L’economia egiziana va malissimo

Oltre a quella politica, nel paese c'è una grave crisi economica: c'entrano il turismo e il sistema che da decenni tiene al potere la sua classe dirigente

Nell’ultimo rapporto del World Economic Forum l’Egitto è stato dichiarato uno dei luoghi più pericolosi al mondo per i turisti: più di Pakistan, Colombia e Yemen. Nella classifica generale l’Egitto si trova al 129° posto su 140. Dal 2010 ad oggi l’Egitto ha perso circa 4 milioni di turisti su 14. Mentre le strutture turistiche sul Mar Rosso sono ancora molto frequentate, grazie sopratutto al turismo russo, al Cairo gli alberghi sono pieni solo per il 15 per cento della loro capacità. A Luxor per il 5%.

Quello del turismo è uno degli aspetti più gravi della crisi economica che sta colpendo l’Egitto. Il bilancio dello stato è in pessime condizioni, appesantito da un gigantesco settore pubblico e da una costosa politica di sussidi all’acquisto di grano e di carburanti. L’inflazione ha colpito duramente la moneta del paese (la sterlina egiziana) mentre si stanno esaurendo le riserve di valuta estera, che servono, tra le altre cose, a finanziare la politica dei sussidi, costituiti in buona parte da prodotti che devono essere importati.

Per il presidente Mohamed Morsi, eletto da quasi un anno, quella economica è una crisi ancora più grave di quella civile e politica. Si tratta di una crisi che minaccia di distruggere il sistema che ha tenuto al potere la classe dirigente egiziana dall’indipendenza a oggi.

Morsi è il primo presidente a essere eletto democraticamente nella storia dell’Egitto. Salito al potere con le elezioni che hanno fatto seguito alla caduta di Mubarak, Morsi ha dovuto fin da subito fronteggiare le accuse di autoritarismo da parte dei laici e dei liberali e quelle opposte di essere troppo morbido nella tutela della religione che arrivavano da estremisti salafiti e dei membri più intransigenti dei Fratelli Musulmani, il movimento a cui fa riferimento.

Queste pressioni sono spesso sfociate in proteste di piazza e disordini che spesso sono durate per giorni e hanno causato diversi morti. Nella parte settentrionale della penisola del Sinai sono attivi gruppi armati di estremisti religiosi, che nei mesi precedenti hanno portato avanti diversi attacchi contro l’esercito egiziano e recentemente hanno anche cominciato a prendere di mira i turisti occidentali.

Il turismo
Il turismo è uno dei settori più importanti dell’economia egiziana. Impiega direttamente l’11% della forza lavoro totale e genera poco meno di una decina di miliardi di euro l’anno. Nonostante le principali località turistiche – Hurghada, sulla costa meridionale, il Mar Rosso e Luxor – siano rimaste praticamente immuni dalla violenza della rivoluzione e da quella che ha fatto seguito all’elezione di Morsi, il numero di turisti è precipitato negli ultimi anni.

Nel 2010 circa 14 milioni di persone avevano visitato l’Egitto: nel 2012 sono state poco più di 10 milioni, un dato stabile rispetto al 2011, segno che la fine della dittatura e le elezioni democratiche non hanno migliorato la percezione dell’Egitto come paese pericoloso. Il turismo è importante perché è una delle principali fonti di valuta estera che è a sua volta uno dei tasselli fondamentali non solo dell’economia, ma dell’intera società egiziana di oggi.

Il sistema che sorregge Morsi al potere, nonostante le elezioni democratiche che lo hanno portato al potere, non è poi così diverso da quello che sosteneva Mubarak e gli altri capi di stato autoritari, Sadat e Nasser, prima di lui. Questo almeno è quello che sostiene in un recente editoriale sul Financial Times Ashraf Swelam, ex consigliere di Amr Moussa, uno dei principali candidati liberali alle ultime elezioni. Per certi versi, dice Swelam, l’Egitto non è un paese diverso dalle monarchie del Golfo: cioè dove una classe dirigente autoritaria compra il consenso della masse che non hanno accesso al potere sfruttando le rendite delle risorse naturali come il petrolio.

L’Egitto ha poco petrolio, ma questo non vuol dire che non abbia rendite. I guadagni che lo Stato ottiene dallo sfruttamento del Canale di Suez, i soldi che gli emigrati all’estero inviano alle loro famiglie e gli aiuti internazionali sono tutte rendite: denaro che arriva indipendentemente dalla competitività e dalla produttività del sistema economico egiziano. Arrivare al potere in Egitto significa avere accesso ai rubinetti che distribuiscono queste rendite e quindi poter decidere di aprirli o chiuderli a piacere, in modo da alimentare una rete clientelare che a sua volte può contribuire a mantenere una classe dirigente al potere.

In Egitto questi rubinetti hanno alimentato una politica di sussidi all’acquisto di grano e di carburanti, oltre all’assunzione di decine di migliaia di persone nel pubblico impiego. Oggi le risorse che lo Stato spende per mantenere basso il prezzo di benzina e GPL occupano un quarto del bilancio statale, mentre un terzo di tutti gli occupati egiziani lavorano nel settore pubblico. Secondo Swelam, Morsi non ha fatto nulla per cambiare questa situazione. I Fratelli Musulmani si sono semplicemente sostituiti al gruppo dominante dell’epoca di Mubarak, dirottando le rendite sulle loro clientele.

Il crescente malumore nel paese ha portato il governo ad allentare ancora di più i cordoni della borsa. Negli ultimi mesi gli stipendi pubblici sono stati aumentati, nel tentativo di recuperare il consenso che il governo ha perso rapidamente: nell’ultimo anno la spesa pubblica è cresciuta del 23 per cento. Il sistema è stato teso allo spasmo nel tentativo di accontentare tutti: l’Egitto è un paese giovane dove ogni anno circa 800 mila nuove persone entrano in un mercato del lavoro asfittico, dove spesso i sussidi o le assunzioni pubbliche sono l’unico modo di trovare di guadagnare qualcosa (il tasso di disoccupazione ufficiale è al 20 per cento, ma non è ritenuto molto affidabile).

A queste tensioni si sono aggiunte quelle causate dalla rivoluzione e dai disordini, che hanno rallentato l’attività economica e la crisi del turismo. Sottoposto a tutti questi sforzi il meccanismo è pronto a rompersi. Il segnale principale è arrivato poche settimane fa, quando il governo egiziano ha rivelato come le sue riserve di valuta estera si stiano rapidamente esaurendo. Il sistema di sussidi – principalmente alimentari ed energetici – è basato sulle importazioni, quindi deve essere acquistato con valuta straniera.

Le riserve di valuta possono aiutare a mantenere queste importazioni a prezzi ragionevoli, ma se dovessero esaurirsi allora l’Egitto sarebbe costretto a ricorrere alla sua valuta nazionale, la sterlina egiziana. Come è facile immaginare non si tratta di una moneta forte, anzi. L’Egitto non è un paese esportatore, che è uno dei motivi che possono contribuire a mantenere una moneta forte. Inoltre la banca centrale egiziana sta contribuendo a creare una forte inflazione, che a sua volta rende una moneta ancora più debole.

La banca centrale sta in poche parole monetizzando il deficit del governo. Il debito pubblico egiziano è detenuto quasi esclusivamente da cittadini egiziani, in particolare dalle banche del paese. Mano mano che i conti peggiorano, per mantenere alti i livelli di sussidi, per alzare gli stipendi al pubblico impiego, oltre che per la crisi economica seguita alla rivoluzione, le banche hanno dovuto acquistare sempre più debito pubblico, fino a che non sono diventate sature.

A quel punto la banca centrale ha cominciato a stampare moneta e a prestarla alle banche per aiutarle a comprare altri titoli di stato oppure li ha comprati direttamente. Ma mettere in circolo sempre più moneta, se l’economia non cresce di pari passo, produce inflazione.

A questo punto il cerchio si chiude: un governo costretto a spendere sempre di più per mantenere in piedi un gigantesco sistema clientelare è costretto a indebitarsi, l’indebitamento causa l’intervento della banca centrale che finisce col produrre inflazione e quindi costringe il governo a ricorrere alle riserve valutarie per importare i beni necessari a tenere in piedi il sistema dei sussidi. Finite le riserve, che sono state recentemente rimpolpate da un intervento della banca centrale libica, il sistema rischia di crollare.

L’Egitto è un paese strategico sotto molti punti di vista ed è difficile pensare che possa essere lasciato fallire. Un accordo con il Fondo Monetario Internazionale è fallito poche settimane fa, ma gli Stati Uniti, ad esempio, potrebbero decidere di intervenire unilateralmente, con un pacchetto di aiuti internazionali. Secondo Swelam non basterebbe comunque: ne l’FMI, né le monarchie del Golfo o gli Stati Uniti possono mettere in campo le risorse necessarie a prorogare in maniera indefinita il sistema che attualmente tiene in piedi l’Egitto. Le alternative per Morsi, secondo Swelam, sono due soltanto: cambiare rotta o guardare la nave affondare.

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