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  • sabato 2 Novembre 2013

Gli attivisti di Greenpeace sono ancora in carcere

Oggi sono state pubblicate alcune foto delle loro celle a Murmansk: intanto l'accusa nei loro confronti è cambiata

Venerdì 1 novembre è comparsa sul sito di Greenpeace International la notizia che tutti e trenta gli attivisti detenuti a Murmansk da oltre un mese sono stati trasferiti in un carcere di San Pietroburgo, e gli avvocati dell’associazione hanno detto di non saperne il motivo. Nelle scorse settimane Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International, aveva denunciato che le celle del centro detentivo di Murmansk si trovavano in pessime condizioni e oggi sono state pubblicate alcune foto.

I ventotto attivisti di Greenpeace e due giornalisti freelance – tra cui c’è anche un italiano, Christian D’Alessandro – sono stati arrestati il 19 settembre per aver tentato di salire a bordo di una piattaforma petrolifera nel Mare della Pečora, nell’Artico. Il 23 ottobre il comitato investigativo del tribunale regionale russo di Murmansk aveva annunciato che nei loro confronti è stata presentata l’accusa di teppismo, che prevede una pena massima di sette anni di carcere. Inizialmente, nei loro confronti era stata avviata un’indagine con l’accusa di pirateria, che prevede invece una pena detentiva massima di quindici anni di carcere. Nelle scorse settimane le autorità russe hanno inoltre negato ai trenta attivisti di poter essere liberati su cauzione.

L’equipaggio della nave Arctic Sunrise era stato fermato il 19 settembre dalle guardie di confine russe mentre si trovava nelle acque internazionali del Mare della Pečora. Come parte di una protesta, il giorno precedente due attivisti avevano cercato di salire a bordo della piattaforma petrolifera Prirazlomnaya, che opera per la società russa Gazprom, la più grande compagnia di estrazione di gas al mondo. I membri dell’equipaggio della piattaforma avevano tagliato le loro funi e sparato in aria alcuni colpi d’arma da fuoco per intimidirli.

L’arresto ha provocato molte proteste da parte di Greenpeace International: secondo il direttore esecutivo dell’associazione, Kumi Naidoo, l’azione della Arctic Sunrise era puramente dimostrativa, fatta per aumentare la consapevolezza dell’opinione pubblica sugli effetti dei cambiamenti climatici nell’Artico. Inoltre, undici vincitori di premi Nobel hanno scritto una lettera aperta al presidente della Russia Vladimir Putin per invitarlo a far cadere le accuse contro gli attivisti di Greenpeace e i giornalisti. Dmitry Peskov, il suo portavoce, ha successivamente dichiarato che Putin non ha alcun potere di influenzare i giudici riguardo l’esito del processo.

Le autorità russe hanno respinto fino a oggi tutti gli appelli a far cadere le accuse contro gli attivisti, compresa la richiesta dei Paesi Bassi – il paese in cui la nave di Greenpeace è stata registrata – di far affrontare la questione a un tribunale internazionale, come prevede la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. I dirigenti di Greenpeace hanno respinto ogni accusa, anche dopo gli ultimi aggiornamenti, spiegando che l’indagine ha il solo scopo di mettere a tacere le proteste e il dibattito sulle trivellazioni petrolifere nell’Artico.

Foto: una protesta di Greenpeace a Parigi per i 30 attivisti detenuti in Russia (AP Photo/Christophe Ena)