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  • giovedì 6 Giugno 2013

Una sera a Taksim

Roberto Delera si aggira tra i manifestanti e i cittadini di Istanbul, raccoglie pareri, spiega cosa succede

di Roberto Delera

C’è anche il veterinario che riceve dalle 7 alle 24, perché i turchi amano da morire cani e gatti: in ogni negozio c’è un gatto e i cani randagi (tutti sterilizzati) si aggirano felici per le strade accuditi e sfamati da tutti. Accanto al veterinario c’è il Pronto Soccorso dove alcuni giovani medici in camice bianco assicurano assistenza 24 ore su 24. Poi c’è una sorta di centrale operativa di Taksim Platformu, l’organizzazione che guida la protesta, dove sono accumulate bottiglie d’acqua (fa molto caldo in questi giorni a Istanbul), cibo, scope, attrezzi per pulire e tutto ciò che può essere necessario per sopravvivere nell’accampamento di Occupy Gezi Park. Su un muretto ci sono molti pacchetti di biscotti: chiunque ne abbia voglia ne può prenderne uno. Ovviamente sono molti i bambini, e gli anziani, che ne approfittano. Due ragazze che ci vedono attardarci davanti ai biscotti (perché non capivamo il senso di quell’angolo dedicato ai dolciumi) ce ne offrono due pacchetti. Quando spieghiamo che vorremmo noi sostenere la loro causa ci ringraziano, sono felici della nostra solidarietà ma insistono nel volerci offrire i loro biscotti.

Gli occupanti sono giovani, carini e allegri. Soprattutto allegri. Passeggiando tra le tende a igloo, il simbolo di tutti gli occupy del mondo, che si susseguono una dopo l’altra nelle aiuole sotto i 600 alberi minacciati dalle ruspe islamiche di Erdogan, li vedi giocare, cantare, accanirsi ridendo a raccogliere da terra carta, plastica e addirittura i mozziconi di sigarette. È la prima volta che vedo piazza Taksim e Gezi Park in vita mia, ma penso che non siano mai stati così puliti come in questi giorni.

L’allegria sembra essere il tratto principale di questo movimento. Nonostante i morti, i feriti, gli arrestati e le botte distribuite dai poliziotti nei primi due giorni di scontri violenti, che devono essere state parecchio pesanti, la Taksim Generation ha gli occhi che ridono. Ridono gridando gli slogan ironici che colpiscono i divieti “islamici” di Tayyp (Erdogan): vietato bere alcolici di sera per strada, vietato baciarsi per strada e in metropolitana. Ridono e applaudono camminando avanti e indietro lungo Istiklal Caddesi, la strada principale del centro “moderno” di Istanbul che porta a piazza Taksim, come fossero in un perenne corteo che nel pomeriggio comincia a ingrossarsi fino a diventare a ora di cena un fiume in piena che canta, balla, grida, applaude. E ride.

Istanbul sembra vivere serenamente questi giorni di tensione, ma non è indifferente a ciò che succede a Taksim, e lo dimostrano le molte bandiere turche con il volto elegante di Atatürk che alle finestre delle case e nelle vetrine dei negozi si alternano alle bandiere giallorosse del Galatasaray (quello di Snejder e Drogba) campione di Turchia. La mattina c’è un clima sereno e di festa a piazza Taksim, reso ancora più piacevole dal tepore del sole e dalla brezza che sale dal Bosforo. C’è chi chiacchiera, chi volantina, chi discute. C’è chi fa ginnastica e yoga, chi gioca e salta la corda. Ci sono i venditori di acqua e ci sono i venditori ambulanti che durante il giorno offrono occhiali da sole e giochini di plastica made in Korea come in tutte le piazze del mondo ma verso sera tirano fuori le maschere bianche di Anonymous, mascherine antigas, fazzoletti e occhialini per proteggersi da eventuali nuovi attacchi della polizia. Altri invece si aggirano vendendo le bandiere turche, simbolo del nazionalismo laico, o con il volto di Atatürk, il padre laico della patria.

Sui gradini dell’Akm, il teatro che da anni è in disuso nonostante il sindaco abbia promesso di restaurarlo, è stato allestito un supermarket all’aperto dove viene raccolto il cibo poi distribuito gratuitamente: dicono che siano molti i commercianti che appoggiano il movimento regalando loro acqua e cibo.

La “generazione Taksim” la chiamano qui. Che cosa voglia dire lo spiegano le parole di un autorevole esponente del governo, il ministro della Pubblica Istruzione, Nabi Avci: «Abbiamo fatto qualcosa di incredibile, in una settimana siamo riusciti a fare quello che i partiti di opposizione non sono riusciti a fare negli ultimi dieci anni: li abbiamo uniti tutti». È sorpreso il governo ma molto più sorpresa sembra essere l’opposizione, tanto che il leader kemalista del principale partito anti-Erdogan in Parlamento, lo Chp, Kemal Kiliçdaroglu, ammette: «Questa è una generazione nuova ed è diversa dalla nostra. I loro metodi di lotta sono diversi da quelli a cui eravamo abituati e noi dobbiamo provare a capirli. Dobbiamo cambiare noi per avvicinarci alle loro aspettative. Il governo dice che la gente in strada viene organizzata dal nostro partito. No, non è vero. Lo dice solo perché non riesce a capire».

A Gezi Park ci sono dai maoisti dell’Hkp, agli anarchici, al Partito dei Lavoratori, ai diversi partiti comunisti, i socialisti, i sindacati operai e quelli studenteschi, gli islamici anticapitalisti, il Bdp (il Pkk curdo nel Parlamento turco), qualcuno dice anche elementi della destra vicini all’esercito “esautorato” da Erdogan. Ma la protesta porta in piazza soprattutto i cittadini, tutti i tipi di cittadini perché questa protesta attraversa trasversalmente la società. Fa veramente impressione la sera dopo cena quando Istiklal diventa un gigantesco corteo vedere i giovani che sfilano in mezzo a due ali di persone, commercianti, famiglie con bambini, che applaudono convinti.

Una cosa la Taksim Generation non vuole. Non vuole che la propria protesta sia paragonata a una primavera araba. «Loro devono combattere contro una dittatura», dicono a Gezi Park parlando di egiziani, tunisini o, ancora peggio, siriani, «noi viviamo in una democrazia. Il 54% dei turchi vota Erdogan, è giusto che lui governi, ma non può pensare di fare come gli pare: deve ascoltare anche l’altro 46% per cento della popolazione».

È la Turchia democratica e laica che è scesa in piazza per difendere la propria anima. La protesta infatti era partita da poche centinaia di manifestanti, ma i metodi violenti della polizia hanno creato un moto di solidarietà fra la popolazione, in particolare fra i giovani, aiutati dai social media e in due giorni la mobilitazione è diventata popolare e ha catalizzato il rifiuto delle politiche governative che da tempo cova tra i ceti sociali urbanizzati e più avanzati: centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in tutta laTurchia. Giovani, vecchi, bambini, attori, parlamentari, operai, lavoratori statali, tutti provati dal decisionismo arrogante di Erdogan.

Taksim ora è ancora chiusa da alcune barricate, ma molte sono state smantellate, costruite con il materiale edile del cantiere che doveva trasformare il parco in centro commerciale, con annessa moschea e ricostruzione di una antica caserma ottomana, abbandonato dopo l’inizio della protesta. La polizia ha avuto l’ordine di attaccare i manifestanti in caso di provocazione, ma dato che i ragazzi di Taksim Platformu sono pacifici, ieri i leader del movimento hanno annunciato ufficialmente che la protesta è diventata una festa e fra cori e canti i manifestanti regalano fiori ai poliziotti; ci sono un po’ di provocatori che alla sera tardi si danno da fare per accendere qualche tafferuglio soprattutto a Gümüssuyu nei pressi degli uffici di Erdogan.

Una delegazione di Taksim Platformu ha incontrato il vice-presidente del consiglio, Bülent Arinç che ha chiesto scusa per le violenze della polizia. Tra le richieste dei giovani, oltre a fermare i lavori di rimozione del parco, ci sono le dimissioni del prefetto, il processo ai poliziotti per le violenze e la liberazione immediata per gli arrestati. Nel frattempo, anche giovedì sera, la gente continua a riversarsi, come ogni sera, verso Taksim. Con allegria, come andasse a una festa.

Roberto Delera, giornalista già del Corriere della Sera e di Vanity Fair, è stato fino a quest’anno direttore di Condé Nast Traveler ed è in questi giorni a Istanbul, in Turchia. E consiglia di seguire questo blog.