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  • mercoledì 5 Giugno 2013

Chi compra il petrolio dell’Iraq

Soprattutto la Cina, molto più che gli Stati Uniti: dieci anni dopo l'inizio della guerra si può dire chi ci ha guadagnato e chi no

In un articolo pubblicato il 2 giugno sul New York Times, i due giornalisti statunitensi Tim Arango e Clifford Krauss hanno spiegato perché oggi si debba probabilmente rivalutare la definizione “guerra per il petrolio” che negli ultimi 10 anni è stata spesso attribuita all’intervento americano in Iraq iniziato il 20 marzo 2003. Questa spiegazione, molto diffusa allora tra i critici, sosteneva che l’amministrazione di George W. Bush avesse deciso di intervenire in Iraq non per “esportare la democrazia” o per fare una “guerra preventiva”, bensì per prendere il controllo delle vaste riserve petrolifere del paese. In realtà, scrivono i due giornalisti, a dieci anni di distanza si può dire che le importazioni di greggio iracheno degli Stati Uniti non hanno guadagnato dalla caduta di Saddam Hussein: chi ha tratto vantaggio è stata la Cina, che è diventata il primo compratore del petrolio dell’Iraq.

Arango e Krauss si sono basati sugli ultimi dati disponibili relativi alle esportazioni di petrolio iracheno, e al comportamento delle aziende petrolifere internazionali nel paese. Oltre a riconoscere i sempre maggiori profitti cinesi, i due hanno anche spiegato come la Cina è riuscita a conquistare il settore petrolifero iracheno – che ha le seconde riserve di greggio più grandi del mondo – e in che modo questo fenomeno, tutto sommato, sta bene anche agli Stati Uniti.

Come la Cina si è fatta largo in Iraq
Già in passato la Cina aveva sfruttato i periodi post-bellici di alcuni paesi del Medio Oriente per investire tanti soldi nel settore petrolifero, ottenere licenze e permessi per estrarre il greggio e, una volta raffinato, importarlo in patria. Era successo per esempio con l’Iran dopo la guerra del Golfo tra Iran e Iraq, terminata nel 1988, ed è successo di nuovo con l’Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003. I numeri riportati dal New York Times sono notevoli: a oggi la Cina è il più grande compratore del petrolio iracheno, ne importa 1,5 miliardi di barili al giorno. In pratica, come ha detto Denise Natali, un’esperta di Medio Oriente della National Defense University di Washington, «i cinesi sono i maggiori beneficiari del boom petrolifero dell’Iraq post-Saddam. Loro hanno bisogno di energia, e vogliono entrare in quel mercato».

Con la fine della guerra in Iraq, le compagnie petrolifere di stato cinesi hanno investito circa 2 miliardi di dollari ogni anno in Iraq, mandando nel paese centinaia di propri lavoratori. Il governo cinese ha costruito un proprio aeroporto nel deserto iracheno vicino al confine con l’Iran, dove si trovano alcuni dei siti più importanti di estrazione del petrolio, e sta lavorando per autorizzare il prima possibile dei voli diretti Pechino-Baghdad e Shanghai-Baghdad. Negli alberghi di lusso della città di Bassora, scrive il New York Times, i lavoratori cinesi impressionano i loro ospiti non solo parlando arabo, ma addirittura parlando arabo con accento iracheno.

Alla fine del 2012 l’azienda statale cinese che si occupa di petrolio ha anche fatto un’offerta per acquisire il 60 per cento del giacimento petrolifero West Qurna 1, il cui sfruttamento è ora concesso alla Exxon Mobil. Finora l’azienda statunitense ha rifiutato di vendere, ma la situazione potrebbe cambiare nel caso in cui le attività della Exxon Mobil dovessero confinarsi solo nella regione del Kurdistan Iracheno, come conseguenza di una lunga e complicata trattativa tra il governo centrale di Baghdad e quello semi-autonomo curdo.

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