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  • giovedì 24 gennaio 2013

L’ultimo governo di centrosinistra

Fece una brutta fine cinque anni fa, al Senato, durante una tremenda seduta che è meglio non dimenticare, anche se ne verrebbe la voglia

Alle 15 di giovedì 24 gennaio 2008, Romano Prodi si presentò al Senato per un voto di fiducia al suo governo, in carica da poco più di un anno e mezzo. Il giorno prima aveva ottenuto la fiducia della Camera, dove beneficiava ancora di un’ampia maggioranza grazie al premio attribuito alla coalizione con più voti dalla legge elettorale approvata nel 2005 dal centrodestra, il famoso Porcellum con cui si voterà alle prossime elezioni politiche.

Il problema, però, era al Senato: la minuscola maggioranza di soli due senatori uscita dalle elezioni del 2006 (grazie al voto degli italiani all’estero, altra novità introdotta dal precedente governo Berlusconi) era stata rafforzata dal sostegno di alcuni senatori a vita, e la fiducia iniziale era stata approvata con 165 voti a 155. Ma dal settembre 2006, quando il senatore Sergio De Gregorio – giornalista campano dalla traiettoria politica piuttosto varia, iniziata con Forza Italia nel 1994 – aveva annunciato la sua uscita dall’Italia dei Valori, la maggioranza di governo al Senato non esisteva più. Da allora il governo si era trascinato per più di un anno con il sostegno decisivo dei senatori a vita sulle votazioni più importanti.

La seduta pomeridiana al Senato iniziò puntuale. Romano Prodi fu tra i primi a parlare: disse che rinnovava la fiducia personale e del governo nei confronti di Clemente Mastella, fino a pochi giorni prima ministro della Giustizia, ma che chiedeva la fiducia al Parlamento per poter procedere alle riforme necessarie al paese, in primo luogo – temi che ritornano – quella della legge elettorale, che allora era in discussione in una commissione parlamentare.

Clemente Mastella
Una settimana prima, il 16 gennaio 2008, l’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella, dell’Unione dei Democratici per l’Europa (UDEUR), annunciò alla Camera le sue dimissioni dall’incarico (l’unico ricoperto da un esponente dell’UDEUR nel governo, oltre a un sottosegretario), dopo che la moglie Sandra Lonardo era stata messa agli arresti domiciliari il giorno stesso. Sandra Lonardo, anche lei nativa di Ceppaloni, il paese in provincia di Benevento di cui è originario Mastella, era allora presidente del Consiglio regionale campano: l’inchiesta, che coinvolgeva una trentina di persone, riguardava una nomina ad un ruolo dirigenziale nell’ospedale di Caserta e l’accusa era di concussione. Nella stessa inchiesta, si seppe poco dopo, era indagato lo stesso Mastella. Le dimissioni furono accettate da Romano Prodi il giorno successivo. Poco più di un mese dopo, le accuse a suo carico caddero, mentre gli arresti domiciliari erano già stati revocati a fine gennaio.

In realtà, oltre alla vicenda della moglie, l’UDEUR minacciava da mesi di uscire dalla maggioranza per questioni politiche, in particolare per l’opposizione a qualsiasi ritorno a una legge elettorale di tipo maggioritario, che avrebbe finito per fare scomparire i partiti minori. Per tutti questi motivi, i due gruppi parlamentari dell’UDEUR – 10 deputati e 3 senatori – annunciarono prima l’appoggio esterno e poi, dopo aver richiesto e non ottenuto un documento di solidarietà verso i Mastella da parte del governo, e dopo scontri molto accesi con l’allora ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, che non avrebbero votato la fiducia al governo Prodi (il 21 gennaio).

La discussione, per modo di dire
Torniamo al 24 gennaio. Si aprì la discussione, che fu da subito piuttosto accesa. Prese la parola tra i primi il senatore Nuccio Cusumano, un politico democristiano dalla lunga esperienza, dicendo che, in dissenso dal resto del suo gruppo, l’UDEUR, avrebbe votato la fiducia al governo in carica “in solitudine”. Tommaso Barbato, il capogruppo dell’UDEUR in Senato era in quel momento fuori dall’aula. Vide alla tv l’energico intervento di Cusumano, scattò verso l’aula, andò sotto il banco del suo senatore, mimò con le mani una pistola e gli urlò «Traditore! Venduto! Pagliaccio!». Cusumano rimase immobile e poco dopo si mise a piangere. Poi ebbe un malore e si accasciò. La seduta fu sospesa dal presidente del Senato Franco Marini per una decina di minuti. Oltre a Tommaso Barbato, si distinse per aver lanciato violenti insulti contro Cusumano il senatore Nino Strano, in aula con un pullover rosso sulle spalle e – incomprensibilmente – un paio di occhiali da sole, che era stato per 15 anni consigliere comunale del Movimento Sociale Italiano a Catania ed era in parlamento dal 2001, eletto con Alleanza Nazionale.

Continuò la discussione.  L’opposizione fece riferimento alla situazione dei rifiuti in Campania, si parlò perfino di un “governo tecnico” per risolvere la crisi e ci fu chi disse – Dino Tibaldi, dei Comunisti Italiani – che contro il governo avevano agito Confindustria e il Vaticano. Un senatore di Alleanza Nazionale, Oreste Tofani, denunciò «ignobili giochi di palazzo»», di cui parlava la stampa di opposizione in quei giorni e che tiravano in ballo Cusumano.

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