Definizioni di sinistra

In Italia ha sempre avuto un significato diverso che nel resto del mondo, scrive Angelo Panebianco: forse adesso qualcosa sta cambiando

Tirando le fila di quello che ha mostrato la campagna per le primarie del centrosinistra, Angelo Panebianco scrive in prima pagina sul Corriere del possibile riavvicinamento tra l’idea definita di sinistra che è sempre stata propria della politica italiana, e quella più estesa e fluida con cui si parla di sinistra nel resto del mondo.

È stato detto, ed è vero, che, chiunque vinca le primarie, il Partito democratico sarà in futuro diverso da ciò che è stato. La sfida di Renzi lo ha già cambiato.
Queste primarie non sono state solo uno strumento per la scelta del candidato premier. Sono state anche un referendum sul significato da dare alla parola «sinistra». Hanno assunto, grazie a Renzi, una forte valenza culturale, hanno investito i temi della tradizione e della identità.
Sinistra, in Italia, è un termine che ha sempre avuto un significato diverso da quello che ha nei Paesi che non hanno conosciuto la presenza – per quasi mezzo secolo di vita democratica – di un grande partito comunista, radicato in tanti gangli vitali della società: un partito che, grazie anche al suo rapporto quasi monopolistico con i ceti intellettuali, era il solo legittimo giudice di cosa fosse o non fosse «sinistra». Al punto che persino Bettino Craxi, uomo del socialismo autonomista, privo di complessi di inferiorità nei confronti dei comunisti, poteva essere tranquillamente dipinto come uomo di destra. «Sinistra» erano il Pci e ciò che si muoveva nella sua orbita, ivi comprese quelle forze (una parte del Psi pre Craxi, la sinistra democristiana) sue sodali o che mostravano sudditanza, culturale e psicologica, nei suoi confronti. «Sinistra» erano le interpretazioni del mondo, del passato e del presente, e di ciò che era giusto o sbagliato, che si producevano entro quei confini politici.

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