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  • lunedì 23 Dicembre 2013

La faccia del Milan

La storia di Adriano Galliani, che non è il presidente ma è come se lo fosse: e dato che pare lo sarà ancora per poco, è il caso di iniziare con i consuntivi

Flavio Paglialunga ha scritto sulla rivista online Ultimo Uomo un lungo profilo di Adriano Galliani: storico dirigente del Milan, di cui è amministratore delegato dal 1986, e grande tifoso (sebbene da ragazzo tifasse per la Juventus). Per molti anni, più o meno da quando Berlusconi è impegnato in politica, Galliani è “la faccia” del Milan: va allo stadio ogni domenica (anche in trasferta), decide il mercato e tiene le conferenze stampa più importanti.

Negli ultimi mesi si è parlato molto delle sue possibili imminenti dimissioni a causa del cattivo rapporto con Barbara Berlusconi, figlia di Silvio Berlusconi e da poco membro del consiglio d’amministrazione della società. Alla fine di novembre Galliani le aveva annunciate all’agenzia ANSA, spiegando di aver ricevuto «un grave danno alla reputazione» in seguito alle critiche di Barbara Berlusconi alla sua gestione della squadra. Il 30 novembre però Silvio Berlusconi ha annunciato che Galliani sarebbe rimasto amministratore delegato almeno fino alla fine dell’anno – ma che avrebbe condiviso la carica con Barbara Berlusconi, creando così una situazione piuttosto confusa, almeno dall’esterno. In generale, considerata la situazione e i risultati deludenti del Milan in questa stagione, in molti si aspettano che con la fine del campionato finisca definitivamente l’era di Galliani al Milan.

Anni fa, Adriano Galliani si lanciò in una frase affascinante e spericolata: «Il Milan del futuro dovrà ricordare l’organizzazione di società come Warner Bros e Walt Disney». Sarà per questo che quando ha visto minato il suo, di futuro, non ce l’ha fatta. Urlando il disagio, annunciando le dimissioni (che sì, sono rientrate creando un mostro a due teste che solo Berlusconi, ma ancora fanno rumore) e reclamando il proprio prestigio, violato da insani giochi di potere di aspiranti rampolle. E pur in presenza di un personaggio controverso (amato fino a un certo punto dai milanisti, quasi mai dagli altri) tutto quanto avveniva in quel momento è sembrato irrispettoso di una storia lunga e pure vincente, di una professionalità partita sì dalle antenne, fattasi largo con la televisione, ma formatasi nel calcio e da vedere asetticamente, liberi dalle partigianerie.

Galliani è un manager che ama raccontare di essere da sempre tanto innamorato del calcio da scappare di casa a dieci anni (o meglio, scappare mentre era in vacanza in Liguria con i genitori) per andare a vedere una partita a Genova. Galliani è un milanista nato juventino (lo è stato fino all’86), fede giovanile ammessa solo quattro anni fa («Come tutti i monzesi, che non si sentono milanesi, da ragazzo simpatizzavo per la Juventus. In Brianza è così, ma l’altra squadra che seguivo era il Milan. Mai l’Inter»). Poi, Galliani è un milanista e basta. Il cuore, ma anche il fegato e un bel po’ di anima, del Milan berlusconiano, cosa che porta a muoversi in un campo minato di antipatie multiple e complica il giudizio. Epperò ognuno conservi la sua fede e guardi pure ai numeri: Galliani è l’uomo del Milan degli olandesi, di Sheva, delle Coppe Campioni e Intercontinentali. Galliani è quella contabilità ripetuta nei giorni dell’ira, Galliani è: 8 scudetti, una coppa Italia, 6 supercoppe italiane, 5 Coppe dei Campioni, 5 coppe Uefa, 2 Coppe Intercontinentali e una coppa del mondo per club).

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