Come funzionano Poste e Ferrovie

Ernesto Galli Della Loggia lo spiega sul Corriere agli italiani che ancora pensano se ne occupi lo Stato

In prima pagina sul Corriere della Sera di venerdì Ernesto Galli Della Loggia espone una chiara e sintetica ricostruzione di che cosa è successo negli ultimi decenni a due imprese statali come Poste e Ferrovie, i cui funzionamenti – e malfunzionamenti – molti italiani attribuiscono ancora allo Stato, mentre lo Stato ne ha mantenuto solo la proprietà. Galli Della Loggia non è forse altrettanto chiaro nello spiegare se le gestioni private debbano essere ritenute colpevoli di un disservizio o legittimate a trascurarlo.

Agli occhi di molte generazioni di italiani, per un secolo e più, Poste e Ferrovie non sono state dei servizi pubblici come tanti altri. Hanno rappresentato un simbolo — oltre che di molte vicende della propria vita, della propria vicenda personale — in un certo senso del loro stesso Paese e dello Stato italiano in quanto tale. E gli Stati, come si sa, sono tenuti insieme anche dai simboli. Tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso Poste e Ferrovie divennero però il simbolo del fallimento di quello Stato. Il quale, riconosciutosi incapace di gestire entrambe senza trasformarle in ricettacolo del più esasperato clientelismo politico-sindacale e della più desolante inefficienza, decise di affidarne il servizio a due società per azioni (quindi di diritto privato), conservandone però l’intera proprietà. E stipulando con questi appositi contratti, con relativo esborso di fondi o di commissioni, volti a garantire le esigenze essenziali di natura collettiva legate alle loro tradizionali prestazioni. Per ulteriori risorse, se la vedessero loro. Insomma gettò via l’acqua sporca della gestione sperando di conservare il bambino, vale a dire il servizio pubblico.

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