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  • mercoledì 9 gennaio 2013

Il nuovo Manifesto

La fine del 2012 non ha portato all'annunciata fine del quotidiano, che è ancora in edicola grazie alla nascita (dolorosa) di una nuova cooperativa

di Giulia Siviero - @glsiviero

La fine del 2012 non ha portato alla fine (tanto annunciata) del Manifesto, che con il nuovo anno è tornato in edicola avendo allontanato temporaneamente «l’urgenza della vendita» della testata e avendo salvato, per il momento, «la maggior parte dei posti di lavoro». L’annuncio è stato fatto con un editoriale pubblicato sabato 29 dicembre, in cui si parlava della fine della fase della liquidazione coatta amministrativa, della nascita di una nuova cooperativa e dell’autorizzazione ufficiale da parte del ministero dello Sviluppo economico di affitto della testata a questo “nuovo” collettivo, nato sulle ceneri del vecchio.

La storia dell’ultimo anno al Manifesto, quella almeno di una crisi finanziaria divenuta sempre più profonda e che ha messo a rischio, come mai prima, l’esistenza del giornale, è stata raccontata pubblicamente sulle sue pagine. A questa crisi irreversibile si è accompagnata anche una profonda spaccatura nella redazione, che ha portato all’abbandono di alcuni dei fondatori e di alcune delle più importanti e autorevoli firme del giornale, con lettere da parte di chi se ne andava e risposte (in qualche caso molto sbrigative) da parte di chi restava, che a molto alludevano e poco spiegavano. Per capire le ragioni degli uni e degli altri è però necessario ripercorrere le fasi del dissesto economico.

Il Manifesto è del Manifesto
Il Manifesto è nato nel 1969 come rivista politica mensile per trasformarsi in quotidiano il 28 aprile 1971 con 60 milioni di lire di investimento. Tra i fondatori, Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Aldo Natoli, Lucio Magri, Massimo Caprara, Luciana Castellina e Valentino Parlato. Era composto da quattro pagine, costava 50 lire contro le 90 degli altri giornali e già allora non aveva editori, ma era gestito da una cooperativa formata dagli intellettuali e dai giornalisti che ci lavoravano. La proprietà era dunque di un collettivo che non si distingueva dalla redazione e dalla direzione: tutti i lavoratori e le lavoratrici ne facevano parte.

A partire dal 1995 il giornale non è stato solo di chi lo faceva ma anche di chi lo leggeva. Quell’anno venne infatti creata una spa ad azionariato popolare: una società in cui il 78 per cento delle quote era in mano alla cooperativa editrice (103 soci tutti dipendenti o ex dipendenti) e il restante 22 per cento suddiviso tra 6.826 soggetti molto diversi tra loro, che quell’anno acquistarono azioni pari a 5,4 miliardi di vecchie lire. Tra questi ultimi la maggior parte erano azionisti singoli e abbonati. Piccole quote furono però acquisite anche da cooperative, enti sindacali, associazioni e strutture di partito (circa lo 0,1 per cento). Grazie a quest’operazione vennero fatti alcuni investimenti tra cui, per esempio, la pubblicazione gratuita su Internet di tutto il giornale: all’inizio del 1995 il Manifesto fu il primo quotidiano nazionale ad avere un suo sito. Nel 2005 l’accesso alla versione integrale degli articoli fu poi ristretto ai soli abbonati. L’unico patrimonio della spa era (ed è ancora oggi) la testata, che a quel tempo venne valutata oltre 28 miliardi di lire (14,5 milioni di euro): all’epoca ci lavoravano 146 persone (86 giornalisti e 60 poligrafici) e le vendite erano al massimo storico (51.082 copie al giorno).

La liquidazione coatta amministrativa
Da allora molto è cambiato, nonostante le voci che nel bilancio del giornale fanno riferimento ai ricavi restino sostanzialmente le stesse. E sono quattro: vendita in edicola e abbonamenti (tra il 54 e il 58 per cento dei ricavi totali nel periodo che va dal 2006 al 2010), pubblicità (la cui percentuale, circa l’11, è per il Manifesto molto più bassa rispetto a quella di quasi tutti i gruppi editoriali), sostegno dei lettori (tra l’1 e il 9 per cento dei ricavi) e contributo pubblico per l’editoria con una percentuale che in quegli anni andava tra il 23,4 al 27,4 per cento.

A partire dalla fine degli anni Novanta tutte queste voci hanno subito riduzioni significative: del 33 per cento solo dal 2006 al 2010. Il Manifesto ha attraversato lunghi periodi di crisi e di fatiche, segnati sempre da appelli e richieste di aiuto ai lettori: nel 2009, per esempio, per un giorno il Manifesto costò 50 euro. La ristrutturazione aziendale e il sistematico contenimento di ogni costo (incluso quello del personale) non sono stati però sufficienti a risanare la situazione, soprattutto a causa della riforma dell’editoria e della riduzione drastica dei contributi pubblici. «Traducendo in cifre, i contributi che nel 2009 ammontavano a 3,7 milioni di euro, nel 2010 sono stati contabilizzati per 3,4 milioni di euro, sono stati appostati nel budget di previsione 2011 per 2,3 milioni di euro e risultano a oggi ridotti a 1,1 milioni di euro».

Per questo, e a causa dei conti in passivo, nel febbraio del 2011 i soci hanno deciso all’unanimità (come unica alternativa al fallimento) di avviare la liquidazione coatta amministrativa. «Tecnicamente, la Lca è una particolare procedura concorsuale prevista soltanto per alcune categorie d’imprese (tra cui appunto le cooperative editoriali) il cui dissesto o le cui anomalie di funzionamento possono ripercuotersi negativamente su un numero elevato di altri soggetti. Per gli interessi (specie di natura pubblica) coinvolti, la procedura è affidata all’autorità amministrativa (il ministero dello Sviluppo economico) che si occupa dell’apertura e della gestione della procedura. La Lca viene disposta prevalentemente quando un’impresa è in stato d’insolvenza ovvero in una situazione di crisi che non permette più all’impresa di adempiere con regolarità alle proprie obbligazioni».

L’asta di vendita e il futuro del giornale
Il 15 febbraio del 2012 la Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana ha certificato l’insolvenza della cooperativa editrice “manifesto spa”, avviando di fatto la liquidazione, e nominando tre commissari liquidatori (gli avvocati Raffaele Cappiello, Mauro Damiani e Licia Polizio) che da quel momento in poi si sono occupati di chiudere la cooperativa assumendo nel frattempo anche la gestione provvisoria del giornale pagando gli stipendi, le bollette, negoziando gli ammortizzatori sociali e chiedendo, per non aumentare il debito del giornale, licenziamenti immediati.

I liquidatori, una volta assunto il loro ruolo, hanno anche sospeso tutti i pagamenti ai collaboratori non dipendenti, inclusi quelli di molti che, negli anni, sono andati in prepensionamento per aiutare le casse del quotidiano continuando a fornire gratuitamente la loro collaborazione. Dopo settimane di discussioni e assemblee a giugno è stato trovato un accordo con il ministero del Welfare per i 68 dipendenti rimasti: una cassa integrazione a rotazione senza eccezioni che ha dimezzato l’organico lasciando al lavoro 36 giornalisti per turno.

Neanche la gestione controllata però poteva essere prolungata all’infinito e così, anche a causa di un ulteriore calo delle vendite (ormai sotto le 15mila copie in edicola), i liquidatori hanno deciso di non poter più prolungare l’esercizio provvisorio oltre il 31 dicembre 2012 e hanno avviato ufficialmente le procedure per la vendita della testata. Entro il 17 dicembre chiunque fosse interessato poteva presentare la propria «proposta vincolante e irrevocabile» presso uno studio notarile di Roma. Le offerte d’acquisto che sono arrivate (e che ufficialmente non si conoscono) sono però state giudicate ben al di sotto del valore della testata (quantificato dai liquidatori in 5,47 milioni di euro).

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