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  • martedì 27 novembre 2012

Perché l’ILVA è di nuovo ferma

La chiusura dello stabilimento, le proteste dei lavoratori, le novità sull'inchiesta e le puntate precedenti, in 10 punti

Questa mattina a Taranto gli operai dell’Ilva, la grande fabbrica siderurgica della città al centro di diverse inchieste giudiziarie per l’inquinamento che produce, hanno organizzato forme di protesta in seguito alla decisione della direzione di chiudere l’impianto. Dopo alcune tensioni e un sit-in, diverse centinaia di operai sono entrate nello stabilimento, occupando anche gli uffici della direzione dell’azienda. Chiedono che la fabbrica torni pienamente in attività, evitando che migliaia di operai restino senza lavoro a Taranto e nelle altre città dove ILVA ha stabilimenti. Alla situazione di oggi si è arrivati dopo mesi di polemiche e in seguito a una nuova serie di arresti, condotti ieri nei confronti di alcuni importanti dirigenti della società.

L’inchiesta
Lunedì mattina la procura di Taranto ha eseguito sette nuovi ordini di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta “Ambiente svenduto”, sulla base delle ipotesi di reato dei pubblici ministeri, secondo i quali intorno all’ILVA si sarebbe sviluppato un giro di tangenti, con complicità ad alto livello per nascondere o sottostimare volutamente l’inquinamento prodotto dallo stabilimento di Taranto. L’ipotesi è di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze e delle acque e all’omissione dolosa delle cautela sul lavoro, spiega oggi sul Corriere della Sera Virginia Piccolillo. Il sistema secondo i pm avrebbe potuto contare su una “fitta rete di politici PD e PdL e sulla ‘regia occulta’ del presidente della Regione, Nichi Vendola”.

Gli arresti
Gli ordini di custodia cautelare hanno interessato, tra gli altri, il fondatore dell’azienda Emilio Riva, che ha 86 anni e che si trova ai domiciliari da fine luglio in seguito a un’altra decisione della magistratura. Un altro ordine di arresto è stato emanato nei confronti di Fabio Riva, figlio di Emilio e vicepresidente di ILVA Group, risultato irreperibile. Gli avvisi di garanzia sono stati inviati anche a Bruno Ferrante, presidente della società e accusato di concorso in disastro ambientale, considerato persona di garanzia ma che secondo i pm non avrebbe impedito allo stabilimento di continuare a inquinare anche dopo il suo arrivo. Un altro avviso di garanzia è stato emesso nei confronti di Adolfo Buffo, il direttore tecnico dello stabilimento di Taranto.

Il sequestro
Oltre alle ordinanze di custodia cautelare, il tribunale ha ordinato il sequestro di grandi quantità di materiale nello stabilimento. Si tratta di prodotti di acciaio commercializzati dalla società durante il periodo di stop che le era stato imposto in estate, e quindi ritenuto dai pm come frutto di “attività illecite”, spiega sempre Piccolillo.

I precedenti
A fine luglio il giudice per le indagini preliminari di Taranto decise per il sequestro dei sei comparti dell’area per il trattamento a caldo dei materiali, ritenuti inquinanti e pericolosi per la salute della cittadinanza (lo stabilimento è immerso nel contesto urbano). Otto dirigenti della società furono messi agli arresti domiciliari. Il governo rispose al provvedimento impegnandosi a stanziare risorse per favorire la bonifica dell’impianto, e la sua messa in sicurezza per quanto riguarda le emissioni. Furono nominati alcuni custodi come figure di garanzia, ma questo non impedì un secondo stop alla produzione imposto sempre dal gip di Taranto ad agosto. Ferrante, il presidente dell’ILVA raggiunto ieri da un avviso di garanzia, presentò un piano per il risanamento dell’area, bocciato dalla procura. La situazione sembrò sbloccarsi a ottobre quando intervenne nuovamente il governo, con una “autorizzazione integrata ambientale” per assicurare la rimessa in attività degli impianti.

La chiusura
In seguito alle nuove operazioni della magistratura, ieri la società ha annunciato ai sindacati la chiusura immediata e incondizionata dell’area per il cosiddetto trattamento a freddo dei materiali. La decisione potrebbe avere serie conseguenze per migliaia di dipendenti e non solo a Taranto, ma in tutte le altre città italiane in cui ci sono stabilimenti che trattano i materiali prodotti in Puglia. I legali dell’ILVA negano che la chiusura immediata sia stata una forma di “ritorsione” in seguito alla decisione dei magistrati. I legali hanno anche ricordato che Ferrante fu nominato insieme con i custodi giudiziari e che “non ha mai avuto neanche la facoltà di poter commettere illeciti”.

“Fitte relazioni”
Secondo la magistratura, intorno all’ILVA si sarebbero create nel corso del tempo fitte relazioni tra mondo dell’impresa, politica e figure di controllo per consentire all’impianto di funzionare nonostante le preoccupazioni sui livelli di inquinamento prodotto. Nell’inchiesta si cita, per esempio, il caso di Lorenzo Liberti, che avrebbe ricevuto una presunta tangente da diecimila euro per sistemare una perizia per la procura sull’impatto della diossina emessa dall’impianto a Taranto. La mazzetta sarebbe stata consegnata da Girolamo Archinà, già responsabile per i rapporti istituzionali dell’ILVA. Entrambi sono agli arresti.

Alcuni responsabili della società, sempre secondo l’accusa, si sarebbero dati da fare nel corso del tempo per avviare complicità con diversi esponenti, soprattutto della politica locale e nazionale. Tra i tanti, si parla del governatore Nichi Vendola, del sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, del presidente della provincia Gianni Florido, del parlamentare Ludovico Vico (PD) e del presidente della Commissione ambiente Gaetano Pecorella. Molte relazioni sono emerse in seguito all’analisi delle carte e soprattutto tramite le intercettazioni. In una di queste, Fabio Riva commenta i dati dell’Agenzia regionale per l’ambiente della Puglia (ARPA) sui presunti effetti dell’inquinamento dell’ILVA sulla salute della popolazione: «Due casi di tumore in più all’anno… Una minchiata».

Nella casella di posta elettronica di Archinà è stata anche identificata una email scritta nell’ottobre del 2010 e indirizzata a Pier Luigi Bersani da parte di Emilio Riva, che si lamentava per gli interventi sfavorevoli nei confronti dell’ILVA del senatore Roberto Della Seta del PD. Non è ancora chiaro se l’email fu mai spedita, ma la sua presenza secondo i magistrati dimostra come i responsabili della società cercassero di attivare relazioni e legami importanti per tutelare i loro interessi. Oggi il Fatto ricorda che la famiglia Riva ha finanziato a lungo – in modo del tutto legale – la politica, ricordando le donazioni fatte a Pier Luigi Bersani e a Forza Italia.

Nichi Vendola
Vendola non risulta essere indagato, ma secondo i magistrati mantenne i contatti con Archinà per mettere insieme in dubbio il lavoro del direttore generale dell’ARPA, Giorgio Assennato, che aveva realizzato rapporti poco favorevoli nei confronti dell’ILVA. Sul Corriere della Sera, Giusi Fasano riporta un virgolettato dei giudici: «Il tutto si è svolto sotto l’attenta regia del presidente Vendola e del suo capo di Gabinetto avvocato Francesco Manna», il governatore in una intercettazione «afferma chiaramente di non voler rinunciare all’ILVA». Ed è comprensibile, considerata la quantità di posti di lavoro che dà lo stabilimento. Ieri Vendola ha spiegato il proprio ruolo nella vicenda, ricordando che Archinà era il responsabile delle relazioni pubbliche dell’azienda, e che quindi era naturale e “doveroso” avere contatti con lui: «Tentavo di evitare quel che sta succedendo adesso, cioè giungere all’implosione». Vendola ha anche ricordato di non avere fatto pressioni, come ipotizzano i magistrati, e di avere “scelto per l’Arpa uno scienziato di altissimo livello e l’ho riconfermato, Giorgio Assennato”: «Alle prime evidenze scientifiche sono intervenuto con una legge regionale che ha imposto all’ILVA di abbattere le emissioni. E adesso al governo voglio chiedere di fare tutto perché l’azienda risponda alla questione posta dalla magistratura: come si interrompono ora i reati?».

Che cosa farà il governo
La sospensione quasi completa della produzione da parte dell’ILVA è un nuovo problema per il governo, che a ottobre si era esposto per trovare una soluzione per consentire la ripresa parziale delle attività compatibilmente con le decisioni della magistratura. Per giovedì prossimo il governo ha convocato tutte le parti coinvolte per un confronto a Roma. Il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, che aveva promosso e ottenuto l’approvazione dell’Autorizzazione ambientale integrata (AIA) ha spiegato che i nuovi provvedimenti della magistratura rischiano di vanificare le decisioni del governo, tese anche all’avvio dei lavori di risanamento e messa in sicurezza ambientale dell’impianto. Il confronto a Roma è anche un tentativo per allentare la tensione con le parti sociali, che era salita molto durante l’estate quando il governo non si era dimostrato da subito pronto a intervenire.

Interventi (AIA)
L’AIA prevede che siano effettuati interventi nell’area in cui si tratta il materiale agglomerato: il sistema per filtrare le polveri non funziona al meglio ed è in questa zona che si produce la diossina. Altri interventi devono essere realizzati nelle cokerie (dove si produce il coke, combustibile per i forni dove si fondono i metalli), da cui si levano sostanze cancerogene come il benzopirene, oltre i limiti di legge. L’AIA prevede poi la copertura dei siti dove vengono depositati i minerali destinati alla lavorazione, e che producono polveri che raggiungono la città, la messa in sicurezza ambientale degli altiforni e delle acciaierie. Il piano è progressivo, e prevede i primi interventi entro sei mesi.

ILVA
Lo stabilimento di Taranto è il principale del gruppo ILVA: le sue produzioni in molti casi servono per la realizzazione del materiale che viene trattato negli altri impianti del gruppo. L’ILVA di Taranto produce circa l’88 per cento del fatturato del gruppo industriale e impiega oltre 11.600 dipendenti. Nel resto d’Italia lavorano 5.600 dipendenti, cui se ne aggiungono oltre 4mila all’estero. Oltre all’impianto di Taranto in Italia ci sono gli stabilimenti di Salerno, Patrica, Genova, Novi Ligure, Racconigi, Torino, Paderno Dugnano, Marghera e Legnaro. L’interruzione delle lavorazioni a Taranto potrebbe avere in pochi giorni conseguenze dirette su tutti gli altri stabilimenti, e anche per questo motivo oggi sono state organizzate proteste dai lavoratori e dai sindacati presso le altre sedi italiane del gruppo.

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