledì 19 Marzo 2014

Che fine ha fatto Sirhan Sirhan

L'assassino di Bobby Kennedy compie oggi 70 anni: da 45 è in carcere e dice di non ricordare nulla

Mercoledì 19 marzo 2014, Sirhan Bishara Sirhan ha compiuto settant’anni. Alla fine di novembre 2013 è stato trasferito in una prigione nella contea di San Diego, vicino al confine con il Messico: Sirhan è in carcere da 45 anni per l’omicidio del senatore Robert F. Kennedy, già attorney general – l’equivalente del ministro della Giustizia negli Stati Uniti – e consigliere del fratello John F. Kennedy.

“Bobby” Kennedy venne ucciso poco dopo la mezzanotte del 5 giugno 1968, a 42 anni, all’Ambassador Hotel di Los Angeles, dove aveva appena tenuto un discorso ai suoi sostenitori: il 4 giugno aveva ottenuto una vittoria decisiva nelle primarie per diventare il candidato democratico a presidente degli Stati Uniti.

Sirhan Bishara Sirhan era un cristiano palestinese di cittadinanza giordana, che aveva 24 anni al momento dell’omicidio. Era nato a Gerusalemme e viveva da dodici anni negli Stati Uniti, dove si era trasferito con i genitori, prima a New York e poi in California. Aveva problemi mentali e di alcolismo: cominciò a sviluppare una vera e propria ossessione per Bobby Kennedy, nei mesi in cui questi cominciò a farsi strada nella politica americana e verso la nomination presidenziale. La polizia trovò nel suo appartamento un diario in cui esprimeva la sua volontà di “eliminare” Kennedy, in particolare dopo che il candidato alle primarie democratiche aveva espresso il suo sostegno a Israele.

La notte del 5 giugno, mentre Kennedy lasciava il palco nel salone dell’Ambassador e attraversava le cucine per andare a un incontro con i giornalisti, Sirhan si fece largo tra la folla che stava seguendo il senatore e sparò quattro colpi, tre dei quali colpirono Kennedy. Il primo, alla testa, venne sparato da pochi centimetri di distanza con il piccolo revolver calibro 22 di Sirhan, che venne presto bloccato a terra da parecchie persone.

Il processo a Sirhan fu molto breve: meno di un anno dopo l’omicidio, il 23 aprile 1969, una giuria di Los Angeles condannò a morte Sirhan. Durante il processo, Sirhan ammise di aver sparato a Kennedy, come aveva fatto molte volte nei giorni successivi all’omicidio. Disse, tra le altre cose, di averlo fatto «per il mio paese» e dopo aver detto di essere colpevole davanti al giudice si lanciò in una critica della politica statunitense in Medio Oriente. Più tardi ripetè di avercela con il senatore per il suo sostegno allo stato di Israele.

In quel periodo, in California, le esecuzioni delle condanne a morte erano sospese, e nel 1972 la Corte suprema dello stato la dichiarò incostituzionale. Venne reintrodotta dopo pochi mesi, ma nel frattempo la sentenza di Sirhan era stata tramutata in ergastolo con la possibilità di uscire grazie alla condizionale. Secondo la legge della California, Sirhan ha diritto a una udienza ogni cinque anni per valutare la condizionale. Per molto tempo ha detto di non ricordare nulla dell’omicidio di Kennedy, mentre passava anni nel sistema carcerario della California, tra cui le famose carceri di San Quentin e di Corcoran. Nel marzo del 2011 un tribunale ha negato la possibilità di uscire dal carcere a Sirhan per la quattordicesima volta.

Durante l’udienza, l’attuale avvocato di Sirhan – William Francis Pepper, convinto sostenitore di diverse teorie del complotto – ha sostenuto che il suo assistito venne “manipolato” e “ipno-programmato” prima dell’omicidio, in cui non avrebbe agito da solo: nelle settimane successive disse che c’erano molte prove di una manipolazione delle prove per incastrare Sirhan e di un coinvolgimento di altre persone, mai identificate. Le dichiarazioni di Pepper – che provò a dimostrare l’innocenza anche di James Earl Ray, condannato per l’omicidio di Martin Luther King – sostengono in parte le numerose teorie del complotto che continuano a occuparsi della morte di Bobby Kennedy.

Sirhan Sirhan (a destra) e William F. Pepper durante l’udienza per la libertà condizionata del 2 marzo 2011.
Foto: AP Photo/Ben Margot, Pool