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  • giovedì 10 Gennaio 2013

Fare il giornalista in Cina è molto complicato

La vicenda della morte di cinque bambini è anche una storia esemplare sulle difficoltà della stampa di raccontare quello che succede

Lunedì il sito del settimanale tedesco Der Spiegel ha pubblicato un articolo che racconta una triste storia di cronaca accaduta in Cina tre mesi fa e le incredibili conseguenze che questa storia ha innescato nei confronti di chi ha cercato di indagare e raccontare i fatti accaduti.

Lo scorso 15 novembre si era appena concluso il diciottesimo congresso del Partito Comunista cinese con la nomina a segretario generale del partito di Xi Jinping, che a marzo diventerà presidente della Cina. Nel suo primo discorso alla stampa da neo-segretario, presso la Grande sala del popolo a Pechino, Xi Jinping aveva esordito dichiarando di essere “onorato di incontrare gli amici della stampa” e aveva ringraziato i giornalisti “per la vostra professionalità, la vostra dedizione e il vostro impegno”. Il messaggio era apparso inconsueto perché pronunciato dall’uomo che si appresta a guidare un paese con uno dei sistemi di censura più sofisticati e capillari del mondo, dove l’accesso a Internet subisce restrizioni continue e dove può capitare che il sito di un giornale come il New York Times venga oscurato per aver pubblicato dei contenuti non troppo graditi al governo centrale. Xi Jinping nel suo discorso aveva poi parlato dell’entusiasmo e delle speranze del popolo cinese di vedere i propri figli crescere meglio, lavorare meglio e vivere meglio.

Nello stesso giorno in cui Xi Jinping aveva pronunciato il suo discorso, a quasi 2.000 chilometri di distanza da Pechino, a Bijie, nella provincia di Guizhou, in una delle regioni più povere della Cina, un passante aveva notato cinque bambini vestiti miseramente che da giorni vagavano nella zona e che per ripararsi dal freddo sostavano in un sottopassaggio vicino all’università chiedendo l’elemosina agli studenti. La mattina successiva i cinque bambini sono stati trovati morti in un cassonetto dell’immondizia: il freddo della notte precedente li aveva spinti a ripararsi lì dentro e ad accendere un fuoco per scaldarsi. I bambini erano morti asfissiati dal monossido di carbonio.

Qualche ora dopo Li Yuanlong, un giornalista cinese di 52 anni, mentre si trovava ad una fermata dell’autobus a Bijie, sentì due passanti raccontare la storia dei cinque bambini decise di indagare per scoprire come fosse potuto accadere. Li aveva lavorato per molti anni al quotidiano Bijie Daily prima di pubblicare un articolo per il quale era stato costretto a scontare due anni di carcere, per lo più in isolamento. Appena uscito di prigione Li aveva venduto la sua casa e con i soldi della vendita era riuscito ad ottenere un visto per gli Stati Uniti per suo figlio Muzi, che adesso frequenta un college in Ohio.

Dopo aver indagato e raccolto informazioni, il 18 novembre Li pubblicò su Internet un articolo dettagliato sulla vicenda che in poche ore diventò uno dei contenuti più letti e commentati su Internet in Cina e fu ripreso da numerosi network. I bambini, tra i 9 e i 13 anni, avevano tutti lo stesso cognome, erano cugini ed erano stati affidati al più grande di loro dai genitori migrati in cerca di lavoro vicino ad Hong Kong. Le condizioni disperate del villaggio in cui vivevano li avevano spinti a lasciare la propria casa.

Qualche giorno dopo la pubblicazione dell’inchiesta alcuni funzionari del governo si presentarono a casa di Li, intimandogli di cancellare i suoi post su Internet. Li si rifiutò e fu costretto insieme a sua moglie a prendere prima un volo per l’isola turistica di Hainan e poi spostarsi in un’altra città della Cina. Alla fine Li fu costretto a cancellare la sua inchiesta su Internet, sotto la minaccia di non rivedere più suo figlio, e sparì dalla circolazione. Oggi restano su un forum alcune foto, dei bambini nel sottopassaggio e del cassonetto dove poi li hanno trovati morti.

Nel frattempo due giornalisti dello Spiegel cominciarono a interessarsi alla vicenda e a fine dicembre andarono a Bijie, dove riuscirono a mettersi in contatto con Li e incontrarlo prima nella sua abitazione e il giorno successivo, per non destare troppi sospetti, in un luogo affollato vicino al sottopassaggio dell’università dove si erano riparati i cinque bambini. Dopo il secondo incontro Li, evidentemente pressato dalla polizia, consigliò ai due giornalisti di proseguire le ricerche da soli. I due allora andarono sul posto dove erano stati ritrovati i corpi dei bambini e iniziarono a fare domande alla gente del posto, senza ricevere però alcuna risposta. Dopo qualche giorno ottennero, non senza difficoltà, il permesso di visitare il villaggio da cui i bambini erano fuggiti, sotto lo stretto controllo di un funzionario governativo che non li ha persi mai di vista durante tutto il viaggio.

Durante il viaggio i due giornalisti si resero conto della gravità della situazione: si trovavano in uno dei posti più poveri della Cina e si imbattevano spesso in gruppi di bambini che vagano per le strade da soli, malnutriti e non vestiti adeguatamente. La provincia di Guizhou ha infatti il reddito pro capite più basso tra quelli delle province della Repubblica Popolare Cinese ed è una delle province con il più alto numero di minoranze etniche, che costituiscono il 37 per cento del totale della popolazione, nei confronti delle quali non viene applicata la politica del figlio unico. Su una popolazione totale di 7 milioni di abitanti, ben 2 milioni sono costretti a cercare lavoro nelle città costiere, proprio come i padri dei cinque bambini morti.

Una volta tornati in città i due giornalisti tentarono di continuare il loro lavoro di ricerca, ma invano: i testimoni che riuscivano a interpellare non si presentavano agli appuntamenti e una sera, di ritorno in albergo, i due trovarono la loro camera a soqquadro e tutti i documenti, le foto, i telefoni cellulari e i computer distrutti. Il 30 dicembre hanno fatto ritorno a Pechino: nulla da fare.