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  • venerdì 9 agosto 2013

L’incredibile anno di Rod Laver

Nessuno nella storia del tennis ha vissuto un anno come il 1969 del leggendario australiano col «braccio da King Kong»

di Arianna Cavallo – @ariannacavallo
Rod Laver con il trofeo vinto a Wimbledon nel 1969 (Getty Images)

Nessun tennista nella storia del tennis ha mai vissuto un anno come il 1969 di Rod Laver. Lo sa anche lui, che nella sua autobiografia scrisse: «Mi chiedo se un tennista avrà mai una stagione come quella. Lo dubito». Quell’anno Rod Laver – leggendario tennista australiano che compie oggi 75 anni – divenne infatti il primo e unico al mondo a ottenere per la seconda volta il Grand Slam, cioè a vincere nello stesso anno i quattro tornei di tennis più prestigiosi al mondo: gli Australian Open a Melbourne, il Roland Garros a Parigi, Wimbledon a Londra, e gli US Open a New York.

Qualche dato per mettere le cose in prospettiva. Prima di Laver soltanto un tennista era riuscito a ottenere una volta il Grand Slam: l’americano Don Budge, nel 1938. Dopo di lui nessun tennista uomo è più riuscito a ottenere una volta un Grand Slam (tre donne ci riuscirono: le americane Maureen Connolly e Margaret Court, rispettivamente nel 1953 e nel 1970, e la tedesca Steffi Graf nel 1988). Nessuno dei grandi campioni degli anni Novanta e di questi anni è riuscito a vincere una volta il Grand Slam, neanche Roger Federer, che comunque è tra quelli che ci sono andati più vicino, insieme ad Andre Agassi e Rafael Nadal, vincendo tutti e quattro i tornei ma in anni diversi. Insomma, non è più successo che un tennista ottenesse il Grand Slam una volta: Rod Laver lo fece due volte.

Questo è solo uno dei motivi per cui molti appassionati, giocatori e giornalisti ritengono Laver il più grande tennista di tutti i tempi. Al di là delle classifiche, gli esperti lo considerano uno dei giocatori fondamentali della storia del tennis, uno che cambiò il gioco e lo trasformò in qualcosa di più simile a quello che conosciamo ora.

Rod Laver era nato il 9 agosto del 1938 a Rockhampton, una piccola cittadina del Queensland, da una famiglia di tennisti. Suo padre e sua madre si conobbero a un torneo di tennis. Roy era il corrispettivo australiano di un cowboy ma i suoi ranch erano sempre affiancati da un campo da tennis. Suo padre, Roy Laver, aveva 12 fratelli: tutti giocavano a tennis. Rod Laver aveva due fratelli: tutti giocavano a tennis. I genitori speravano che almeno uno diventasse un campione ma non pensavano potesse essere Rod, basso e gracile. I tre si allenavano la mattina presto prima di andare a scuola: nel pomeriggio capitava che il padre cucinasse la cena mentre i bambini giocavano con la madre, e poi le dava il cambio in campo mentre i figli, a turno, giocavano e finivano i compiti.

Il primo a notare il talento di Rod Laver fu Charlie Hollis, il suo primo allenatore. Era convinto che sarebbe diventato un campione a patto che sviluppasse il “killer instinct” e imparasse a voler battere al più presto gli avversari anziché tentare un bel colpo col rischio di sbagliarlo. Per questo gli ordinò di scendere in campo e porsi come obiettivo di sconfiggere l’avversario per 6-0 6-0 (cioè con il massimo risultato). Laver continuò a giocare per tutta l’adolescenza e nel 1957 divenne campione junior in Australia e negli Stati Uniti. Fu notato da Harry Hopman, capitano della squadra di Coppa Davis australiana, che iniziò ad allenarlo e lo aiutò a migliorare il suo gioco. Fu Hopman a dargli il soprannome con cui divenne successivamente famoso: Rocket, razzo. Non tanto per la velocità in campo bensì per la sua determinazione. Laver iniziò a giocare in tutto il mondo – in singolare, doppio e doppio misto – e nel 1961, a 23 anni, divenne numero uno al mondo nel circuito dei dilettanti.

All’epoca infatti i tornei di tennis erano rigidamente divisi in due circuiti: quello dei professionisti, che si guadagnavano da vivere esibendosi davanti a un pubblico pagante, e i dilettanti che ufficialmente – spesso solo ufficialmente – si mantenevano facendo altro, che erano considerati i depositari dello spirito del gioco. I tornei per professionisti erano nati negli anni Trenta ma i tornei più prestigiosi, come i quattro Slam e la Coppa Davis, erano destinati ai dilettanti. Laver iniziò a giocare da dilettante e nel 1962 poté vincere – secondo tennista della storia a farlo – il suo primo Grand Slam. Nel 1963 decise di diventare professionista – sostanzialmente per ragioni economiche – e dopo un anno di assestamento e pesanti sconfitte iniziò a dominare il circuito: nel 1965 divenne il numero uno al mondo, vincendo 15 titoli. Da professionista però non poteva più partecipare agli Slam (e vincere un altro Grand Slam, cosa che secondo i suoi ammiratori avrebbe certamente fatto). Nel 1968 però il tennis cambiò per sempre, con l’inizio della cosiddetta “era Open”: semplificando, si decise che professionisti e dilettanti avrebbero potuto partecipare agli stessi tornei, eliminando una distinzione che nei fatti era già superata.

Il 1969, il suo anno fortunato, iniziò bene: mentre si trovava a Melbourne per gli Australian Open, la moglie Mary – che aveva sposato tre anni prima – gli disse al telefono che aspettava un bambino e che sarebbe nato a settembre. In quei mesi Laver fece in tempo a vincere gli Australian Open, il Roland Garros e Wimbledon. Il 7 settembre, il giorno in cui secondo i calcoli sarebbe dovuto nascere suo figlio, si trovava a New York: mancavano due giorni alla finale degli US Open, quella che gli mancava per vincere il secondo Grand Slam. Avrebbe affrontato Tony Roche: erano entrambi australiani, cresciuti in posti sperduti dai nomi strambi – Rockhampton e Tarcutta – ed entrambi figli del macellaio del paese. Laver vinse in quattro set per 7–9, 6–1, 6–2, 6–2. Dopo la vittoria ricevette un telegramma da Hopman, il suo vecchio allenatore, con scritto: «Complimenti. Ora fallo di nuovo». Suo figlio nacque tre settimane dopo.

Laver continuò a giocare con successo negli anni seguenti, accumulando innumerevoli record. Si ritirò nel 1979. In 23 anni di carriera vinse 11 Slam – quattro Wimbledon, tre Australian Open, due Roland Garros e due US Open – e cinque volte la Coppa Davis. Ha il record di titoli vinti in singolare – 200 – ed è stato numero uno al mondo per sette anni consecutivi, dal 1964 al 1970 (in circuiti diversi, dal 1964 al 1967 in quello dei professionisti). Laver fu anche il primo tennista a diventare milionario: nel 1971 guadagnò fino a 300 mila dollari nei tornei, erano cifre mai viste, e quando si ritirò aveva guadagnato più di 1,5 milioni di dollari.

Secondo gli esperti è quasi impossibile trovare un difetto nel suo stile di gioco: era potente, veloce, aggressivo, sapeva coprire bene tutto il campo, il suo rovescio è considerato uno dei migliori di sempre. Forse il suo colpo più debole era il servizio, che risultava comunque efficace grazie alla sua precisione. A tutto questo aggiungeva una grande capacità di concentrazione, un’abilità tattica molto raffinata e un modo di fare da “gentleman”. Guardarlo giocare era suggestivo anche per il suo aspetto fisico: Laver aveva i capelli rossi, le lentiggini, il naso adunco e si muoveva agilmente da una parte all’altra del campo. Era esile – pesava 68 chili per 1,73 metri – ma suo il braccio sinistro era impressionante: «il mio corpo insignificante è appeso al mio braccio sinistro da King Kong», scrisse nella sua autobiografia. Il polso sinistro misurava quasi 18 centimetri, l’avambraccio più di 30, quanto quello del pugile americano Rocky Marciano.

Da quando non gioca più Laver vive a Carlsbad, in California. Negli ultimi tempi si è preso cura della moglie, che era malata di cancro ed è morta lo scorso novembre a 84 anni. Ha sempre detto di averla amata molto e raccontava che se c’era un problema tra lui e Mary non riusciva a giocare bene. Laver continua ad avere un ruolo importante nel tennis: i suoi pareri sono molto richiesti dai commentatori sportivi, i tennisti guardano a lui come un maestro («il mio eroe», lo definisce John McEnroe), lo si vede tuttora sugli spalti delle partite più importanti e ha avuto spesso il compito di consegnare il trofeo di uno Slam al vincitore, facendone commuovere più di uno. Nel 2006 toccò a Roger Federer che, già emozionato per la vittoria del suo secondo Australian Open, quando lo vide pianse e lo abbracciò: «A dire il vero, che avessi vinto o no sarei stato comunque emozionato perché lui era lì».

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