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  • domenica 26 Maggio 2013

Il dibattito sull’immigrazione in Svezia

Dopo sette notti di scontri nei quartieri periferici di Stoccolma la situazione sta tornando normale, ma si discute dell'integrazione degli immigrati e delle politiche di questi anni

Dalla sera di domenica 19 maggio, in alcuni quartieri periferici a nord di Stoccolma, la capitale della Svezia, ci sono stati scontri tra la polizia e gruppi di giovani, e sono stati appiccati una serie di incendi. La “rivolta” – come è stata definita dal primo ministro Fredrik Reinfeldt – si è originata in alcune delle zone urbane più povere del paese e in cui abitano molti immigrati stranieri: è cominciata vicino a Husby, diffondendosi poi nelle zone di Norsborg, Älvsjö e fino alla città di Malmö, nel sud del paese. Negli ultimi sette giorni sono state bruciate diverse auto e un piccolo incendio ha colpito una stazione di polizia a Älvsjö.

Uno dei portavoce della polizia, Kjell Lindgren, ha detto che i rivoltosi non sono identificabili facilmente con un gruppo definito: fra loro ci sono ragazzi giovanissimi, anche di 12 e 13 anni, trentenni, stranieri e svedesi, che hanno lanciato sassi e pietre contro gli agenti. Almeno trenta persone sono state arrestate. Lars Byström, un poliziotto, ha detto: «Non ho mai preso parte a una rivolta durata così a lungo e diffusa così tanto». In questi giorni, la polizia di Stoccolma ha dovuto chiedere rinforzi alle centrali di Göteborg e Malmö. Alcune auto sono state bruciate anche la notte scorsa, ma la situazione si sta stabilizzando, ha assicurato la polizia: ieri, non ci sono stati feriti né arresti.

Le violenze sono iniziate dopo che il 13 maggio un uomo di 69 anni, armato con un coltello, è stato ucciso dalla polizia. Molte persone che avevano assistito all’episodio e i militanti di Megafonen, un gruppo giovanile impegnato nella difesa delle minoranze nei quartieri periferici di Stoccolma, avevano denunciato l’eccessiva violenza degli agenti in questo come in altri episodi e chiesto un’indagine indipendente: «La gente ha iniziato a reagire alla crescente marginalizzazione e segregazione di classe e di razza degli ultimi 20 anni», ha detto uno dei portavoce.

I primi scontri sono stati a Husby, un quartiere a nord di Stoccolma. Husby assomiglia a molte altre aree periferiche delle città svedesi: è nato all’inizio degli anni Settanta e, su circa undicimila residenti, l’80 per cento proviene da altri paesi o è nato in Svezia da genitori immigrati. A Husby c’è un alto numero di persone assistite dallo Stato, molti ragazzi che hanno abbandonato la scuola e un elevato tasso di disoccupazione. Secondo le cifre dell’agenzia per l’occupazione svedese riferite al 2010, il 20 per cento dei giovani di Husby non svolgeva alcuna attività e un ragazzo tra i 16 e i 19 anni su cinque era senza lavoro e non andava a scuola.

La Svezia è considerata da tempo un paese tranquillo ed egualitario, ma le agitazioni di questi giorni hanno aperto un ampio dibattito sul tema dell’integrazione degli immigrati, la maggior parte dei quali sono arrivati nel paese grazie anche alle politiche di asilo approvate nell’ultimo decennio. Gli immigrati costituiscono circa il 15 per cento della popolazione e arrivano principalmente da Turchia, Libano, Somalia, ma negli ultimi anni anche da Iraq, Afghanistan e Siria: nel 2012 sono state accettate 44 mila richieste di asilo politico.

In molti casi però l’integrazione degli immigrati all’interno della società è risultata essere molto difficile, nonostante i numerosi programmi statali: ci sono corsi di lingua e di storia gratuiti e l’assistenza e le opportunità di lavoro sono equiparate a quelle degli svedesi. Tra gli immigrati, il tasso di disoccupazione è di dieci punti maggiore rispetto a quello di chi nasce all’interno dei confini svedesi (16 per cento contro 6 per cento) e il livello di scolarizzazione è ancora molto basso.

L’Economist scrive che, dall’inizio dell’anno, i temi della discriminazione degli immigrati e del razzismo in generale erano già stati discussi dalle forze politiche del paese. Anche se gli scontri di questi giorni non possono essere paragonati a quelli nei quartieri periferici di Parigi nel 2005, o a quelli di Londra nel 2011, un problema c’è. Secondo alcuni sarebbe dovuto proprio al fallimento, almeno parziale, delle politiche sociali sull’integrazione di questi anni.

La Svezia rimane comunque uno dei paesi in cui la parità di trattamento, tra cittadini e immigrati, rimane ampiamente tutelata, ma secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD) sono presenti differenze sociali ed economiche molto accentuate tra svedesi e immigrati, in primo luogo riguardo alla disparità dei redditi.

Il primo ministro Fredrik Reinfeldt ha condannato le violenze e al momento non ha annunciato né promesso nuove misure per risolvere i problemi delle periferie. Negli ultimi mesi la polizia è stata spesso incaricata – scatenando numerose proteste – di rintracciare i clandestini, fermando di volta in volta le persone incontrate per strada e che a vista davano l’impressione di essere stranieri, chiedendo loro di mostrare i documenti.

Il tema dell’integrazione, che spesso alimenta un risentimento contro gli immigrati, è stato contrastato dai Democratici Svedesi, un partito nazionalista e xenofobo di estrema destra. A sorpresa di molti, alle elezioni del 2010 il partito ha preso il 5,9 per cento dei voti, ottenendo per la prima volta dei seggi in Parlamento. Secondo un sondaggio di maggio dell’istituto Demoskop, oggi è il terzo partito più popolare nel paese.