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  • martedì 11 marzo 2014

Perché gli innocenti confessano

La storia incredibile di una tecnica di interrogatorio – la più usata negli Stati Uniti – che in certi casi spinge i sospettati a confessare reati che non hanno commesso

di Stefano Vizio – @stefanovizio

Il 14 dicembre 1955 Darrell Parker, una guardia forestale del Nebraska, negli Stati Uniti, tornò a casa dal lavoro e trovò sua moglie Nancy morta in camera da letto, legata al letto e con segni di percosse. Parker chiamò la polizia, il medico legale disse successivamente che la donna era stata violentata prima di essere uccisa. Gli agenti interrogarono Parker ma lo rilasciarono subito. Dopo alcuni giorni gli investigatori lo chiamarono al telefono per dirgli che c’erano nuove informazioni, e che era richiesto il suo aiuto con le indagini. Parker andò alla stazione di polizia, fu condotto in una stanza senza finestre e fu presentato a un signore anziano e robusto di nome John Reid.

Fu sottoposto alla “macchina della verità”, un congegno che misura e registra le risposte fisiologiche di una persona mentre parla. Reid iniziò a fargli delle domande. Parker non poteva vedere il movimento degli aghi del macchinario ma ogni volta che rispondeva a una domanda sull’omicidio, Reid gli diceva: stai mentendo. Col passare delle ore, Reid cominciò a proporre a Parker una sua versione dei fatti: il matrimonio tra Parker e la moglie non era felice, perché lei si rifiutava di avere rapporti sessuali con lui, e intanto flirtava con un altro uomo. Reid suggerì quindi che Parker in un raptus l’aveva violentata e uccisa. Dopo nove ore di interrogatorio, nove ore a sentirsi dire che mentiva, Parker crollò e confessò. Il giorno seguente ritrattò, ma durante il processo la giuria decise che era comunque colpevole – basandosi sulla sua confessione – e fu condannato all’ergastolo.

Alla fine degli anni Sessanta, Parker contestò il modo in cui la confessione gli era stata estorta da Reid e la Corte Suprema decise che il processo doveva essere rifatto. Lo stato del Nebraska gli propose la libertà condizionata al posto di un nuovo processo e lui accettò: tornò nell’Iowa e si risposò. Molti anni dopo, nel 1988, un detenuto di nome Wesley Peery morì per attacco di cuore nel penitenziario statale del Nebraska: dopo la morte i suoi avvocati dissero che dieci anni prima aveva confessato l’omicidio di Nancy Parker. Peery era stato sospettato dell’assassinio per un breve periodo, perché la sua macchina era stata vista vicino alla casa della vittima nei giorni precedenti all’omicidio. La polizia lo aveva anche interrogato ma poi lo aveva lasciato andare. Negli anni seguenti Peery era stato condannato per rapina a mano armata, stupro e omicidio, e prima di morire si trovava nel braccio della morte. Aveva consegnato ai suoi legali un manoscritto con la confessione nel 1978, ma per il segreto professionale questi poterono renderlo noto solo dopo la morte del loro cliente. Parker chiese la grazia nel 1991 e la ottenne, ma rimaneva sempre formalmente colpevole dell’omicidio di sua moglie. Nel 2012, infine, ottenne un risarcimento di mezzo milione di dollari dallo stato del Nebraska. Il procuratore generale Jon Bruning disse nella conferenza stampa: «Oggi stiamo riparando il torto fatto a Darrell Parker più di 50 anni fa: in circostanze coercitive, confessò un crimine che non aveva commesso».

Darrell Parker, Dan and Herb Friedman, Jon BruningDarrell Parker, al centro, parla alla conferenza stampa con il procuratore generale Bruning (a destra)
(AP Photo/Lincoln Journal Star, Robert Becker)

Douglas Starr, un professore di giornalismo all’Università di Boston specializzato in giornalismo scientifico, ha raccontato sul New Yorker la storia della “Reid Technique”, la particolare tecnica di interrogatorio sviluppata tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta da quel John Reid che interrogò Darrell Parker, e che ha influenzato – e influenza tuttora – ogni aspetto degli interrogatori condotti dalla polizia americana. Nonostante la sua diffusione e il suo successo, la “tecnica Reid” è stata descritta più volte come coercitiva: in molti sostengono che sia la causa principale del fenomeno delle “false confessioni“, ossia le confessioni fornite da persone che non hanno realmente commesso il crimine di cui sono accusate (esattamente come accadde per Parker). Questi episodi sono relativamente frequenti negli Stati Uniti, ma ci arriviamo.

L’articolo di Starr racconta come andarono alcuni casi in cui, come per Parker, la tecnica di interrogatorio Reid fu adottata con persone innocenti, e di come queste furono ingiustamente condannate. La storia e il funzionamento della tecnica Reid spiegano una cosa strana e apparentemente impensabile: la possibilità che qualcuno arrivi a confessare un reato che non ha commesso, addirittura un omicidio, semplicemente perché interrogato in una certa maniera.

Come nasce la “tecnica Reid”
John E. Reid era un ex poliziotto di Chicago che era diventato esperto nell’uso del poligrafo, cioè la cosiddetta “macchina della verità”, uno strumento inventato nel 1921 che misura le reazioni fisiologiche (come pressione sanguigna, battito cardiaco e respirazione) delle persone a cui vengono poste delle domande, per scoprire se queste stanno mentendo o dicendo la verità.

Leonarde Keeler, Norman J. Lee, Alex GregoryUn modello di poligrafo è testato dal suo sviluppatore, Leonarde Keeler, nel 1948 (AP Photo/Edward Kitch)

La validità scientifica del poligrafo è stata più volte messa in discussione, ma nonostante ciò è ancora utilizzato dalla polizia americana in alcuni interrogatori. Con l’esperienza accumulata negli anni, e con l’aiuto di un altro esperto nel settore di nome Fred Inbau, Reid sviluppò negli anni Quaranta un metodo personale che sembrava all’epoca particolarmente innovativo e “civile”, dato che non prevedeva l’uso della violenza, all’epoca molto diffuso. Reid non trattava i sospetti in maniera brutale, ma sfruttava una sua naturale conoscenza della psicologia umana; ben presto si guadagnò la fama di uno che sapeva come far confessare i criminali. Nel 1947 aveva fondato una società privata che conduceva interrogatori per conto delle forze di polizia e di privati, e iniziò ad avere sempre più clienti, ad assumere nuovi dipendenti e a sviluppare metodi di interrogatorio più sofisticati, che facevano a meno dell’uso del poligrafo. La società si chiamava John E. Reid & Associates, Inc.: esiste ancora e conduce più interrogatori di qualsiasi altra compagnia del mondo. La società sostiene che le persone che addestra riescono a far confessare i sospettati l’80 per cento delle volte. Gli interrogatori condotti con la tecnica Reid sono aumentati notevolmente dopo che nel 1988 gli Stati Uniti hanno approvato una legge che vieta ai datori di lavoro di utilizzare il poligrafo sui propri dipendenti (salvo alcune eccezioni, come nel caso delle società di sicurezza privata). La tecnica Reid fa confessare senza poligrafo.

Come funziona la tecnica Reid
Un interrogatorio condotto con la tecnica Reid si divide in tre parti: l’analisi dei dati, il colloquio e l’interrogatorio.

L’analisi dei dati serve a facilitare e indirizzare il colloquio e l’interrogatorio. Questa fase non arriva all’identità del potenziale colpevole partendo dalle prove, ma procede nella direzione opposta, per induzione: valuta uno per uno le persone sospette per stabilire la probabilità che essi siano o meno colpevoli, confrontando le caratteristiche del reato in questione con la storia e il profilo psicologico dei sospettati. Questo processo serve dichiaratamente per cercare di capire se una persona sia colpevole prima che la stessa sia interrogata.

La fase successiva, il colloquio, viene definito colloquio di analisi corportamentale: al sospettato vengono poste domande non accusatorie e viene registrato il modo in cui questo risponde. Si cerca di capire come la persona reagisce a livello verbale e non verbale alle domande dell’investigatore. Queste hanno lo scopo di ottenere semplici informazioni personali, per verificare come si comporta l’interrogato quando risponde sinceramente. Successivamente le domande diventano più provocatorie, per esempio riguardo l’alibi, per osservare la reazione a questo tipo di stress. In questa fase vengono interrogate sia le persone credute innocenti sia quelle ritenute possibili colpevoli, sulla base dell’analisi dei dati. Le risposte dei primi aiutano gli investigatori a raccogliere informazioni: chi è innocente tende a voler collaborare e può rivelare dettagli e ipotesi utili.

Il principio fondamentale della tecnica Reid è che in questa fase si può capire chi sta mentendo e chi sta dicendo la verità, osservando semplicemente il comportamento non verbale. Chi la insegna sostiene addirittura che il video senza audio di un interrogatorio sia più utile di uno con l’audio, per capire se il sospettato sta mentendo: l’importanza di quello che la persona dice per difendersi è molto marginale. L’investigatore deve decidere dopo il colloquio se la persona sta dicendo la verità o no. I risultati di quest’osservazione vengono confrontati con quelli dell’analisi dei dati, per verificare se corrispondono: se una persona il cui profilo lo rendeva un possibile colpevole dà l’impressione di aver mentito durante il colloquio, stando alla tecnica Reid vuol dire che molto probabilmente è colpevole. In questo caso si procede con l’interrogatorio vero e proprio.

Questo video fa parte di un DVD che illustra la tecnica Reid e spiega nel dettaglio come capire dai segnali non verbali se il sospettato sta mentendo. Il video è prodotto dalla John Reid Associates, Inc. e a spiegare la tecnica è il presidente della società Joseph P. Buckley III. È interessante che lo scopo dei filmati sia mostrare come decifrare i segnali nascosti nel comportamento delle persone sotto interrogatorio, ma tutti gli esempi che compaiono sono recitati da attori (peraltro non troppo capaci). 

Il momento più importante della tecnica Reid è l’interrogatorio. È diviso in nove parti, l’obiettivo è far confessare il sospettato (l’idea di base è: l’obiettivo è sempre far confessare il sospettato, e non scoprire se è innocente o colpevole, poiché a quello servirà eventualmente il processo). Funziona così. Quando l’investigatore si convince che la persona sta mentendo, esce per qualche minuto dalla stanza. Poi rientra e con fermezza dice al sospettato che le indagini provano chiaramente che è colpevole, quindi ora devono cercare di risolvere la cosa insieme. Se prima l’investigatore ascoltava, in questa fase è solo lui a parlare. Se il sospettato nega le accuse, viene zittito.

Per cercare di farlo confessare si usano diversi metodi. Uno dei più efficaci è la minimizzazione. L’investigatore fa credere al sospettato che il reato di cui è accusato è giustificato da varie attenuanti, e sottostima le conseguenze morali del crimini, senza parlare di quelle legali. Nei manuali Reid è prevista una “razionalizzazione” praticamente per ogni tipo di reato. Nella prima edizione, uscita nel 1962, questo era il suggerimento agli investigatori su cosa dire al sospettato di uno stupro.

«Joe, nessuna donna così attraente dovrebbe girare per strada da sola di notte, come ha fatto lei. Perfino oggi ha una scollatura che le fa vedere le tette. È sbagliato! È una tentazione troppo forte, per qualsiasi uomo normale. Se lei non fosse andata in giro vestita così, non saresti in questa stanza adesso»

Nel caso di un furto sul posto di lavoro, le giustificazioni morali proposte dall’investigatore possono essere la paga bassa o le scarse misure di sicurezza presenti in ufficio. Il compito dell’investigatore è anche prevenire ogni possibile obiezione che possa muovere il sospettato, tipo (in questo caso): «Non ruberei mai in ufficio, tengo troppo al mio lavoro!», obiezione cui viene consigliata come risposta: «Andy, io ti credo, e quello che dici non fa che rafforzare quello che penso. So che sei una persona onesta, un gran lavoratore che ha semplicemente commesso un errore. Sicuramente ci sono dei motivi particolari se hai agito così».

Per indurre il sospettato a crollare e confessare, vengono poste domande che danno per scontata la sua colpevolezza: non si chiede «l’hai fatto o non l’hai fatto?» bensì «hai pianificato questo furto, oppure ci hai pensato sul momento?». Nel caso dello stupro, viene consigliato di chiedere: «È la prima volta che capita oppure è successo altre volte?», in modo da porre al sospettato come alternativa a un episodio eccezionale – verso il quale chi conduce l’interrogatorio si pone in maniera empatica – l’accusa iperbolica di essere uno stupratore seriale.

Se la persona interrogata – durante una di queste “trappole” – ammette la propria colpevolezza, l’investigatore cerca prima di ottenere una confessione completa verbale e poi una scritta. In quella scritta, che viene preparata dall’investigatore, viene suggerito di inserire qualche errore che il colpevole correggerà, in modo da dimostrare nel processo che era cosciente di quello che stava firmando.

Controversie e polemiche
Saul Kassin è un docente di psicologia al Williams College, una delle università più prestigiose degli Stati Uniti, e ha dedicato molto tempo allo studio delle false confessioni. Questo fenomeno è molto meno raro di quanto normalmente si pensi: delle 312 persone condannate e poi scagionate dalla prova del DNA nella storia degli Stati Uniti, più di un quarto aveva confessato. Se ci si limita ai 104 casi di omicidio, la percentuale di false confessioni sale al 62 per cento. Negli Stati Uniti le giurie dei tribunali ritengono una confessione una prova schiacciante: quando un sospettato ha confessato, tutte le altre prove – test del DNA, alibi, altre testimonianze — vengono praticamente ignorate. Dal 75 all’85 per cento di chi fornisce una falsa confessione sotto interrogatorio viene successivamente condannato. Almeno in quattro casi una persona che aveva fornito una falsa confessione è stata condannata a morte.

Una delle leggi fondamentali che regola i diritti di chi viene arrestato e interrogato, negli Stati Uniti, è la “Miranda decision“, del 1966. Nel 1963 un ragazzo di nome Ernesto Miranda fu arrestato e accusato di stupro, rapimento e rapina; aveva un passato di instabilità mentale, e fu interrogato senza avvocato. Confessò e la giuria lo condannò a più di vent’anni, basandosi unicamente sulla sua confessione. Miranda si appellò prima alla Corte Suprema dell’Arizona, che gli diede torto, e in seguito alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che invece annullò la condanna, perché la confessione era stata estorta illegalmente. Nel secondo processo Miranda fu nuovamente condannato, ma la decisione della Corte Suprema fu importantissima: stabilì che le persone fermate dalla polizia, prima di essere interrogate, devono essere informate dei propri diritti. Il risultato pratico è la celebre formula «ha il diritto di rimanere in silenzio, tutto quello che dirà sarà usato contro di lei in tribunale». Il testo della “Miranda decision” cita ripetutamente il manuale della tecnica Reid del 1962 come la fonte più autorevole sulle tecniche di interrogatorio in America. È da qui che Kassin apprese dell’esistenza e dell’importanza degli interrogatori Reid.

La prima volta che Kassin lesse il manuale, come ha spiegato in un’intervista a Starr inclusa nell’articolo del New Yorker, pensò: «Mio Dio, questa roba è tipo un pessimo manuale di psicologia! È pieno di asserzioni infondate». Approfondendo gli studi, Kassin si è convinto che la tecnica Reid sia un sistema intrinsecamente coercitivo, perché il rifiuto di chi conduce l’interrogatorio di ascoltare il sospetto cancella in lui le speranze di riuscire a provare la propria innocenza. Nell’interrogato subentrano i ragionamenti a breve termine e la confessione appare come una via di fuga. Per Kassin i motivi che possono spingere una persona a fornire una falsa confessione sono sostanzialmente due: una predisposizione naturale del sospetto, come la giovane età (un problema molto diffuso) o problemi mentali, oppure le pressioni e gli stress subiti durante la detenzione e l’interrogatorio.

Saul Kassin ideò un esperimento per studiare il fenomeno delle false confessioni. Radunò 79 studenti che si disposero (a turno) a coppie a un computer: uno doveva dettare all’altro una serie di lettere da trascrivere. L’esaminatore avvertì chi batteva alla tastiera di non premere assolutamente il tasto Alt, poiché il computer sarebbe andato in crash e si sarebbe dovuta rifare tutta la prova. Il computer però era programmato per bloccarsi automaticamente dopo 60 secondi. Kassin aveva disposto due fattori variabili nell’esperimento: la velocità con cui venivano dettate le lettere (veloce o lenta) e la presenza o meno di un complice che avrebbe accusato il compagno di aver premuto il tasto Alt. Dopo il crash del computer, l’esaminatore chiese infuriato se lo studente avesse premuto il tasto. Gli studenti, secondo Kassin, potevano ammettere la propria colpevolezza in tre gradi diversi: prendendosi la responsabilità, interiorizzando la colpa, costruendo dettagli attorno alla propria infrazione. Nella combinazione dettatura lenta/nessun testimone, il 34,78 per cento degli studenti si prese la responsabilità, ma nessuno interiorizzò la colpa né aggiunse dettagli. Con la combinazione dettatura veloce/finto testimone il 100 per cento firmò la confessione, il 65 per cento interiorizzò la colpa e 35 per cento creò una storia sul come aveva schiacciato il tasto Alt senza farlo apposta. In realtà, solo uno studente lo aveva veramente premuto, involontariamente. Quando Kassin spiegò dopo la verità agli studenti, qualcuno non ci credette e disse che era solo un modo per farli sentire meglio.

Nella prossima pagina, altri esperimenti, e tre storie di false confessioni.
E poi: cosa c’entra True Detective?

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