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  • martedì 19 Novembre 2013

La strage di Brescia, sono quasi quarant’anni

Benedetta Tobagi la racconta nel suo nuovo libro, Una stella incoronata di buio

Einaudi ha pubblicato Una stella incoronata di buio. Storia di una strage impunita, di Benedetta Tobagi, giornalista e scrittrice, autrice di Come mi batte forte il tuo cuore, sulla storia di suo padre Walter Tobagi. Nel nuovo libro Benedetta Tobagi ricostruisce la storia dell’attentato in Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 (lo stesso giorno in cui sei anni dopo fu ucciso suo padre) durante una manifestazione sindacale, quando l’esplosione di una bomba sistemata in un cestino dei rifiuti provocò otto morti e oltre cento feriti, e le successive indagini e sviluppi giudiziari che si sono sempre conclusi con l’assoluzione degli imputati. In questo estratto Tobagi, nell’attesa del verdetto di primo grado dell’ultimo dei processi per la strage, descrive il suo incontro con Manlio Milani, presidente della Casa della Memoria di Brescia, che perse la moglie fra le vittime dell’attentato.

***

Le guardie giurate mi bloccano con inflessibile cortesia mentre cerco di sgusciare oltre la barra metallica che separa il pubblico dai banchi: c’è troppa gente, oggi passano solo le parti civili coi loro legali. Non posso andarmi a sedere al solito posto, secondo banco a sinistra, vicino al signor Milani, per me: zio Manlio.
Non che sia veramente mio zio, di zii non ne ho proprio (mamma ha solo una sorella nubile e papà era figlio unico). Cresciuta in una famiglia di cattolici e socialisti, con una nonna infermiera inflessibile sotto il fascismo, finalmente trovo in lui il vecchio zio comunista, il pezzo di storia patria che in casa è sempre mancato, gli dico una volta. «Ma dai, ma cosa dici», all’inizio Manlio si schermisce, col contegno riservato tipico, appunto, del vecchio militante del Pci (col partito non si scherza), ma io insisto, finché il gioco comincia a divertirlo. La prima volta che se n’è uscito sua sponte presentandomi come «la sua nipotina» (sebbene lo stacchi di un’incollatura anche con le scarpe basse) ero tronfia di soddisfazione.

Mi sembra di conoscerlo da tutta la vita, ma in realtà ci siamo incontrati solo nel 2007. Circostanza surreale, le nostre strade si incrociano nel salotto di un talk show televisivo, entrambi invitati a un dibattito sull’uso pubblico della memoria. Ero molto agitata. Di fronte a me, prende posto un signore sulla settantina, naso deciso, capelli candidi e tranquilli occhi azzurri. Noto che non porta la cravatta (come sempre, avrei scoperto poi). Parla delle stragi in modo chiaro e lucido, con una serena determinazione che ammiro. Tenendo lo sguardo aggrappato a lui, arrivo indenne alla fine della serata. A telecamere spente mi avvicina e chiede senza preamboli: «Verresti a parlare in una scuola a Brescia?» Poco tempo dopo mi trovo per la prima volta a raccontare la storia di mio papà davanti a una selva di ragazzi del Liceo scientifico Calini, un’esperienza così intensa da metterne in moto mille altre. Il 28 maggio ci legava da sempre, col tempo si sono aggiunte tante altre cose. Da allora, ho finalmente uno zio. Comunista doc.
Seguire il dibattimento accanto a Manlio significa avere a disposizione, assieme al piccolo, preziosissimo hard disk digitale in cui sono ordinate le oltre 800000 pagine dell’incartamento processuale, la più completa memoria vivente di tutti quanti i processi per la strage. Una pacchia, per il ricercatore. Sui quotidiani locali è comparsa una foto a cui sono molto affezionata.
Il fotografo ha pizzicato uno dei tanti momenti in cui lo tampinavo con le mie domande o semplici commenti, entusiasti o scandalizzati (non riesco a stare zitta nemmeno al cinema, figurarsi a un processo), distraendolo dagli appunti che andava accumulando nella sua grafia minuta sulle pagine di grandi block notes a quadretti. Lo zio è stato molto paziente.

Ha seguito ogni udienza di ogni processo, i suoi capelli sono imbiancati vedendo sfilare sui banchi decine di imputati e centinaia di testimoni, sopportando le reticenze dei servitori infedeli dello Stato, guardando negli occhi alcuni degli uomini più pericolosi dell’eversione di destra. «Sono cambiato molto, dall’inizio, – considera. – A certi gli avrei messo volentieri le mani addosso, una volta!» Quando si aprì il primo processo, nel marzo del 1978, era un agguerrito militante del Pci, ostile alla prospettiva del compromesso storico. «Per me è stata un’esperienza profondamente educativa», mi spiega una mattina, durante una pausa dell’udienza. Sebbene in aula ne abbia viste di tutti i colori, «qui dentro ho assimilato l’importanza delle istituzioni, – dice. – Fino in fondo».

Fino in fondo è il titolo che sceglierei per la biografia di Manlio. La locuzione torna come un Leitmotiv nei discorsi che ha pronunciato nel corso degli anni, ma la utilizza spesso anche chiacchierando normalmente. Gliel’ho sentita usare la prima volta quando l’ho intervistato per un documentario, poco tempo dopo averlo conosciuto. Parlando con trasporto, disse: «Abbiamo bisogno di approfondirla fino in fondo, la nostra storia, di far emergere tutta la verità storica di quegli anni» – gli anni Settanta, ovviamente. L’espressione ridondante si impresse con nitidezza insolita nella mia memoria. Mi piacque il modo in cui Manlio saltava a piè pari i richiami rituali alla verità e alla giustizia ed evitava espressioni generiche (dunque vacue) come «dovere della memoria» e tutto un certo apparato retorico d’occasione, per battere un percorso tutto diverso e assai meno frequentato, orientato sull’asse della profondità.

Di fronte al fallimento reiterato del cammino processuale che da decenni s’inceppa senza giungere a una sanzione penale, invece di chiudersi nel rancore o nella sfiducia, Manlio ha scelto di aprirsi sempre più, cercando, tra le altre cose, di ripensare criticamente, senza rinnegarle né vergognarsene, le proprie convinzioni passate. Ha sempre cercato il confronto con chi la pensava in modo diverso, dai militanti di estrema destra agli ex terroristi di sinistra, a costo di suscitare polemiche e attirarsi critiche veementi, talvolta persino minacce, pur di sollecitare la ricognizione delle complessità ancora insondate di una storia collettiva traumatica, contro il desiderio così frequente di rimuovere o edulcorare ciò che è stato. «Il tema di fondo è quello di far emergere il passato in tutta la sua interezza, – spiegava Manlio nella videointervista, – solo un’analisi sempre più approfondita può portare finalmente a superare quella rigida contrapposizione, quell’uso strumentale della storia dove molti cercano di metterla sotto il tappeto per far ignorare i propri passati» – e dunque cancellare le proprie responsabilità.

Ritrovo quel «fino in fondo» in due interviste. Nella primavera del 1995, parlando con «l’Unità», «serve capire fino in fondo com’è che l’Italia è diventata un campo insanguinato di battaglia politica, – afferma, – altrimenti sarà impossibile rinnovare fino in fondo lo Stato». Su «Avvenire», lo stesso anno: «Vorrei sapere a cosa è servita quella bomba. Fino in fondo». Più ancora di sapere chi l’abbia posata, il perché. Questo è Manlio.

Nella foto tratta dal libro: Manlio Milani e Benedetta Tobagi insieme durante un’udienza. Per gentile concessione di Filippo Venezia. (Foto Filippo Venezia / Fotolive)