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  • lunedì 27 maggio 2013

“Contro Kissinger”

Un famosissimo articolo di Christopher Hitchens sull'uomo che ha fatto un gran pezzo della politica estera statunitense, e che oggi compie novant'anni

Oggi, lunedì 27 maggio, compie novant’anni Henry Kissinger, uno dei politici più influenti del partito repubblicano degli Stati Uniti tra gli anni Sessanta e Settanta, nonché Segretario di Stato durante le presidenze di Richard Nixon e di Gerald Ford. Nel 1973 vinse anche il premio Nobel per la Pace, dopo la fine della guerra in Vietnam.

Kissinger nacque in Germania, in Baviera, nel 1923: si trasferì negli Stati Uniti nel 1938, studiò ad Harvard e diventò nel giro di pochi anni uno degli esperti più ascoltati e influenti nella destra statunitense. Fu consigliere per la sicurezza nazionale di Nixon, nel 1969, e negli anni si impose come il principale ideatore e sostenitore di una politica estera di assoluto realismo, che metteva da parte ogni premessa ideologica e morale lasciando che le decisioni fossero orientate esclusivamente alla tutela degli interessi negli Stati Uniti: questo si tradusse nella ricerca di una distensione dei rapporti con l’Unione Sovietica, per esempio, ma anche nelle spregiudicate e violente operazioni militari in America Latina.

Negli anni, il giornalista più critico con Kissinger è stato certamente Christopher Hitchens, grande scrittore e polemista morto nel 2011, che scrisse di lui le cose più dure e meglio argomentate (anche in un libro nel 2002, Processo a Henry Kissinger). Uno degli articoli più noti di Hitchens su Kissinger è stato pubblicato dall’Harper’s Magazine, tradotto e pubblicato in Italia da Internazionale il 23 marzo 2001.

Tanto vale dirlo subito: queste pagine sono state scritte da un avversario politico di Henry Kissinger. Detto questo non finisco di stupirmi per l’enorme quantità di informazioni sconvolgenti che ho dovuto tralasciare. Qui mi occuperò soltanto delle malefatte di Kissinger che potrebbero costituire la base per un’azione penale contro di lui: per crimini di guerra, per crimini contro l’umanità e per reati contro il diritto comune, il diritto consuetudinario o il diritto internazionale.

Crimini come la cospirazione finalizzata a rapimenti, torture e omicidi. Avrei potuto citare il reclutamento e il successivo tradimento dei curdi iracheni. Kissinger li istigò a impugnare le armi contro Saddam Hussein tra il 1972 e il 1975, e poi li abbandonò allo sterminio sulle loro montagne quando Saddam strinse un accordo diplomatico con lo scià di Persia. I curdi non furono solo abbandonati: a loro si mentì consapevolmente. Le conclusioni del rapporto del parlamentare statunitense Otis Pike sono una lettura terribile da cui emerge la totale indifferenza di Kissinger nei confronti della vita e dei diritti umani. Ma questa indifferenza rientra nella realpolitik più depravata e non sembra violare alcuna legge.

Anche l’organizzazione da parte di Kissinger di coperture politiche, militari e diplomatiche per il regime dell’apartheid in Sudafrica ci pone di fronte a un precedente moralmente ripugnante. Ed è all’origine delle tragiche conseguenze della destabilizzazione dell’Angola. Ma ancora una volta siamo di fronte a una fase sordida della Guerra fredda e a un esercizio irresponsabile del potere, non a un episodio criminale organizzato. Inoltre c’è da tener conto del carattere istituzionale di questa politica, che nelle sue linee generali avrebbe potuto essere fatta propria da qualsiasi amministrazione, da qualsiasi consigliere per la sicurezza nazionale, da qualsiasi segretario di Stato. Analoghe riserve si possono nutrire su come Kissinger diresse la commissione presidenziale sul Centroamerica istituita nei primi anni Ottanta, di cui fece parte anche Oliver North e che coprì l’attività degli squadroni della morte a Panama. O sulle protezioni politiche offerte da Kissinger, mentre era in carica, alla dinastia dei Pahlevi in Iran e al loro apparato di tortura e repressione.

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