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  • mercoledì 5 Febbraio 2014

Gli sgangherati alberghi di Sochi

Le strutture di accoglienza per le Olimpiadi non sono ancora tutte pronte e i giornalisti che sono già arrivati stanno raccontando sui social network varie disavventure e bizzarrie

Le Olimpiadi invernali inizieranno venerdì prossimo a Sochi e piano piano, negli ultimi giorni, anche i 6.000 giornalisti attesi hanno cominciato ad arrivare in Russia e accasarsi negli alberghi per la stampa. Il primo di febbraio il comitato olimpico aveva fatto sapere che dei nove alberghi per i giornalisti solo sei erano già pronti per essere usati: nonostante i molti soldi investiti, l’equivalente di circa 40 miliardi di euro, le copiose piogge delle ultime settimana hanno rallentato i lavori di costruzione: se gli alloggi degli atleti e le infrastrutture sportive sono stati finiti, le aree per la stampa non sono state ancora completate. Thomas Bach, presidente del comitato olimpico, aveva detto che nonostante ci fossero ancora dei problemi da risolvere, come prima di ogni olimpiade, la situazione sarebbe stata risolta in un paio di giorni.

Man mano che i giornalisti hanno cominciato ad arrivare a Sochi, però, la situazione ha cominciato a delinearsi un po’ peggiore di come era stata descritta. Il Washington Post ha raccontato di come alcuni inviati arrivati al villaggio dei giornalisti abbiano trovato i muratori che dormivano nelle camere che gli erano state assegnate, e di altri che hanno trovato cani randagi che gironzolavano nei corridoi e nelle camere degli alberghi. In generale i problemi sono sembrati piuttosto consistenti, e l’organizzazione scarsa. Il New York Times ha offerto una descrizione piuttosto eloquente e divertente della disorganizzazione del villaggio dei giornalisti che, composto da decine di palazzi identici, è ancora del tutto sprovvisto di cartelli e indicazioni:

La colazione è disponibile all’edificio numero 10. Ma non solo l’edificio 10 è difficile da trovare: non c’è nessuna traccia che contenga un ristorante. Il posto, che non ha un nome, è così nascosto e anonimo che a confronto i bar sotterranei degli hipster di Brooklyn sembrano cercare disperatamente un po’ di attenzione. Ti accorgi di essere nel posto giusto solo quando, dopo diversi giri intorno alla costruzione, vedi una donna in grembiule attraverso una delle finestre. Entrando vedi un uomo su una scala che aggiusta qualcosa. È una vista comune: ritocchi dell’ultimo minuto sono stati parte delle olimpiadi più o meno da quando esistono i cacciavite. Ma la lista a Sochi sembra straordinarimente lunga. Ovunque ci sono scatole e scatole di condizionatori, stufette e altre cose essenziali ancora imballate e sigillate.

In pochi giorni i giornalisti che erano arrivati a Sochi hanno cominciato a scrivere delle loro esperienze al villaggio e ne è nato un buffo e divertente genere di giornalismo: alcuni siti hanno cominciato a raccogliere i tweet e le foto dai vari corrispondenti da Sochi che raccontavano delle loro disavventure al villaggio. Harry Reekie di CNN ha spiegato che all’arrivo suo e della sua troupe a Sochi, l’albergo che aveva prenotato non era ancora pronto e che lui e i suoi avevano dovuto spostarsi diverse volte prima che gli venisse data una camera, di cui ha poi twittato una foto piuttosto sconsolata.

 

Anche Shaun Walker, inviato del Guardian, non è stato molto fortunato: al suo arrivo all’albergo di Sochi non c’era traccia della sua prenotazione e il bar dove aveva deciso di aspettare mentre la situazione veniva risolta non era esattamente accogliente.

Questa, invece, è una foto della colazione che gli è stata offerta la mattina dopo.

In molte delle camere, come ha scritto l’Hollywood Reporter, mancano ancora le lampadine; le porte, quando ci sono, spesso non hanno le maniglie. Dan Wetzel, giornalista di Yahoo! Sport, ha offerto su Twitter una lampadina in cambio di una maniglia per la porta della sua camera, precisando che non si trattava di uno scherzo.

Coi bagni delle stanze, poi, ci sono stati diversi problemi: a volte mancava l’acqua calda, a volte anche quella fredda, a volte invece non mancava ma non era esattamente incolore. Stacy Clair del Chicago Tribune ha postato una foto dell’acqua che usciva dal rubinetto della sua camera, aggiungendo che la direzione dell’albergo le aveva consigliato di non usarla per lavarsi la faccia in quanto conteneva qualcosa di pericoloso.

Alla fine Stacy Clair ha deciso di lavarsi la faccia con acqua in bottiglia, e ha twittato una battuta sul fatto che le sembrava di fare una cosa da diva.