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  • martedì 11 Marzo 2014

L’eredità di Ibrahimovic

Il calciatore più spaccone e individualista in circolazione sta cambiando? Secondo Daniele Manusia sì, e c'entra il confronto con un altro grande campione svedese

Daniele Manusia ha scritto sulla rivista online Ultimo Uomo una specie di biografia comparata dei due più forti attaccanti svedesi degli ultimi vent’anni, Zlatan Ibrahimovic e Henrik Larsson. Ibrahimovic e Larsson potrebbero essere raccontati come due giocatori e persone opposte. Ibrahimovic è considerato da molti una specie di caricatura estremizzata del calciatore moderno: ha girato molte squadre senza mai restare più di due o tre anni nella stessa, prende uno stipendio gigantesco ed è in grado di giocare praticamente da solo, grazie a un talento fenomenale. Larsson è stato un ottimo attaccante – con la fama di essere uno che coinvolgeva molto i suoi compagni – ed è stato soprattutto una bandiera del Celtic Glasgow, la squadra scozzese più forte e famosa. Secondo Manusia, in questi ultimi anni della sua carriera – ha 32 anni – Ibrahimovic sta provando a dare un’immagine diversa di sé: ad avvicinarsi in qualche modo, non è chiaro se volutamente o no, ai modi e all’atteggiamento di quello che considera una specie di mito, e cioè Larsson.

LEGACY
Ho l’impressione che Zlatan Ibrahimović si stia pentendo. Che abbia dei rimorsi. Mi rendo conto di non poter sapere davvero una cosa del genere, al tempo stesso non mi sembra così sbagliato se penso che, per quanto grande, si tratta comunque di un giocatore a fine carriera. Nel bouquet finale di fuochi d’artificio della sua carriera, durante il quale magari vedremo ancora cose interessanti, dopo il quale però sarà molto difficile per lui manipolare il nostro ricordo.

Credo che a Zlatan non basti entrare a far parte della storia del calcio come, in un’epoca di grandi talenti individuali, quello forse più unico e spontaneo. Quello che meno di tutti avrebbe avuto bisogno di una squadra per esprimere la propria eccezionalità, quello che ha vinto il braccio di ferro tra individuo e collettivo grazie a colpi di scena sempre più spettacolari. È riuscito a rimanere fedele a se stesso nel corso del tempo ma sembrerebbe che abbia già cominciato a pensare al braccio di ferro di lungo periodo, quello con la sua “storicizzazione”. O, per usare un termine più adatto all’ambito sportivo, “legacy”. Si sta mettendo in posa per la nostra foto ricordo, e vuole che tutto sia perfetto.

Zlatan vuole vincere su tutta la linea e per più generazioni. Vuole quello che ha sempre voluto da noi, quello che si è preso a forza: il rispetto. Ma lo vuole in una forma più duratura. È interessante vederlo intervistato dalla BBC, sempre un po’ minaccioso anche da rilassato, generoso come una persona difficile in una giornata di buon umore, e sentirlo dire cose assolutamente sorprendenti tipo: «Penso di essere un tipo che ama fare felici gli altri. Mi metto sempre in secondo piano. Immagina che stia in gruppo, per me è più importante che il gruppo sia felice, piuttosto che io sia felice». Lo dice senza pensarci un secondo, con una naturalezza che fa sembrare la sua risposta la più ovvia che potesse dare. Non possiamo mettere in dubbio il fatto che sia vero, a un livello profondo lo sarà senz’altro, ma esiste un calciatore presente o passato nella cui bocca una cosa di questo tipo suonerebbe strana come in quella di Zlatan Ibrahimović? È come se non stesse dicendo esattamente l’opposto di quello che pensiamo di lui. Come se non dovesse convincerci, come se stesse parlando da solo, simulando un discorso allo specchio. E la cosa veramente strana è che Zlatan sembra sincero.

UN PERSONAGGIO LETTERARIO
Non sono solo convinto che Zlatan Ibrahimović abbia paura di essere ricordato come esempio di individualismo e basta, ma ritengo che potendo tornare indietro farebbe scelte di carriera diverse. Simon Kuper ha parlato della storia di Ibrahimović, quella del figlio di immigrati cresciuto in una periferia europea che diventa capitano della Nazionale, come di una «favola moderna». Sul Financial Times lo ha addirittura paragonato ai personaggi di Philip Roth, ai figli degli ebrei europei immigrati in America all’inizio del secolo scorso. Non si può elevare la storia di un calciatore più di così, più che mettendola sullo stesso piano della Grande Letteratura Contemporanea, e magari Ibrahimović ha anche idea di chi sia Philip Roth, scommetterei però che quando si guarda allo specchio e si prepara i discorsi pensa a Maradona, Cruyff, Best.

È a questo tipo di personaggi a cui si ispira (oggi) e a cui si confronta, sperando di lasciare un ricordo altrettanto indelebile del loro. L’allarme nella mia testa (che mi avverte quando riconosce un disturbo della personalità) è impazzito quando ho letto l’intervista di Ibrahimović allo Scotsman. In cui Zlatan sostiene che qualsiasi calciatore di alto livello vorrebbe finire la carriera ai Celtic Glasgow, con quel pubblico magnifico, e per dare credibilità alla sua affermazione fa il nome di Henrik Larsson: «Henke avrebbe potuto giocare in qualsiasi squadra d’Europa. Dopo aver giocato al Celtic Park, però, capisco perché ha scelto di non muoversi».

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