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  • domenica 1 Settembre 2013

La strage di Beslan

Il primo di settembre del 2004 cominciò un assedio a una scuola nell'Ossezia del Nord che terminò con la morte di 334 ostaggi

Alle 9 e 30 di mattina del primo settembre 2004, un gruppo di separatisti ceceni attaccò la Scuola Numero Uno della città di Beslan, nell’Ossezia del Nord, e per 52 ore tenne in ostaggio 1.200 persone, in gran parte bambini. Durante l’assedio e nel disordinato assalto delle forze speciali russe morirono 385 persone mentre quasi ottocento furono ferite. Fu il più grave attacco terroristico mai avvenuto in Russia, il secondo più grave nella storia moderna.

L’assalto alla scuola
Poco dopo l’alba del primo settembre 2004 un gruppo di uomini armati abbandonò un campo di fortuna costruito nei boschi dell’Inguscezia, poco lontano da Beslan, una città di 35mila abitanti nell’Ossezia del Nord. Inguscezia e Ossezia sono due repubbliche della Federazione Russa e si trovano nel Caucaso, poco lontano da un’altra repubblica federata, la Cecenia, un paese dove da decenni si combatte una sanguinosa guerra civile.

Il gruppo che lasciò il campo, dissero successivamente le autorità russe, era formato da 30 uomini e due donne. Erano tutti armati, indossavano divise mimetiche militari, giberne per le munizioni e passamontagna. Le due donne erano vestite di nero, con un velo a coprire il volto, e sotto i vestiti indossavano cinture piene di esplosivo.

Intorno alle 9 e 30 il gruppo arrivò a bordo di un camion militare e di un’auto della polizia davanti alla Scuola Numero Uno di Beslan. Tra personale scolastico, alunni, genitori e altri parenti, nel cortile erano radunate più di 1.200 persone. Il primo settembre è il giorno tradizionale dell’inizio della scuola in tutta la Russia. Di solito, le famiglie accompagnano i figli a scuola e si trattengono la mattina per assistere alla cerimonia di inizio anno.

Quella mattina gli alunni erano disposti a ferro di cavallo nel cortile. I maschi indossavano pantaloni blu e camicie bianche, le femmine abiti scuri. In molti tenevano in mano palloncini pieni di elio. In quei primi istanti in cui il gruppo armato scese dal camion, alcuni testimoni raccontarono di averli scambiati per uomini delle forze speciali dell’esercito russo in addestramento.

Il fraintendimento durò poco: dopo essere scesi dai camion, i terroristi cominciarono a sparare in aria. Un paio di loro bloccarono l’uscita del cortile, mentre gli altri spingevano le persone a entrare nella scuola e gridavano: «Allahu akhbar!», “Dio è grande” in arabo. In quegli attimi di confusione circa 50 persone riuscirono a fuggire, ma quasi 1.200 tra bambini, genitori e personale della scuola vennero presi in ostaggio e rinchiusi nella palestra della scuola.

Otto persone vennero uccise nella confusione di quei primi minuti. Uno di loro si chiamava Ruslan Betrozov. Era uno dei genitori venuti ad assistere alla cerimonia. Immediatamente dopo aver radunato gli ostaggi nella palestra uno dei terroristi ordinò a tutti di sedersi e parlare esclusivamente in russo – l’osseto è una lingua molto diversa dal russo, molto antica e lontanamente imparentata con l’iraniano. Betrozov si alzò in piedi e, con calma, tradusse quelle parole in osseto. Quando finì di parlare uno dei terroristi gli si avvicinò e gli chiese: «Hai finito? Hai detto tutto quello che volevi dire?». Betrozov annuì e l’uomo gli sparò in testa.

I terroristi cominciarono subito a minare la palestra. Due di loro tirarono fuori da grossi zaini militari fili elettrici, pinze e un motore elettrico. Alcune erano semplici scatole o bottiglie piene di esplosivo, altre erano costituite da secchielli blu riempiti di una pasta esplosiva mista a chiodi, pezzi di ferro e bulloni. Queste bombe vennero sollevate con una serie di fili legati ai canestri della palestra e collegate insieme alle altre bombe a un circuito elettrico.

L’innesco delle bombe era costituito da una specie di pedana collegata ai fili elettrici. I terroristi restavano a turno in piedi sulla pedana (schiacciata dal loro peso), che funzionava come un interruttore e quindi teneva il circuito chiuso. Se il terrorista fosse sceso, magari perché colpito da un proiettile, la pedana si sarebbe sollevata, aprendo il circuito e innescando le bombe. Nello stesso momento diversi bambini furono prelevati dal gruppo principale e costretti a rimanere in piedi, davanti alle finestre. Nel frattempo, intorno alle 10 e 30 di mattina la scuola venne circondata dalla polizia locale e da alcune unità dell’esercito, mentre cominciavano ad arrivare sul posto gli uomini delle forze speciali del ministero degli Interni.

L’assedio
L’assedio alla scuola durò 52 ore. All’inizio, per gran parte della mattina del primo settembre, le notizie da Beslan furono molto confuse. Non era chiaro chi fossero i terroristi, né quali fossero le loro richieste. Le autorità russe dissero che soltanto alcune centinaia di ostaggi erano stati sequestrati da non più di venti terroristi. Per tutta la durata dell’assedio il governo russo fu molto reticente nel comunicare il numero esatto degli ostaggi.

Nonostante le poche informazioni diffuse dal governo, in molti sospettavano che potesse trattarsi di separatisti ceceni. L’attacco, infatti, sembrava molto simile a quello compiuto al teatro Dubrovka di Mosca, nel 2002.

Alle 11 e 50 del primo settembre i terroristi liberarono un ostaggio che comunicò alla polizia le loro prime richieste. Volevano trattare con tre mediatori: il presidente dell’Ossezia del Nord, l’ex presidente della repubblica dell’Inguscezia e con Leonid Roshal, un pediatra diventato famoso durante il sequestro del teatro Dubrovka.

Minacciarono anche di uccidere 10 ostaggi se l’elettricità o le comunicazioni fossero state tagliate, 20 per ognuno dei terroristi feriti e 50 per ogni terrorista ucciso. Minacciarono anche di uccidere tutti gli ostaggi se almeno cinque terroristi fossero stati uccisi.A quel punto gli ostaggi già sapevano chi erano i terroristi e cosa volevano: erano stati loro stessi a dirglielo durante le prime ore dell’assedio. I terroristi erano in gran parte ceceni – anche se tra loro c’erano alcuni arabi – e chiedevano il ritiro completo dell’esercito russo dal loro paese.

Le trattative proseguirono fino alle ultime ore prima dell’assalto. Il pediatra, il dottor Roshal, fu uno dei negoziatori più attivi. Ai terroristi venne proposto di scambiare i bambini con ostaggi adulti, di accettare acqua, cibo e medicinali. I terroristi respinsero tutti gli accordi e più tardi il governo russo affermò che non avevano formulato nessuna richiesta specifica. Di fatto, per tutte le 52 ore dell’assedio gli ostaggi rimasero senza acqua né cibo, seminudi e chiusi nel caldo soffocante della palestra.

In realtà lo si capì già il pomeriggio del primo giorno, che tra i terroristi c’erano alcuni dissidi. Subito dopo aver radunato gli ostaggi in palestra, dieci tra insegnanti e genitori, tutti maschi, vennero radunati in un’altra stanza insieme alle due donne che facevano parte del gruppo. A quel punto, secondo quanto raccontò l’unico dei terroristi che venne catturato vivo, il capo del gruppo fece esplodere a distanza le cinture esplosive delle due donne, che si erano opposte all’idea di prendere in ostaggio dei bambini. Gli uomini sopravvissuti all’esplosione vennero finiti con un colpo di fucile.

L’assalto
Poco dopo le 13 del 3 settembre nella palestra esplose una delle bombe posizionate dai terroristi. Ventidue secondi dopo esplose una seconda bomba. L’aria della palestra si riempì di schegge di metallo, chiodi e bulloni. L’onda d’urto fece sollevare un angolo del soffitto e lo fece crollare quando ricadde su sé stesso. Una parte del tetto prese fuoco, mentre le finestre esplosero verso l’esterno. I terroristi furono sorpresi dalle esplosioni. Una donna tra gli ostaggi venne gettata a terra insieme a uno di loro dall’onda d’urto di un’esplosione: «Ci state facendo saltare in aria?», chiese. «No, sono i vostri», rispose lui.

Fuori dalla scuola, le forze di sicurezza vennero colte altrettanto di sorpresa. Al momento dell’esplosione, gli equipaggi di due carrarmati T72 avevano appena spento i motori dei loro mezzi e dovettero affrettarsi a rimetterli in moto e a dirigersi verso la scuola. Una squadra di tiratori scelti raccontò che nello stesso momento si era ritirata all’interno dell’edificio quando sentirono l’esplosione. Tornarono di corsa alle finestre per vedere cosa stava succedendo.

Dopo le esplosioni si scatenò una disordinata sparatoria. Parecchi ostaggi riuscirono ad uscire dalla palestra calandosi fuori dalle finestre divelte dalle esplosioni. I militari russi cercavano di coprirli, sparando verso le finestre a cui si affacciavano i terroristi. Nello stesso momento alcuni soldati russi cominciarono ad avanzare verso la scuola, mentre altri raccontarono di aver ricevuto l’ordine di restare indietro e di non sparare. A complicare ulteriormente la situazione c’erano parecchi civili osseti e armati, che sparavano verso la scuola o correvano incontro agli ostaggi senza rispondere a nessun ordine.

Ma dopo i primi minuti di confusione, i terroristi riuscirono a recuperare il controllo della palestra e bloccare la fuga degli ostaggi. Nella grande sala c’erano decine di cadaveri, di feriti e di ostaggi che avevano perso conoscenza a causa delle onde d’urto o dei calcinacci caduti dal soffitto. Circa un centinaio di ostaggi vennero radunati e spinti verso la mensa dalla scuola.

Circa cento ostaggi e qualche decina di terroristi si barricarono in una sala che era difficile da espugnare, perchè aveva sbarre di ferro alle finestre. Donne e bambini furono costretti ad affacciarsi alle finestre per fare da scudi umani, mentre i terroristi rispondevano al fuoco che arrivava dall’esterno. Le truppe speciali, la milizia e la polizia, intanto, avevano cominciato a penetrare nella scuola. Un BTR-60, un veicolo corazzato a sei ruote con una grossa mitragliatrice nella torretta, aveva sfondato il muro della palestra, seguito da alcuni soldati. Poco lontano i due carri armati T72 cominciarono a sparare contro la scuola. Un capocarro raccontò successivamente di aver sparato almeno sei proiettili esplosivi contro la scuola.

Mano a mano che i soldati avanzavano e i terroristi si ritiravano verso la mensa, alcuni ostaggi che aveano trovato rifugio nelle stanze intorno alla palestra venivano liberati. Dopo più di due ore dall’inizio dello scontro alcuni uomini delle forze speciali riuscirono ad aprire le inferriate di una delle finestre della mensa. Ci fu uno scontro a fuoco e vennero lanciate alcune granate. Quando gli ultimi terroristi che presidiavano la mensa vennero uccisi, le forze speciali trovarono circa 104 cadaveri di ostaggi.

Gli scontri continuarono fino quasi alla sera. Le truppe speciali setacciarono la scuola e ci furono sporadici scontri a fuoco quando una pattuglia incontrava uno dei terroristi barricato in una stanza. Nella confusione alcuni dei sequestratori riuscirono a rompere il cordone di sicurezza intorno alla scuola. Uno di loro, Nur-Pashi Kulayev, venne trovato ferito, nascosto sotto un camion. Fu l’unico dell’intero commando ad essere catturato vivo. Le autorità russe dissero che tutti gli altri terroristi che avevano provato a lasciare la scuola erano stati uccisi.

Dopo Beslan
Durante i tre giorni di assedio e l’assalto 385 persone vennero uccise, tra di loro 154 erano bambini. Dieci appartenevano alle forze di sicurezza russe. Gran parte degli ostaggi venne uccisa dallo scoppio delle due bombe in palestra oppure soffocò a causa dell’incendio. Trentuno terroristi vennero uccisi mentre un membro del gruppo venne catturato vivo.

Il 17 settembre 2004 Shamil Basayev, uno dei comandanti della guerriglia cecena, rivendicò ufficialmente l’attacco. Disse che era dispiaciuto per le numerose morti di civili e aggiunse che aveva sottovalutato la decisione del governo russo nel risolvere la crisi in qualunque modo fosse necessario. Promise che nei mesi successivi ci sarebbero stati molti altri attacchi come quello di Beslan.

Invece, per quasi sette anni in tutto il Caucaso non ci furono più attentati suicidi o altri attacchi simili a quello di Beslan o a quello del teatro Dubrovka. Il governo russo utilizzò la strage per approvare una serie di leggi che rafforzavano il potere delle forze di sicurezza e diminuivano l’autonomia delle repubbliche federali. Dopo Beslan, ad esempio, i capi di stato delle repubbliche federate non vengono più eletti localmente, ma nominati da Mosca e quindi sottoposti a un voto di conferma da parte dei parlamenti locali.

Ci sono state varie inchieste per chiarire la dinamica di quello che accadde alla scuola di Beslan, ma le conclusioni a cui sono giunte non hanno mai del tutto spiegato alcuni punti poco chiari della vicenda. Ad esempio, nessuna responsabilità è mai stata attribuita alle forze di sicurezza russe per come venne condotto l’attacco dopo l’esplosione delle due bombe.

Su 32 terroristi, dieci non vennero mai identificati, oppure i loro nomi non sono mai stati diffusi. Ma anche sul numero esatto del commando ci sono dubbi. Secondo la ricostruzione ufficiale la scuola venne attaccata da 32 terroristi, 31 vennero uccisi e uno venne catturato. Ma secondo alcuni ostaggi un paio di terroristi riuscirono a lasciare la scuola già il secondo giorno di assedio e non vennero né uccisi né catturati.

Secondo la versione ufficiale le esplosioni che causarono l’assalto finale furono innescate volontariamente dai terroristi. Questa versione è in conflitto con molte testimonianze di ostaggi e con quella dell’unico terrorista catturato, secondo cui i terroristi furono sorpresi dalle esplosioni e accusarono le forze di sicurezza di averle causate. Ad oggi non è ancora chiara la dinamica che portò all’assalto finale della scuola.