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  • giovedì 26 Settembre 2013

L’Iran e il problema dell’Olocausto

Per qualche giorno si è creduto che il presidente Rouhani avesse riconosciuto l'uccisione di massa degli ebrei, ma non è stato così

Durante una discussa intervista con la CNN martedì 24 settembre, è sembrato che il presidente iraniano Hassan Rouhani avesse riconosciuto esplicitamente l’esistenza storica dell’Olocausto, distanziandosi così dalle posizioni più estreme dell’ex presidente Mahmud Ahmadinejad. Secondo la traduzione fornita da CNN, Rouhani avrebbe definito l’Olocausto un «crimine che i nazisti hanno commesso verso gli ebrei», «riprovevole e condannabile». Le parole di Rouhani sono state molto riprese dalla stampa internazionale, perché in passato in diverse occasioni la leadership iraniana si era riferita all’Olocausto come a un “mito” costruito dagli israeliani e negando a Israele il diritto di esistere.

Dopo la diffusione dell’intervista, l’agenzia di news semiufficiale di stato iraniana Fars ha accusato CNN di avere cambiato alcune parti dell’intervista a Rouhani, che si è svolta in farsi: Fars ha specificato che il presidente non ha mai citato la parola «Olocausto» o definito l’uccisione di massa degli ebrei come «riprovevole». Fars, scrive il giornale israeliano Haaretz, è un’agenzia con forti legami con la Guardia Rivoluzionaria, cioè quella parte dell’esercito iraniano istituita nel 1979 dopo la rivoluzione islamica (e molto vicina alla Guida Suprema Ali Khamenei, l’autorità politica più potente e influente in Iran). Fars ha pubblicato una propria traduzione dell’intervista, che sembra molto simile ai discorsi che faceva sull’Olocausto Ahmadinejad. CNN ha risposto di avere usato un interprete fornito dal governo di Teheran e per questo ha contestato le accuse iraniane. L’equivoco è stato spiegato giovedì dal blog Lede del New York Times, che ha chiarito che la traduzione fornita da Fars è esatta e che l’errore è stato compiuto dall’interprete iraniano.

Ad ogni modo, il dibattito sulle parole esatte pronunciate da Rouhani era già iniziato. Il New York Times ha scritto che il motivo della grande attenzione che si è riservata alle parole di Rouhani è stato la delicatezza del tema dell’Olocausto nella politica iraniana, che rende ancora più difficile capire quanto la nuova leadership dell’Iran sia disposta davvero a fare importanti aperture e concessioni all’Occidente. Molti giornalisti ed esperti che si occupano di Medio Oriente hanno rilevato come da giugno scorso, cioè dalla vittoria di Rouhani alle elezioni presidenziali, la politica estera iraniana sia cambiata parecchio rispetto a quella portata avanti da Ahmadinejad: Rouhani ha fatto una serie di aperture politiche piuttosto importanti (il Post ne aveva parlato qui), tra cui quelle sul tema del nucleare. Allo stesso modo però questi riavvicinamenti dell’Iran alla comunità internazionale – con le relative trattative chiuse, aperte, chiuse e poi riaperte sul nucleare – sono in qualche modo ciclici ormai da diversi anni.

Già il 20 settembre scorso Rouhani aveva parlato di nucleare durante l’intervista data alla rete televisiva statunitense NBC: il presidente aveva detto che l’Iran non avrebbe mai sviluppato armi nucleari, aggiungendo di avere i pieni poteri e la piena autorità per negoziare sul programma nucleare iraniano con l’Occidente. Giovedì Rouhani ha detto al Washington Post che i negoziati sul nucleare «più sono brevi e più benefici daranno a tutti»: ha proposto una timeline che va dai tre ai sei mesi. La tempistica ipotizzata da Rouhani è una cosa nuova: dal 2006, infatti, l’Iran sta negoziando sul suo programma nucleare con i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, più la Germania, senza trovare in realtà alcun tipo di accordo. Un nuovo incontro è previsto per oggi, giovedì 26 settembre, a New York: il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif incontrerà il segretario di stato statunitense John Kerry.

Dall’elezione di Rouhani la politica estera dell’Iran sembra scostante, passando da momenti di grande apertura a momenti di conservatorismo tipico della presidenza di Ahmadinejad. Dopo avere dato disponibilità a negoziare sul nucleare, per esempio, all’Assemblea Generale dell’ONU Rouhani non ha voluto stringere la mano a Barack Obama, come invece molti avevano sperato alla vigilia della riunione a New York. Karim Sadjadpour, esperto di Iran al Carnagie Endowment for International Peace, ha detto: «Stringere la mano a Obama avrebbe fatto guadagnare punti a Rouhani di fronte all’opinione pubblica iraniana, ma avrebbe potuto causare una rottura con la parte più intransigente del regime di Teheran».

Foto: da sinistra, Ali Khamenei, Guida Suprema, e Hassan Rouhani, presidente dell’Iran (AP Photo/Office of the Supreme Leader)