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  • martedì 13 novembre 2012

Renzi e il servizio civile obbligatorio

A cosa si riferisce la sua proposta, qual è il contesto attuale del servizio civile in Italia

di Francesco Spagnolo

Durante il dibattito televisivo tra i candidati alle primarie del centrosinistra, Matteo Renzi è tornato a proporre un «servizio civile obbligatorio in Europa». Venerdì scorso ne aveva già parlato in maniera più articolata: «Hanno reso obbligatorio nelle scuole lo studio dell’Inno di Mameli», scriveva Renzi nella sua newsletter. «Tutto bene, per carità. Ma se vogliamo creare senso di appartenenza, identità e comunità non c’è che una strada: il servizio civile obbligatorio. Magari solo per tre mesi. Ma obbligatorio, per donne e per uomini. Lì sì che si fa l’Italia».

Il servizio civile, come la leva militare, non è più un obbligo in Italia dal 2005. Nato ufficialmente nel 1972 con la legge n. 772, era previsto in sostituzione del servizio militare per gli obiettori di coscienza, ossia quei giovani uomini chiamati alle leva obbligatoria che a motivo delle proprie convinzioni filosofiche, religiose o politiche, rifiutavano l’uso delle armi. In trent’anni quasi un milione di giovani si è dichiarato obiettore di coscienza.

Dal 2001 esiste in Italia anche un servizio civile nazionale su base esclusivamente volontaria, non più dipendente dal ministero della Difesa ma dalla presidenza del Consiglio dei ministri (attualmente il ministro delegato è Andrea Riccardi), aperto a giovani donne e uomini dai 18 ai 28 anni. Volontario nella scelta sì, ma non gratuito, dato che prevede un impegno continuativo di 12 mesi in organizzazioni pubbliche e del terzo settore operanti negli ambiti dell’assistenza, ambiente, cultura ed educazione, e un compenso fisso di 433,80 euro mensili a carico dello Stato. Alcuni progetti si svolgono già all’estero, ma in media non coinvolgono più di 400 volontari all’anno.

Dalla sua istituzione il servizio civile nazionale volontario è stato scelto da oltre 300 mila giovani, in maggioranza donne, con un costo annuo per le casse statali che si aggira intorno ai 5.900 euro a persona (cifra che quasi raddoppia per i progetti all’estero). I finanziamenti governativi in questi anni sono diminuiti dai 300 milioni del 2006 agli attuali 80 milioni, con un ritorno per lo Stato in termini di servizi sociali garantiti che varie ricerche stimano dal doppio al quadruplo dell’investimento.

Un eventuale servizio civile obbligatorio, che trova giudizi contrastanti nello stesso PD e per alcuni giuristi pone anche problemi di compatibilità con la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, riguarderebbe potenzialmente oltre 6,3 milioni di giovani italiani tra i 18 e 28 anni, con un costo difficilmente preventivabile, ma che con i parametri attuali potrebbe andare oltre il miliardo di euro.

Renzi ha fatto propria questa proposta già un anno fa in occasione delle “100 idee per l’Italia” uscite dal suo “Big Bang” dell’ottobre 2011, appoggiando la campagna stampa del magazine Vita per un servizio civile “universale”. In quell’occasione il sindaco di Firenze ipotizzava «un tempo di servizio agli altri coincidente con la maggiore età, della durata di 3 o 6 mesi. I contenuti ed i processi adeguati a gestirlo sono una responsabilità del terzo settore che deve inventarsi anche forme per sostenerlo e finanziarlo». Di fatto un servizio civile “obbligatorio”, ma con i costi – sempre imprecisati – a carico degli enti del terzo settore. Più di recente, Renzi aveva ripreso nel suo programma per le primarie la proposta di un servizio civile della durata di «sei mesi, su base volontaria, per aiutare a costruire la nuova società europea», sul modello di quanto indicato nel manifesto promosso dai due intellettuali tedeschi Daniel Cohn-Bendit e Ulrich Beck a maggio scorso, che però ipotizzavano un “Anno europeo di volontariato”. Infine la proposta di questi ultimi giorni, rilanciata proprio dalla redazione di Vita lo scorso 18 ottobre.

A fasi alterne comunque l’idea di un servizio civile obbligatorio è tornata spesso nelle proposte di politici, economisti e intellettuali. Ne hanno parlato per esempio Michele Serra nel luglio scorso e l’intellettuale torinese Guido Ceronetti sul Corriere della Sera a febbraio. Nel 2006 il tema era entrato nella campagna elettorale (ma non nel programma di governo) di Romano Prodi, che poi era tornato sulla proposta in più occasioni da presidente del Consiglio.

foto: Roberto Serra/Iguana Press/Getty Images

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