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  • mercoledì 24 luglio 2013

La storia di Emile Griffith

E le foto del leggendario pugile statunitense, rivale storico tra gli altri di Nino Benvenuti, morto ieri a 75 anni

Martedì 23 luglio Emile Griffith, uno dei più grandi pugili di sempre, è morto a 75 anni in un centro di assistenza di Hempstead, nello stato di New York, a causa di un’insufficienza renale e per le complicazioni dell’Alzheimer (o della “sindrome da demenza pugilistica” da cui era affetto da molti anni). La notizia è stata resa nota dalla International Boxing Hall of Fame, che nel 1990 lo aveva inserito nella lista dei più grandi pugili di tutti i tempi.

Emile Griffith, statunitense originario delle Isole Vergini, è stato nell’arco della sua carriera (iniziata nel 1958) tre volte campione mondiale nella categoria dei pesi welter e due volte in quella dei medi, detenendo anche per breve tempo il titolo dei pesi medi junior appena creato, nel 1960; ha disputato in tutto 112 incontri, vincendone 85 (23 per KO). Il suo nome è però legato soprattutto alle voci sulla sua omosessualità (confermate dallo stesso Griffith dopo essersi ritirato) e a un incontro contro Benny Paret, nel 1962: Griffith lo ridusse in stato di incoscienza e Paret morì qualche giorno dopo.

Era il 24 marzo 1962 e al Madison Square Garden di New York si disputava il match valido per il titolo dei pesi welter, tra Emile Griffith e il cubano Benny Paret, conosciuto come Kid, trasmesso in diretta televisiva dalla ABCEra la terza sfida tra i due: Griffith aveva vinto il titolo contro Paret il primo aprile 1961 ma sei mesi più tardi era stato Paret a vincere. Oltre ai precedenti sul ring, tra i due c’era stato un episodio controverso durante il weigh-in (la “pesata”) prima del match, raccontato nel 2005 dalla rivista Sports Illustrated: Paret aveva definito Griffith un “maricón”, un effeminato, e nel mondo maschilista della boxe quell’insulto aveva reso il match una sfida personale.

Alla dodicesima ripresa i due pugili erano ancora in piedi, ma verso la fine del round Griffith chiuse Paret in un angolo iniziando a colpirlo velocemente alla testa (“come se stesse demolendo una zucca con una mazza da baseball” come raccontò Normal Mailer, uno spettatore che si trovava in prima fila, in un saggio). Dopo questa serie di colpi l’arbitro intervenne e Paret crollò a terra privo di sensi. Morì dieci giorni dopo al Roosevelt Hospital di Manhattan per le lesioni al cervello procuratesi durante l’incontro. Sembra che Griffith abbia detto negli spogliatoi dopo il match: «Spero che non si sia fatto male. Prego Dio — lo dico dal profondo del cuore — che stia bene». Il governatore dello stato di New York, Nelson Rockefeller, creò una commissione di sette persone per indagare sull’episodio e da allora nessuna emittente trasmise più match di boxe in diretta televisiva fino agli anni Settanta.

La morte di Paret segnò per sempre la carriera di Griffith, che fu accusato per anni di aver volontariamente infierito sull’avversario per le dichiarazioni offensive riguardo la sua omosessualità, quasi oscurando i successi e le vittorie che avrebbe conquistato da quel momento in poi: sfidò Luis Rodriguez in tre storici match, perdendo il primo e vincendo gli altri due; sconfisse lo sfidante dei pesi medi Holly Mims ma fu eliminato al primo round da Rubin “Hurricane” Carter (la scena del loro match apre il film “The Hurricane” del 1999, con Denzel Washington); affrontò il campione dei pesi medi Dick Tiger, infliggendogli il primo KD (knock-down) della carriera al nono round, ottenendo il titolo dei medi ma perdendo quello dei welter. Ma soprattutto affrontò per ben tre volte Nino Benvenuti tra il 1967 e il 1968, perdendo, conquistando e poi perdendo di nuovo il titolo dei medi. I due poi divennero grandi amici.

Molti appassionati di boxe, però, credevano che Griffith non fosse più lo stesso dopo il drammatico incontro e la morte di Paret. Da allora Griffith combatté 80 match, vincendone solo dodici per KO. Molti anni dopo ammise di essere diventato “più gentile” e di trattenersi coi suoi avversari, perché terrorizzato dall’idea di poter uccidere qualcun altro sul ring. Nel 2005 uscì un documentario sulla storia di quell’incontro, Ring of Fire: The Emile Griffith Story: nella scena finale si vede Griffith che incontra il figlio di Benny Paret, che lo abbraccia e gli dice di averlo perdonato.

Dopo essersi ritirato nel 1977, Griffith fece per breve tempo l’allenatore di pugilato; poi, dopo aver donato gran parte dei suoi guadagni alla madre e ai parenti alle Isole Vergini, fu costretto a trovarsi un lavoro come guardia carceraria. Nel 1992 fu picchiato duramente all’uscita di un bar gay nella zona di Times Square, incidente che gli causò danni ai reni: come raccontò il suo biografo Ron Ross nel libro Nine Ten and Out! The Two Worlds of Emile Griffith quello fu l’inizio del declino della sua salute. Nello stesso libro Griffith aveva ammesso per la prima volta di essere omosessuale, o meglio, come aveva raccontato nell’intervista del 2005 a Sports Illustrated «di aver inseguito nel corso della sua vita sia uomini che donne». In un’altra intervista disse di aver lottato tutta la vita contro la sua sessualità e che sapeva che sarebbe stato impossibile negli anni Sessanta dichiararsi omosessuale, in uno sport “ultramacho” come la boxe.

Nino Benvenuti, che nel 2010 organizzò un tour in Italia per Griffith, per aiutarlo economicamente e per sensibilizzare l’opinione pubblica sul morbo di Alzheimer, dopo aver appreso della sua morte ha dichiarato che Griffith dovrebbe essere ricordato come «un campione di correttezza, perché ha dato un’immagine pulita al pugilato».

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