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  • martedì 31 Dicembre 2013

La lenta fine della pena di morte negli USA

Le esecuzioni non sono mai state così poche e così impopolari: di fatto saranno eliminate per lento esaurimento e non per abolizione

Lunedì 30 dicembre il New York Times ha pubblicato un editoriale intitolato “La lenta fine della pena di morte” in cui si sostiene che l’eliminazione della pena capitale negli Stati Uniti avverrà non per abolizione ma per lento e progressivo esaurimento. La tesi è piuttosto interessante e si basa su una serie di sviluppi e di dati tratti dal nuovo rapporto del Death Penalty Information Center, con sede a Washington, pubblicato a dicembre di quest’anno e relativo al 2013.

Qualche numero
Schermata 2013-12-31 a 12.01.24Sei stati americani hanno abolito la pena di morte negli ultimi sei anni: il più recente, dopo l’Illinois nel 2011 e il Connecticut nel 2012, è stato il Maryland nel 2013, che si è aggiunto ai diciotto che l’avevano fatto in precedenza. Il numero degli stati dove è prevista la pena di morte è sceso quindi a 32.

La tendenza al ribasso delle esecuzioni capitali è costante dal 1999. Nel 2013 sono state portate a termine 39 esecuzioni, cinque in meno delle 43 eseguite negli ultimi due anni. Lo stato che ha contribuito di più al bilancio è il Texas con 16 esecuzioni, seguito dalla Florida con 7 e dall’Oklahoma con 6. Quest’anno 80 persone sono state condannate a morte, 3 in più rispetto al 2012, ma comunque molte meno rispetto al 1996, quando furono 315. Il numero di persone nel braccio della morte ha continuato a diminuire dal 2001 a oggi: attualmente sono 3.108 in tutto il paese, rispetto ai 3.170 dello scorso anno. La maggior parte degli stati in cui la pena di morte è prevista non ha eseguito esecuzioni nel 2013.

Gli stati in cui sono avvenute esecuzioni capitali sono “solo” 9. Nel 2013 l’82 per cento delle esecuzioni sono state effettuate nel sud, percentuale che è rimasta abbastanza costante da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1976. Di fatto solo il 2 per cento delle contee degli Stati Uniti sono responsabili della maggior parte delle esecuzioni, della maggior parte delle attuali detenzioni nel braccio della morte e delle condanne recenti. L’85 per cento delle contee non ha avuto un solo caso di esecuzione capitale per oltre 45 anni.

Le ragioni della diminuzione
I cali delle esecuzioni sono legati, in parte, a questioni relative ai costi, alla durata eccessivamente lunga e all’iniquità dell’intero processo, oltre ai timori di errori giudiziari e all’incertezza dell’infallibilità della pena, come ha spiegato il direttore del Death Penalty Information Center, Richard Dieter: dal 1989 il test del DNA ha scagionato 311 condannati, tra cui 18 nel braccio della morte (alcuni avevano addirittura confessato reati che non avevano commesso: succede, anche per via di alcune controverse tecniche di interrogatorio).

C’è poi la questione dell’attuale carenza di farmaci letali a iniezione e la crescente difficoltà di alcune amministrazioni a procurarseli a causa di un boicottaggio internazionale. Gli stati che usano l’iniezione letale sono stati costretti a rivolgersi a farmacie non regolamentate e, scrive il New York Times, hanno persino approvato leggi per nascondere l’identità di tali farmacie e la composizione chimica dei farmaci.

Quindi?
Il New York Times sostiene dunque che la diminuzione delle esecuzioni e il restringimento dei confini in cui queste vengono applicate stanno portando al lento riconoscimento che la pena di morte è arbitraria, spesso basata su pregiudizi razziali e soggetta a errori. Diversi stati l’hanno abolita e anche moltissimi di quegli stati che non l’hanno fatto, in pratica si avviano verso la sua non applicazione. Il crescente numero di stati che di fatto non eseguono più condanne capitali ha portato inoltre a un maggiore consenso popolare, che rimanda a sua volta al concetto «di evoluzione degli standard di decenza che segnano l’avanzamento di una società che matura» e al quale la Corte suprema si ispira nel giudicare la costituzionalità delle pene.

Il sostegno pubblico a favore della pena di morte – un elemento molto importante nella decisione della sua reintroduzione da parte della Corte Suprema nel 1976 – è al suo livello più basso degli ultimi 40 anni: il 40 per cento delle persone intervistate sostengono che non vengano applicate in modo equo. Il 60 per cento rimane favorevole, ma la percentuale ha toccato il livello più basso dal 1972 ed è calata di 9 punti percentuali rispetto sei anni fa. Nel 1994 era favorevole l’80 per cento della popolazione.

In un altro suo editoriale pubblicato il primo gennaio del 2013, sempre dedicato alla pena di morte e intitolato “L’allontanamento dell’America dalla pena di morte”, il New York Times aggiungeva altri argomenti a sostegno dell’inutilità e della pericolosità della punizione capitale: l’analisi partiva da un esame degli obiettivi per i quali la pena di morte era stata reintrodotta dalla Corte suprema nel 1976: la deterrenza e la punizione. Giudici, procuratori, studiosi, esperti e altri soggetti coinvolti nella giustizia penale, sia conservatori che liberali, hanno stabilito che non esistono elementi utili che facciano pensare che la pena di morte scoraggi reati gravi quali l’omicidio. In teoria, inoltre, la pena di morte dovrebbe essere riservata ai peggiori criminali, ma nella pratica diversi studi hanno mostrato che la decisione su chi debba essere condannato a morte è invece del tutto arbitraria e discriminatoria.

Nel 1994, il giudice della Corte Suprema Harry Blackmun scrisse: «Mi sento moralmente e intellettualmente obbligato ad ammettere che l’esperimento della pena di morte semplicemente non è riuscito. Quanto tempo dovremmo aspettare prima che la maggioranza dei giudici lo ammetta?».

Foto: la cinghia di cuoio di una vecchia sedia elettrica esposta in un museo del Texas
e su cui sono stati uccisi 361 detenuti (Fanny Carrier/AFP/Getty Images)