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  • martedì 26 marzo 2013

Porto Rico vuole diventare un paradiso fiscale?

Il governo locale - che è un po' statunitense e un po' no - sta cercando di risollevare l'economia attraendo capitali e società finanziarie

di luca misculin – @LMisculin

Dall’inizio del 2013 il governo dell’isola di Porto Rico ha introdotto delle importanti agevolazioni fiscali per convincere i ricchi investitori americani a spostare da quelle parti i loro fondi di investimento, nella speranza che le nuove misure possano aiutare il paese a migliorare la situazione della sua economia. Dall’inizio dell’anno le tasse sugli interessi e i dividendi, che erano al 33 per cento, sono state azzerate. Le imposte sui capitali guadagnati, che più interessano ai gestori degli hedge fund, hanno ora tassi variabili fra lo 0 e il 10 per cento. Inoltre chi riesca a dimostrare di aver vissuto per almeno 183 giorni all’anno a Porto Rico diventa automaticamente un cittadino residente, e come tale non deve pagare tasse federali.

Porto Rico è un’isola caraibica distante circa 1500 km dalle coste della Florida: non è uno stato americano né una nazione indipendente. Viene definito uno stato associato: secondo la definizione della Corte Suprema degli Stati Uniti, è “un territorio appartenente e dipendente dagli Stati Uniti, ma che non ne fa parte”. Ceduto nel 1898 agli Stati Uniti dalla Spagna, gli abitanti sono considerati cittadini americani dal 1917. I portoricani pagano la previdenza sociale ma non possono votare alle elezioni presidenziali, sebbene alle primarie di partito sì (curiosità: nel 2008 le primarie democratiche sull’isola furono vinte da Hillary Clinton e nel 2012 quelle repubblicane da Mitt Romney). Eleggono inoltre un solo membro del Congresso, che ha perlopiù una funzione rappresentativa. L’attuale deputato in carica è Pedro Pierluisi, eletto con i democratici. In passato i portoricani hanno votato quattro volte per cambiare lo status del loro paese, l’ultima volta nel 2011. Due anni fa il 54 per cento dei votanti dichiarò di voler cambiare l’attuale condizione di stato associato.

La storia economica di Porto Rico è piena di interventi del governo centrale statunitense tesi a migliorare le condizioni economiche dell’isola, ma nonostante ciò il reddito pro capite è in media di 15.200 dollari l’anno, meno della metà del Mississippi, lo stato americano più povero, e la disoccupazione è attorno al 13 per cento, ben al di sopra della media federale attualmente al 7,7 per cento. Dal 1976 la legge ha permesso alle società americane presenti sul territorio di Porto Rico di far rientrare i profitti negli Stati Uniti senza pagare nessuna tassa, favorendo così la nascita di stabilimenti nell’isola e creando nuovi posti di lavoro. Secondo i portoricani il salvacondotto funzionò e creò circa 100.000 nuovi posti di lavoro, principalmente in aziende farmaceutiche. Nel 1993 l’amministrazione Clinton, dopo molte discussioni, decise però di sostituire queste agevolazioni con un’esenzione fiscale del 65 per cento sui salari, che sulla carta avrebbe continuato a favorire l’occupazione facendo però entrare nelle casse degli Stati Uniti circa 7 miliardi di dollari in tasse. Il governo avrebbe comunque foraggiato il passaggio al nuovo sistema con altri finanziamenti ma qualcosa non funzionò, e Porto Rico è sempre rimasta dipendente da società formalmente straniere che rimpatriavano i propri profitti e non avevano interesse a incoraggiare l’economia locale.

Stavolta l’intento è diverso: al posto di incoraggiare gli investimenti di società industriali e la creazione di posti di lavoro, Porto Rico sta cercando di attrarre società finanziarie, come per esempio quelle che gestiscono gli hedge fund. Al momento, secondo le autorità portoricane, hanno fatto richiesta di trasferimento circa 40 persone, principalmente poco conosciute, ma sono circolati molti nomi: il più grosso è quello di John A. Paulson, noto gestore di hedge fund, che però ha formalmente smentito. Alberto Bacó Bagué, il responsabile dello sviluppo economico e del commercio di Porto Rico, ha detto che «non c’è niente di male ad abitare per 183 giorni su una barca o uno yacht e lavorare da qui. Stiamo per metterci alla pari con Singapore e l’Irlanda: qui si possono legalmente proteggere le proprie entrate e farlo in maniera pulita».

I portoricani sperano anche di attirare così importanti investimenti immobiliari, come conseguenza alle agevolazioni fiscali. «Stiamo ricevendo in media dalle 10 alle 15 chiamate o mail al giorno di persone che vogliono dare un’occhiata alle case», ha detto al New York Times Margaret Juvelier, un’agente immobiliare che ha lasciato Manhattan e ha aperto un ufficio a San Juan, la principale città di Porto Rico. Ana Gonzàlez Brunet, una sua collega, rifiuta di fare nomi ma assicura che sono stati in molti nei mesi scorsi a interessarsi a una proprietà di circa 2500 metri quadrati nel quartiere di Condado, un ricco quartiere di San Juan.

Nonostante l’introduzione delle agevolazioni fiscali, alcuni investitori non sono convinti. David Balin, responsabile degli investimenti per Citi Private Bank, società della banca internazionale Citi che si occupa di servizi finanziari per gente molto ricca. «Citi Private Bank si aspetta che i responsabili degli hedge fund risiedano fondamentalmente in un ufficio a poca distanza dai loro dipendenti più importanti».

foto: Christopher Gregory/Getty Images

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