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  • lunedì 25 marzo 2013

Storia e guai del Los Angeles Times

Si parla sempre dei grandi quotidiani americani della East Coast, ma il quarto giornale per diffusione è in California, e non se la passa bene

Secondo il New York Times ad acquistarlo sarebbe interessato anche Rupert Murdoch

di luca misculin – @LMisculin

Il Los Angeles Times è un quotidiano statunitense pubblicato a Los Angeles, in California: come quasi tutti i quotidiani americani la quasi totalità della sua diffusione riguarda la città e l’area dove viene stampato. Ma il Los Angeles Times è uno dei pochi che si possono trovare nelle rivendite maggiori di tutte le grandi città. Oggi è dentro la grande crisi dei giornali – che negli Stati Uniti è cominciata con qualche anno di anticipo rispetto a noi – ma con sue peculiarità, che hanno a che fare anche con la sua proprietà.

È stato fondato nel 1881 da Nathan Cole Jr. e Thomas Gardiner, due allora giovani imprenditori locali. Poco dopo la sua fondazione fu acquisito da Harrison Gray Otis, un ex capitano dell’esercito che prima della guerra civile aveva lavorato come tipografo al Louisville Journal. Alla sua morte il giornale passò a Harry Chandler, che Otis aveva assunto come direttore apprezzandone l’intraprendenza nel gestire la sua precedente società di distribuzione di giornali, e che finì poi per adottarlo come figlio.

Tra gli anni Sessanta e Ottanta il giornale subì alcune trasformazioni importanti ad opera di Otis Chandler, nipote di Harry: venne aumentato il numero dei giornalisti della redazione e venne dato più spazio alle notizie nazionali e internazionali. Tra il 1960 e il 1969 il giornale vinse complessivamente quattro premi Pulitzer, tra cui due Gold Medal for Public Service attribuite all’intera redazione.

(La lista dei giornali più venduti negli Stati Uniti)

Da Harrison Gray Otis in avanti, il giornale ha sempre tenuto delle posizioni decisamente conservatrici. Nel 1910 uno dei palazzi della sua sede a Los Angeles fu l’obiettivo di un attentato che uccise 21 persone e ne ferì oltre 100. All’epoca le contestazioni sindacali avevano portato diverse società dell’industria del ferro a escludere i sindacati dalle fabbriche, i quali per ritorsione organizzarono scioperi e azioni dimostrative contro obiettivi considerati simbolici. Alcuni aderenti all’Iron Workers, uno di questi sindacati, piazzarono una bomba nella sede del Los Angeles Times che avrebbe dovuto esplodere durante la notte, e invece ferì più di 120 persone che stavano lavorando ad una edizione straordinaria. All’epoca il fatto venne definito dal Times «il crimine del secolo».

La famiglia Chandler mantenne la proprietà fino al 2000. Nel 2000, a causa del progessivo calo delle vendite e degli introiti pubblicitari, il Los Angeles Times venne venduto alla Tribune Company, il consorzio che possiede un altro grande quotidiano – il Chicago Tribune – e altre testate (il Baltimore Sun e l’Orlando Sentinel tra gli altri) e prodotti televisivi. Da allora il giornale se la passa molto male: la circolazione è crollata, passando dalle 773.884 copie giornaliere del 2008 alle 572.988 del 2011, con un calo del 26%. Il numero dei giornalisti è stato ridotto più volte con decine di licenziamenti, e varie operazioni di ridisegno grafico sono state tentate al fine di rinfrescare l’immagine del giornale e arginare le perdite.

Sono state date diverse spiegazioni per questo declino: l’aumento fino a 50 centesimi in più dell’edizione cartacea, il progressivo spostamento dei lettori verso l’edizione online del giornale, l’alternanza di direttori poco convincenti (nel 1997 ottenne la carica Mark Willes, che prima di approdare al gruppo editoriale del Los Angeles Times aveva ricoperto vari incarichi nella General Mills, una grossa azienda che commerciava cereali). Per non parlare, come scrisse già nel 2007 il direttore John O’Shea in una memoria interna, del «più ampio problema del settore».

Nel 2007 il gruppo Tribune Company venne rilevato da Sam Zell, un imprenditore piuttosto controverso, che divenne il CEO della società il 21 dicembre. Ma già alla fine del 2008 la Tribune Company avviò le procedure per richiedere lo stato di bancarotta, a fronte di circa 13 miliardi di dollari di debiti accumulati dalle simultanee perdite di varie testate della società. Sam Zell spiegò che, nonostante i tentativi di innovazione e razionalizzazione delle risorse, «fattori al di là del nostro potere hanno creato la tempesta perfetta – un crollo vertiginoso delle entrate, un duro momento per l’economia e la crisi del credito che hanno reso impossibile sostenere il nostro debito.»

Superata questa fase con molte dismissioni, la Tribune Company ha in programma per il 2013 di disfarsi di tutte le testate cartacee per concentrarsi esclusivamente sulla produzione di contenuti televisivi. L’Economist elenca alcuni possibili compratori, fra cui Eli Broad, un imprenditore impegnato nella beneficenza e nella filantropia, e Austin Beutner, ex candidato sindaco di Los Angeles per le elezioni del 2013. Il New York Times scrive invece di un interesse di Rupert Murdoch, citando una fonte a lui vicina: «Vuole comprare il Los Angeles Times».

La questione che riguarderebbe Murdoch è complicata: i democratici stavano portando avanti nella Commissione Federale per le Comunicazioni un progetto di legge di liberalizzazione del mercato dell’informazione che consentisse la proprietà simultanea di una stazione televisiva e di un giornale in una data area qualora la stazione televisiva non fosse fra le prime quattro secondo i dati Nielsen relativi all’ascolto. Pensata per creare sinergie e razionalizzazioni di risorse fra giornali e televisioni locali, questa norma potrebbe favorire Murdoch, nel momento in cui i termini fossero ammorbiditi da una commissione a lui più favorevole. L’occasione si è venuta a creare con le dimissioni di Julius Genachowski, deputato democratico che era a capo della commissione. Altre fonti vicine a Murdoch spiegano invece che al momento lo stesso Murdoch starebbe valutando la reale convenienza dell’operazione, a fronte della probabile battaglia politica da condurre e degli investimenti necessari per ottenere in breve tempo un ritorno economico dall’operazione.

foto:Kevork Djansezian/Getty Images

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