Il governo Letta e i soldi

Che sono pochi, mentre le cose annunciate sono tante, dall'IMU all'IVA: una guida semplice con tutti i numeri in ballo (anticipazione: i conti non tornano)

Il governo di Enrico Letta è nato con l’obbiettivo dichiarato di «fare le riforme che servono al paese». Una delle più importanti è la legge elettorale, mentre si è accennato anche ad alcune riforme costituzionali. Su quali siano le riforme di tipo economico c’è invece ancora molta incertezza: una delle poche cose sicure è che l’IMU sarà in qualche maniera riformulata. Potrebbe essere abolita, oppure le rate pagate finora potrebbero persino essere restituite. Alcuni esponenti politici hanno accennato alla possibilità di diminuire l’IRAP, un’imposta sulle attività produttive particolarmente odiata.

Una cosa certa è che a luglio scatterà l’aumento automatico di un punto dell’IVA, programmato dal governo Monti lo scorso autunno. Come finanziare le misure proposte finora dagli esponenti della maggioranza, però, è ancora un mistero. Ecco tutti i numeri di queste manovre e dove si potrebbero – e più probabilmente non potrebbero – prendere i soldi.

Abolire l’IMU
L’IMU sulla prima casa procura un gettito di circa 4 miliardi di euro – forse qualcosa in più visto che i comuni hanno una leggera flessibilità nel decidere le aliquote. Il pagamento della prima rata dell’IMU, che si paga a giugno e che vale circa 2 miliardi, avrebbe dovuto essere sospeso in uno dei primi consigli dei Ministri, ma il governo ha annunciato che se ne discuterà la prossima  settimana. Il gettito dell’IMU quest’anno va tutto ai comuni, quindi nel caso venga approvata la sospensione, il governo dovrà comunque reperire circa 2 miliardi da versare ai comuni entro giugno.

Se oltre alla cancellazione dell’IMU sulla prima casa si dovesse decidere di restituire anche la rata pagata l’anno scorso, il governo dovrebbe reperire in tutto 8 miliardi di euro (4 per finanziare i comuni quest’anno e 4 per rimborsare l’IMU dello scorso anno). L’IMU costa ai contribuenti una media di 200 euro l’anno. Per il 75% dei contribuenti l’IMU è meno costosa dell’ICI, la precedente tassa sugli immobili. La struttura dell’IMU, come ha scritto anche la Commissione Europea, è più progressiva e più equa della precedente ICI – anche se, ovviamente, si può fare ancora meglio.

Sempre sull’IMU c’è anche la questione dei capannoni industriali. Come tutti gli altri fabbricati, anche le strutture dove operano le aziende devono pagare l’IMU. Si tratta, a seconda delle stime, di circa una decina di miliardi di euro divisi tra quelli che pagano i capannoni intestati a società e quelli che vengono pagati per strutture intestate e imprese individuali. Il presidente di Confindustria ha chiesto di cambiare questa parte dell’IMU. L’IMU sui capannoni fa parte delle numerose imposte che colpiscono in particolare le imprese – tra cui l’IRAP e le altissime tasse sul lavoro (il cosiddetto cuneo fiscale). Il ministro dell’economia Saccomanni ha già annunciato che la sospensione di cui si parlerà nei prossimi giorni non riguarda l’IMU sui capannoni.

L’aumento dell’IVA, quando arriva e cosa comporta
L’aliquota IVA del 21% aumenterà il prossimo primo luglio al 22%. Per i sei mesi in cui sarà in vigore nel 2013 è previsto che produca un incasso per lo Stato di 2,1 miliardi di euro. Nel 2014, quando sarà a pieno regime – cioè applicata tutto l’anno – dovrebbe produrre un gettito di 4,2 miliardi. L’aumento dell’IVA venne inserito nell’ultima finanziaria del governo Monti nell’autunno del 2012.

Un aumento dell’IVA era già stato programmato per il settembre del 2012, ma era stato evitato utilizzando i risparmi ottenuti dalla spending review del governo Monti. L’aumento dell’IVA è visto con inquietudine da molti analisti e commentatori economici: in queste settimane, così come prima del settembre 2012, in molti chiedono che il governo trovi le risorse per evitarlo. Il presidente del Consiglio nel suo discorso prima di ottenere la fiducia e il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, negli ultimi giorni, hanno annunciato che è uno degli obbiettivi del governo.

Il problema per cui l’IVA è tanto temuta è che è una tassa indiretta. A differenza di una patrimoniale (come l’IMU), che colpisce chi ha una ricchezza, o di una tassa sul reddito, che colpisce il redditto di una persona in proporzione a quanto guadagna, l’IVA viene pagata su un prodotto in maniera uguale sia che l’acquirente sia un povero o sia un ricco. Oltre ad essere quindi una tassa poco “progressiva”, l’aumento dell’IVA rischia di deprimere ancora di più i consumi interni, che sono attualmente una delle voci più deboli della nostra economia.

Tra i prodotti che aumenteranno ci saranno i giocattoli, l’abbigliamento, l’elettronica, alcuni prodotti alimentari di lusso, il carburante e molto altro (qui trovate un elenco). Secondo alcune stime, diffuse dalla CGIA di Mestre e da prendere con molta attenzione, in tutto il costo dell’aumento IVA, per una famiglia di 4 persone che decidesse di non modificare i suoi consumi, sarà di 103 euro l’anno.

I soldi per la Cassa integrazione
La Cassa Integrazione Guadagni (CIG)  è uno dei principali ammortizzatori sociali italiani. Quando un’azienda si trova ad aver meno bisogno di manodopera, perché sta mettendo in atto un piano di investimenti e quindi chiude alcune linee di produzione o perché rischia di chiudere, può chiedere la CIG. L’INPS a quel punto eroga agli operai una percentuale del loro precedente stipendio che arriva – a seconda della forma della CIG: ordinaria o straordinaria – o dai versamenti delle imprese o dai contributi dello stato.

Nel 2012 la CIG è costata allo stato circa un miliardo e mezzo di euro. Questi fondi vanno ora nuovamente finanziati. A quanto risulta circa 800 milioni sono già stati stanziati, ma è probabile che sia necessario quasi un altro miliardo per poter coprire tutte le spese.

Abbassare l’IRAP
Il governo Letta vorrebbe abbassare anche l’IRAP. Si tratta di una delle tasse che causa i maggiori problemi all’economia italiana e, secondo molti commentatori e associazioni di imprenditori, la sua riduzione è una delle principali priorità dell’economia italiana. IRAP sta per Imposta Regionale sulle Attività Produttive ed è un’imposta che viene pagata dalle imprese.

Il problema dell’IRAP è che la base su cui si calcola, cioè l’imponibile, non è il reddito dell’imprese, cioè quanto l’imprese effettivamente guadagna – come nelle altre tasse: l’imponibile IRAP si calcola al lordo delle spese per il personale e degli oneri finanziari. In altre parole l’IRAP si paga sul fatturato. Un’impresa in perdita, che non guadagna nulla, è comunque costretta a pagare l’IRAP. Per questo motivo rappresenta anche un disincentivo a far crescere la propria impresa: assumendo nuovo personale, aumenta la base imponibile della tassa anche se i guadagni non aumentano – e i guadagni che aumentano sono già tassati in proporzione dalle altre tasse.

L’IRAP costa alle imprese private circa 22 miliardi (altri 12 vengono pagati dalle imprese pubbliche). Per il 2014 è già stato previsto dal governo Monti una riduzione di circa un miliardo. Gli interventi sull’IRAP da parte del governo Letta di cui si è parlato non sono però molto significativi. Sono girate voci di un possibile raddoppio della deduzione prevista da Monti, con una spesa aggiuntiva di circa un miliardo, forse un miliardo e mezzo.

Dove trovare i soldi
Riassumendo: togliere l’IMU sulla prima casa costerebbe circa 4 miliardi. Restituire quella del 2012 costerà altri 4 miliardi nel 2013. Fermare l’innalzamento del’IVA costerà 2 miliardi nel 2013 e altri 4 nel 2014. Rifinanziare la CIG costerà un altro miliardo, mentre i piccoli interventi di cui si è parlato sull’IRAP costeranno ancora un altro miliardo e mezzo. Nell’ipotesi migliore, se si riuscissero a fare tutte queste cose, il governo Letta dovrebbe riuscire a recuperare 12 miliardi.

Non è ancora chiaro dove potranno essere trovati questi soldi. Il deficit italiano per il 2013, cioè quanto lo stato spende più di quanto guadagna, è già intorno al 3 per cento del PIL, il massimo consentito dagli accordi europei. Non è possibile quindi recuperare questo denaro creando nuovo debito. Il governo Letta, tramite il ministro dell’Economia Saccomanni e altri esponenti, ha annunciato che non aumenterà l’imposizione fiscale. Resta la possibilità di tagliare la spesa pubblica. Non sembra impossibile, visto che complessivamente lo stato italiano spende ogni anno circa 800 miliardi di euro.

Come ha dimostrato il governo Monti, tagliare questa spesa – anche se così grande – può essere molto difficile. In un editoriale recente, il Financial Times si è mostrato molto scettico sulla capacità del governo Letta di incidere significativamente sulla spesa pubblica per trovare le risorse con cui finanziare il suo programma. Il punto è che tagliare la spesa pubblica finisce sempre con il danneggiare gli interessi di qualche gruppo o corporazione che quindi farà di tutto per influenzare il governo e bloccare l’iniziativa.

Nelle ultime settimane sembra che ci sia stata una certa convergenza sulla possibilità di eliminare le province. I risparmi che si potrebbero ottenere da questa iniziativa sono molto incerti. All’epoca del governo Berlusconi e poi durante il governo Monti, alcuni studi del ministero del Tesoro e dell’ufficio studi della Camera stimarono il risparmio possibile soltanto in qualche centinaio di milioni. L’Istituto Bruno Leoni ha parlato di circa 2 miliardi, sufficienti comunque a finanziare soltanto alcune delle misure proposte dal governo Letta.

Alcuni hanno parlato di tagliare sul costo delle forniture della pubblica amministrazione, dalle matite alla carte per i ministeri alle siringhe per gli ospedali, che valgono diverse decine di miliardi. Secondo diversi studi in molte branche della pubblica amministrazione diversi beni e servizi sono pagati molto più del necessario: uniformando i prezzi d’acquisto a quelli della amministrazioni più virtuose si potrebbero ottenere diversi risparmi, impossibile però da quantificare ora in maniera precisa. Sia l’ultimo governo Berlusconi che il governo Monti hanno tentato di incidere su questo settore senza ottenere grossi risultati.

Un altro dei pochi settori su cui diversi politici si sono dichiarati d’accordo nella possibilità di procedere a tagli è quello delle spese militari, e oggi è abbastanza probabile che alcuni tagli verranno effettuati proprio in questo settore. In Italia la spesa per la difesa è pari a circa 26,2 miliardi di euro (poco meno del 2% del PIL) e in linea con la spesa europea. Attualmente il livello delle spese per la difesa è pari a quello del 1992 ed è in diminuzione, a parte un’inversione di tendenza nel 2008, da circa dieci anni.

Il problema di tagliare il bilancio della difesa è che per il 65%-75% è impiegato per pagare stipendi e pensioni: il governo Monti ha cercato di cambiare questo rapporto, ma non è ancora chiaro quanto sia riuscito ad incidere finora. Su questa parte di costi del personale è o impossibile intervenire (come nel caso delle pensioni, che sono diritti acquisiti) oppure molto difficile: significherebbe licenziare dei dipendenti pubblici.

Tolte le spese del personale, il bilancio italiano per la difesa è pari a circa 10-12 miliardi ed è costituito da spese di esercizio e missioni internazionali – in tutto circa 3 miliardi. Il resto è costituito dalle spese per investimenti che comprendono anche l’acquisto dei famosi caccia F-35, dei sottomarini e delle navi da guerra. Questa è la principale voce che si pensa possa essere aggredita per raccogliere risorse. Il problema però è che la spesa per investimenti non è una spesa improduttiva.

Se, ad esempio, la marina italiana acquista dei sommergibili da un cantiere navale, il denaro pubblico utilizzato per questa spesa va a pagare gli stipendi di tutti gli operai impegnati nella costruzione. L’azienda a sua volta acquista competenze – come costruire sistemi per un sottomarino da guerra – che può rivendere all’estero. Questo è quello che accade, ad esempio, con il programma F-35. Alcune parti dell’aereo sono prodotte in Italia ed esportate. Nel 2009 l’export militare era pari a 5 miliardi. Bisogna quindi considerare che eliminare completamente la spesa per investimenti militari (oltre a lasciare l’esercito italiano con tecnologie, nel caso degli aerei, che risalgono agli anni ’70) eliminerebbe alcuni ritorni positivi, sottoforma di tasse alle imprese e export, difficili da quantificare. Inoltre, tutti i programmi di investimento sono pluriennali e in molti casi non sarebbe possibile recuperare tutto l’investimento.

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