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  • lunedì 15 luglio 2013

Il caso Shalabayeva, dall’inizio

I fatti, la versione del governo, le cose che non si sanno e le ultime novità

Più di un mese fa Alma Shalabayeva e la figlia Alua di 6 anni, entrambe cittadine del Kazakistan, sono state espulse dall’Italia in maniera alquanto frettolosa e molto poco corretta. La storia è piuttosto complicata ed è da qualche giorno sulle prime pagine di quasi tutti i principali quotidiani, con nuovi dettagli e editoriali molto critici su come è stata gestita la vicenda dal governo.

I fatti
Tra il 28 e il 29 maggio scorso Alma Shalabayeva, moglie del politico e banchiere kazako Mukhtar Ablyazov, è stata arrestata in una villa a Casal Palocco, nella periferia di Roma, da circa 50 agenti di polizia e portata al CIE (centro di identificazione ed espulsione) di Ponte Galeria, a Roma. Gli agenti stavano cercando il marito, che oltre ad essere stato un ex ministro del Kazakistan accanto all’attuale presidente Nursultan Nazarbayev e poi all’opposizione, è oggetto di un mandato di cattura internazionale e di un processo nell’Alta Corte di Londra per delle vicende legate a quando si trovava ancora in Kazakistan. Al momento non è chiaro dove si trovi Ablyazov, che dopo essere diventato un oppositore del regime autoritario e repressivo di Nazarbayev è stato dieci mesi in carcere in Kazakistan dove sostiene di essere stato torturato.

Il 30 maggio la prefettura di Roma ha firmato un decreto di espulsione affermando che Shalabayeva fosse entrata illegalmente in Italia. Il 31 maggio madre e figlia sono state imbarcate su un aereo noleggiato dal governo kazako e su cui era presente almeno un diplomatico kazako. Dal loro arrivo in Kazakistan, si trovano agli arresti domiciliari nella città di Almaty.

Ma il 5 luglio il tribunale di Roma ha stabilito che il presupposto con cui era stata giustificata l’espulsione – cioè un passaporto diplomatico della Repubblica Centroafricana in possesso della donna e considerato falso – non sussisteva. La storia – che era stata brevemente trattata dai giornali italiani a fine maggio – è stata raccontata allora dal quotidiano Financial Times, e poi dalla Stampa in Italia: da allora è diventata il caso politico da prima pagina che è oggi.

Lo scorso venerdì 12 luglio il governo italiano aveva fatto sapere con un comunicato stampa che l’espulsione di Alma Shalabayeva e della figlia era stata annullata: il motivo della decisione sarebbe stata la scoperta di alcuni nuovi documenti acquisiti quando i legali della famiglia di Ablyazov hanno presentato ricorso contro l’espulsione. Nel comunicato non è specificato quando questo ricorso sarebbe stato presentato né la natura precisa di questi documenti, che hanno spinto il governo a decidere  di «riesaminare i presupposti alla base del provvedimento di espulsione pur convalidato dall’autorità giudiziaria». Molto probabilmente riguardano il passaporto di Shalabayeva.

L’irruzione e l’espulsione
Nei giorni seguenti all’irruzione e all’espulsione, sui giornali sono stati pubblicati diversi nuovi dettagli su quello che è accaduto. Secondo il Corriere, il 28 maggio l’Interpol ha segnalato alla polizia di Roma la presenza di Ablyazov, il marito di Shalabayeva, in una casa nella periferia di Roma e lo ha definito “armato e pericoloso”, e per questo motivo la polizia sarebbe intervenuta con circa 50 agenti.

Nella casa non c’era Ablyazov, ma soltanto la moglie insieme alla figlia e ad altri familiari. Sempre secondo il Corriere, durante l’irruzione Shalabayeva ha dichiarato di godere dell’immunità diplomatica. Per verificarlo, la polizia ha allora inviato un fax all’ufficio del Cerimoniale al ministero degli Esteri, che ha risposto negativamente. Shalabyeva aveva con sé un passaporto della Repubblica Centrafricana che le prime perizie ritennero falso, mentre il tribunale di Roma ha poi stabilito che era autentico: finora non sono state date spiegazioni sul perché avesse un passaporto di una nazione africana.

Il Fatto Quotidiano ha pubblicato ieri alcuni estratti di quelli che chiama i “diari di Alma Shalabayeva”, una traduzione libera di un testo in cui Shalabayeva descrive i giorni della sua espulsione, pubblicata dal Financial Times. Nella ricostruzione, Shalabayeva descrive l’irruzione nella sua casa e racconta di essere stata trattata in modo molto rude e aggressivo.

Non è stato chiarito perché l’aereo per il rientro in Kazakistan non fosse un volo di linea con la presenza di una scorta di poliziotti, come avviene di solito in questi casi. L’aereo invece è stato messo subito a disposizione dall’ambasciata kazaka: la procedura è piuttosto anomala.

Il governo
Secondo quanto si è saputo dopo, le maggiori autorità italiane non erano a conoscenza dell’operazione, o almeno così hanno dichiarato: non sapevano nulla il presidente del Consiglio, Enrico Letta, il ministro degli Esteri, Emma Bonino, il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, né Angelino Alfano, ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio. Le posizioni e la versione del governo italiano le conosciamo attraverso le parole di Enrico Letta che il 10 luglio ha risposto alle domande sul caso durante il question time alla Camera, e dal comunicato del governo del 12 luglio.

In esso si sostiene che le procedure formali per il provvedimento sono state rispettate e che questa correttezza era stata confermata pochi giorni dopo l’espulsione anche dal ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, che il 5 giugno aveva definito “perfette” le procedure seguite. Cancellieri disse di essersi informata “subito” sul fatto, pare però di capire ad espulsione avvenuta. Il governo sembra sottintendere che tutta la vicenda sia stata gestita in autonomia dalla Questura di Roma, ma restano grandissimi dubbi su chi abbia preso l’iniziativa e su quale ruolo abbiano avuto le autorità kazake nella precipitazione dell’operazione.

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