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  • lunedì 31 dicembre 2012

Ultimo giorno prima del fiscal cliff

Alla mezzanotte di oggi negli Stati Uniti entreranno in vigore tagli mostruosi alla spesa pubblica, democratici e repubblicani sono ancora piuttosto lontani da un accordo

Domenica 30 dicembre i leader di maggioranza e di minoranza del Senato statunitense non sono riusciti a trovare un accordo sul “fiscal cliff”, il cosiddetto “baratro fiscale” che attende gli Stati Uniti il primo gennaio 2013. Con l’arrivo del nuovo anno, infatti, negli Stati Uniti entreranno in vigore automaticamente tagli alla spesa per un totale di 607 miliardi di dollari solo nel 2013, che andranno a colpire soprattutto i settori dei servizi sociali, della difesa e dell’istruzione. Inoltre, sempre il primo gennaio 2013 scadranno una serie di esenzioni e vantaggi fiscali in vigore da diversi anni e si raggiungerà il cosiddetto “tetto del debito”, il limite fissato per legge alla quantità di denaro che gli Stati Uniti possono prendere in prestito. Per evitare tutto ciò democratici e repubblicani – che hanno la maggioranza rispettivamente al Senato e alla Camera – devono mettersi d’accordo e scrivere una legge che annulli quanto sopra ma definisca la direzione da prendere: quanto tagliare e dove? A chi aumentare o ridurre le tasse?

(Che cos’è il “fiscal cliff”, spiegato bene)

I negoziati nella giornata di ieri hanno fatto pochi passi in avanti. Democratici e repubblicani sembravano sulla buona strada discutendo della tassazione sui ricchi – che Obama vuole aumentare per chiunque guadagni più di 250.000 dollari l’anno – ma le trattative si sono interrotte quando i repubblicani hanno proposto di introdurre un nuovo metodo di calcolo dell’inflazione che taglierebbe gli adeguamenti annuali delle pensioni. Qualche ora dopo il capo dei repubblicani al Senato, Mitch McConnell, ha telefonato al vicepresidente Joe Biden nel tentativo di resuscitare la trattativa: la Casa Bianca ha inviato un suo funzionario al Congresso per trovare una mediazione, i repubblicani hanno ritirato la proposta e i negoziati sono ripartiti, ma senza fare grandi passi avanti.

Oggi, lunedì 31 dicembre, il Senato si riunirà alle 11 del mattino e chiuderà la sua sessione alle 18, ora locale. Le trattative si sono di fatto arenate da quando lo speaker della Camera, il repubblicano John Boehner, è stato messo in minoranza dai suoi compagni di partito, dieci giorni fa, su una proposta già molto moderata di aumento delle tasse solo per chi guadagna più di un milione di dollari. Obama e Boehner erano d’accordo su tagli al deficit per decine di miliardi di dollari nei prossimi dieci anni e sull’avviare un processo di revisione del fisco e della spesa in alcuni programmi particolarmente importanti come quelli sull’assistenza sanitaria.

La palla è passata così al Senato, dove i democratici hanno la maggioranza, ma senza successo. In Senato i democratici hanno proposto di aumentare le tasse alle famiglie che guadagnano più di 250.000 dollari, i repubblicani si sono detti pronti ad aumentarle per chi ne guadagna più di 550.000, i democratici sono arrivati a 450.000 ma poi le cose si sono fermate. In ogni caso è tutt’altro che certo che un eventuale accordo raggiunto al Senato venga approvato anche dalla Camera. Il capo dei repubblicani al Senato, Harry Reid, dovrebbe portare oggi in aula un testo che limiterebbe gli effetti più pesanti del fiscal cliff ma non si sa nemmeno se quel testo sarà votato o no: teoricamente basta il parere contrario di un solo senatore per prendere abbastanza tempo da arrivare alla scadenza della mezzanotte.

(Tutti gli articoli del Post sul fiscal cliff)

Domenica 30 dicembre il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che in questa fase è relativamente impotente, potendo spendere soltanto la sua influenza e non potendo aggirare il Congresso, ha implorato i legislatori di agire. «Stiamo parlando con i repubblicani dal giorno successivo alle elezioni: hanno problemi a dire sì a moltissime cose». A questo punto lo scenario più probabile è non si raggiunga un accordo e che i tagli di cui sopra entrino effettivamente in vigore, così come avvenga il raggiungimento del tetto del debito, rimandando la risoluzione della questione al 2013. Alcuni senatori repubblicani dicono che l’urgenza è un falso problema, che si possono scrivere norme retroattive, ma la reazione delle borse e delle agenzie di rating a un mancato accordo potrebbe fare molto male all’economia statunitense già mercoledì.

Senza un accordo, con l’entrata in vigore dei tagli e la sparizione delle esenzioni, la famiglia media americana dall’oggi al domani si troverà a pagare oltre 3.000 dollari di tasse in più all’anno (alcuni collocano questa stima ancora più in alto), rallentando i consumi e la ripresa economica. Senza alzare il tetto del debito, poi, gli Stati Uniti esaurirebbero rapidamente le loro risorse e non riuscirebbero più a pagare stipendi, pensioni e sussidi, nonché a restituire denaro a chi ha acquistato titoli in scadenza. L’ufficio per il budget del Congresso ha calcolato che tutto ciò con ogni probabilità farebbe finire gli Stati Uniti nuovamente in recessione.

foto: il senatore democratico Patrick Leahy in un corridoio del Congresso. (Drew Angerer/Getty Images)

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