Le canzoni di Fabrizio De André

Dodici, scelte per passare una giornata malinconica e bella, pensando a lui che morì l'11 gennaio 1999

L’11 gennaio 1999 morì Fabrizio De André. A volte, nel rock, uno muore e questo accidente stravolge la sua identità: tutto quel che aveva fatto viene trasfigurato dalla morte, riletto, mummificato. Ma con De André non poteva essere così: quando morì, la condivisione della sua grandezza era così consolidata che l’unica cosa che la morte vi aggiunse fu una gran tristezza. Era il più rispettato e stimato dei cantautori italiani, meritatamente: uno di cui si poteva dire “poeta” senza essere ridicoli. Così ne scrisse Luca Sofri, il peraltro direttore del Post, per il suo libro Playlist in cui aveva scelto queste canzoni.

La canzone dell’amore perduto (Tutto Fabrizio De André, 1966)
“Vorrei dirti ora le stesse cose
Ma come fan presto, amore, ad appassir le rose

Così per noi”
È come lui aggiunge “amore”. Se ci fate caso non c’era bisogno, stando alla metrica: si poteva chiudere su “presto”. Invece lui dice “come fan presto, amore”, ed è tutto lì. Sempre che non vogliamo parlare di “l’amore che strappa i capelli è perduto ormai”, e di come canta in salita “ma sarà la prima che incontri per strada”. La musica era del compositore tedesco Georg Philipp Telemann: il Concerto per tromba e orchestra in re maggiore.

Amore che vieni amore che vai (Tutto Fabrizio De André, 1966)
“Quei giorni perduti a rincorrere il vento, a chiederci un bacio e volerne altri cento”
Grandissimo.
“E tu che con gli occhi di un altro colore, mi dici le stesse parole d’amore:
 fra un mese fra un anno scordate le avrai”
Grandissimo.

La ballata del Miché
 (Tutto Fabrizio De André, 1966)
«Questa canzone è del 1961. È la prima che ho scritto (da solo) e mi ha salvato la pelle; se non l’avessi scritta, probabilmente, invece di diventare un discreto cantautore, sarei diventato un pessimo penalista». Il problema, con “La ballata del Miché” è che la storia è troppo triste per poter godere della meravigliosa dolcezza del ritornello (“neel buio, Miché…”) e il ritornello è troppo affettuoso nei confronti di chi lo ascolta per indurlo a soffrire davvero della tragedia. “Stanotte Miché 
s’è impiccato a un chiodo perché non voleva restare vent’anni in prigione lontano da te 
Nel buio Miché
se n’è andato sapendo che a te 
non poteva mai dire che aveva ammazzato soltanto per te”

La stagione del tuo amore (Volume I, 1967)
“Se un mattino fra i capelli troverai un po’ di neve
nel giardino del tuo amore verrò a raccogliere il bucaneve.
Piangi e ridi come allora
ridi e piangi e ridi ancora
ogni gioia ogni dolor
e
 puoi ritrovarli nella luce di un’ora”

Il pescatore 
(1970)
“Il pescatore” è la canzone che ebbe vita più nuova al tempo della collaborazione con la Premiata Forneria Marconi (una lunga celeberrima tournée e due dischi dal vivo). La PFM costruì un arrangiamento robusto ed eccitato (con Lucio Fabbri scatenato al violino) intorno alla vecchia storia rivoluzionaria e anarchica. Il pescatore esibisce una muta solidarietà e fratellanza cristiana (“versò il vino spezzò il pane”) con l’assassino che gli chiede da mangiare e un’altrettanto silenziosa indifferenza alle pretese dei gendarmi che lo vorrebbero delatore.

Il testamento di Tito 
(La buona novella, 1970)
A fare i mangiapreti e a dissacrare gli insegnamenti cattolici son capaci tutti, spesso vanamente. Ma pochissimi l’hanno saputo fare nel modo poetico e appassionato con cui De André rivisitò i Dieci Comandamenti (attraverso lo sguardo del ladrone Tito) e le proibizioni istruite da ogni potere.
«Tito ne aveva fatte di tutti i colori ma senza far male a nessuno, sicché alla fine era più innocente di quel Cristo col quale gli toccò di dover dividere la morte ricevendone in cambio un’astratta promessa di paradiso, là in quell’esiguo spazio sul Golgota che ancora oggi, duemila anni dopo, ci pesa addosso» (Fabrizio De André, in Cesare G. Romana, Amico fragile, Sperling).

Un malato di cuore
 (Non al denaro, non all’amore né al cielo, 1971)
In Non al denaro, non all’amore né al cielo De André si ispirò alle storie raccontate dai defunti nell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Nel disco suonarono con lui i New Trolls. “Un malato di cuore” è stupenda quando fa “e il cuore impazzì e ora no, non ricordo, da quale orizzonte sfumasse la luce”. Il protagonista cardiopatico muore per l’emozione di un bacio. Ne ha fatto un remake Morgan, nel 2005, ricantando e reincidendo fedelmente tutte le canzoni del disco.

Un chimico 
(Non al denaro, non all’amore né al cielo, 1971)
Fateci caso: in tutta la canzone – ma soprattutto nel passaggio dove fa “solo la morte m’ha portato in collina” – non c’è soltanto una consonanza di racconto funebre, ma anche una melodia identica a “Canzone per un’amica” di Guccini.

Verranno a chiederti del nostro amore 
(Storia di un impiegato, 1973)
“Andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori,
o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori
O resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro

senza chiederti come mai
Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai”
In fondo, è una canzone d’amore: ma è un’accusa d’amore, un disincantato ritratto di un’amata succube di convenzioni e ipocrisie che hanno tormentato la relazione tra lei e l’impiegato protagonista delle storie del disco: “non sono riuscito a cambiarti, non mi hai cambiato lo sai”.
È anche nel secondo volume di canzoni dal vivo con la PFM.

Giugno ’73
 (Volume VIII, 1975)
“Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”
Ancora un amore (ma stavolta suona molto più autobiografico) in cui lei era troppo di buona famiglia per le impazienze e indipendenze di lui, e viceversa. Con alcune formule geniali, come: “Tua madre ce l’ha molto con me perché sono sposato e in più canto Però canto bene e non so se tua madre sia altrettanto capace a vergognarsi di me.” O: “I miei amici sono tutti educati con te, però vestono in modo un po’ strano.
Mi consigli di mandarli da un sarto e mi chiedi ‘Sono loro stasera i migliori che abbiamo?’”
Non ha un ritornello, ma un riff contagioso che separa le strofe.

Amico fragile
 (Volume VIII, 1975)
“Lo sa che io ho perduto due figli Signora lei è una donna piuttosto distratta”
«“Amico fragile” è nata così: quando ero ancora con la mia prima moglie, fui invitato una sera a Portobello di Gallura, dove m’ero fatto una casa nel ’69, in uno di questi ghetti della costa nord sarda: d’estate arrivavano tutti, romani, milanesi, in questo parco residenziale, e m’invitavano la sera che per me finiva sempre col chiudersi puntualmente con la chitarra in mano. Una sera ho tentato di dire: “Perché piuttosto non parliamo di…”. Era il periodo, ricordo, che Paolo VI se n’era venuto fuori con la faccenda – ripresa poi mi pare da quest’altro qui, della stessa pasta – degli esorcismi. Insomma dico: “Parliamo un po’ di quello che sta succedendo in Italia…”; nemmeno per sogno, io dovevo suonare. Allora mi sono proprio rotto i coglioni, mi sono ubriacato sconciamente, ho insultato tutti, me ne sono tornato a casa e ho scritto “Amico fragile”. L’ho scritta da sbronzo, in un’unica notte» (De André, in Doriano Fasoli, Fabrizio De André. Passaggi di tempo, Edizioni Associate). Nella versione dal vivo con la PFM c’è un famoso assolo di chitarra di Franco Mussida. Poi ne fece una grande cover Vasco Rossi al concerto genovese del 2000 in memoria di De André.

Rimini
 (Rimini, 1978)
“Non regalate terre promesse a chi non le mantiene”
Canzone di aborti: quello di Teresa, ragazza riminese che pensa il suo amore sia vittima di persecuzioni politiche, e quello di Colombo, che non ha saputo far nascere l’America, “macellata su una croce di legno”.