Cinquant’anni di Mafalda

Concita De Gregorio racconta su Repubblica storie e aneddoti sulla popolare striscia a fumetti e sul suo autore, l'argentino Quino

Mafalda è una delle più popolari strisce a fumetti di sempre, creata e disegnata dall’artista argentino Quino, pseudonimo di Joaquin Salvador Lavado: fu pubblicata per la prima volta il 29 settembre 1964 sul settimanale argentino più importante dell’epoca, Primera Plana di Buenos Aires, e l’Italia è stato il paese in cui è stata tradotta per prima. In un articolo su Repubblica, domenica 2 marzo, la giornalista Concita De Gregorio ha raccontato fatti e aneddoti su Joaquin Lavado e sulla nascita di Mafalda, che fu disegnata per la prima volta quando al giovane Joaquin fu richiesto un fumetto su una famiglia media per la pubblicità di una ditta di elettrodomestici.

Mafalda è una bambina di sei anni, ha genitori qualunquisti, odia la minestra, ascolta i Beatles e con i suoi amici si occupa di grandi avvenimenti: dalla guerra del Vietnam alla fame, dal razzismo alla questione femminista. «Il motivo per cui negli anni la sua forza è rimasta intatta», scrive Concita De Gregorio, «è che le notizie sono cambiate (non c’è più il Vietnam, non c’è lo sbarco sulla Luna) ma il modo della ragazzina di reagire all’insensatezza è lo stesso».

Cinquant’anni. C’è una striscia in cui lei deve rispondere alla domanda di un compito, a scuola. «Se una persona nasce oggi quanti anni avrà fra mezzo secolo?». Risposta: cinquanta. Commento: «Questo fatto che una che nasce dopo di te sia così vecchia è davvero deprimente». Però Quino una volta ha detto: «Non sarebbe mai diventata grande, probabilmente. Sarebbe stata una desaparecida ». Alla fine degli anni Settanta l’avrebbero portata via i militari e sarebbe scomparsa in mare come tutti i ragazzi che sognavano, allora, un mondo più libero e più giusto. L’avrebbero soppressa, e infatti il suo autore l’ha fatta sparire prima. L’ha messa in salvo per sempre. Perché Mafalda, per chi non lo sapesse, è argentina. Di origini andaluse, Spagna, italiana di adozione, ma argentina. Come Borges e Maradona, come il tango e il malcontento. Una bambina del Terzo Mondo, e noi qui dal Primo tutti a imparare da lei.

Daccapo, dunque. Partiamo da Quino suo padre che nasce al principio degli anni Trenta a Mendoza, provincia estrema non sempre rintracciabile sul mappamondo, «sugli assegni metterà Joaquin Lavado», il suo vero nome. Quino-Joaquin è un bambino timido e malinconico, eternamente incerto, segnato dal lutto. È un piccolo orfano, e qui di nuovo siamo chiamati a riflettere su quanti geni del Novecento siano stati orfani, quanto l’assenza dei genitori abbia contribuito al progresso dell’umanità nel ventesimo secolo. Meditate, gente. Quino perde la madre a tredici anni e il padre a sedici, nel frattempo la nonna. Vive in una casa le cui porte sono continuamente parate a lutto, il nastro nero al braccio, il profumo dolce di fiori bianchi della veglia. Non avrà figli, come Evita Peròn che diceva «vorrei un paese in cui i privilegiati fossero i bambini »: l’unico bambino di cui dispone come modello a cui ispirarsi è se stesso da piccolo.

Mafalda nasce per errore, su commissione: un lavoretto precario, uno dei primi del ragazzo silenzioso e occhialuto emigrato dalla provincia a Buenos Aires. Una rivista gli chiede di disegnare il fumetto di una famiglia media che faccia pubblicità occulta a una ditta di elettrodomestici, la Mansfield. La protagonista dovrà avere il nome che inizia per emme. La pubblicità non si farà mai, le strisce di Mafalda restano in un cassetto. Anni dopo un amico, Julian Delgado, gli propone di pubblicare sulla sua rivista — Primera Plana — la storia della bambina che dice «chi è quel cretino che ha inventato la minestra». È il 1964. Cinquant’anni fa. Delgado sparirà nel ’78, sequestrato e ucciso dai militari che torturavano ed eliminavano la gioventù argentina coperti dal rumore degli applausi per il Mondiale di calcio. È così che nasce Mafalda.

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