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  • mercoledì 8 gennaio 2014

I dati sui migranti africani in Israele

Mentre continuano le proteste, Haaretz scrive che nessuna richiesta di asilo da parte di eritrei e sudanesi è stata accettata (e molte non sono nemmeno state esaminate)

Continuano in Israele le proteste dei migranti africani. Oggi, mercoledì 8 gennaio, circa 10 mila migranti provenienti dall’Africa, per lo più eritrei e sudanesi, si sono riuniti davanti al Parlamento a Gerusalemme per chiedere al governo di considerare le loro richieste di asilo e per manifestare contro una legge – approvata il 10 dicembre scorso – che permette la detenzione fino a un anno, e senza prima svolgere un processo, per chi è irregolare. Secondo i dati pubblicati dal quotidiano Haaretz, il governo israeliano non ha concesso lo status di rifugiato politico a nessun migrante africano, e delle 1800 richieste di asilo presentate da migranti eritrei e sudanesi ne ha finora esaminate soltanto 250 (e già rigettate 155). In Europa il 70 per cento delle richieste di asilo da Sudan ed Eritrea viene accettato.

Il portavoce della Knesset – il parlamento di Israele – ha negato a una delegazione di migranti di accedere in Parlamento per un incontro con gli esponenti di alcuni partiti per timore che la presenza dei migranti in parlamento potesse “causare provocazioni”. L’ex ministro dell’Interno Eli Yishai – che già in passato aveva preso posizioni molto nette contro i migranti africani, e che nel 2012 fece deportare decine di migliaia di migranti clandestini – ha esortato il governo a “mettere tutti gli infiltrati in strutture di detenzione, prendere i loro permessi di lavoro, metterli su un aereo e rispedirli nei loro paesi o in altri”.

La protesta dei migranti africani in Israele prosegue da diversi giorni: decine di migliaia di rifugiati – provenienti prevalentemente da Eritrea e Sud Sudan, e per lo più occupati nel campo della ristorazione e del turismo – hanno protestato nella piazza centrale di Tel Aviv e all’esterno dell’ambasciata americana e della sede dell’ONU. Si rifiutano di tornare nel loro paese per paura della repressione, vivono nei quartieri più poveri nel sud di Tel Aviv e sono oggetto da tempo di attacchi xenofobi.