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  • giovedì 13 Settembre 2012

Lettera da Berlino

Dalla sentenza sul fondo salva-stati allo sgombero di Tacheles, Filippomaria Pontani racconta una città che fatica ad accordarsi con il suo ruolo di guida

di FILIPPOMARIA PONTANI

“Signore: è tempo. Grande era l’arsura. / Deponi l’ombra sulle meridiane, / libera il vento sopra la pianura”. (Rainer Maria Rilke, Giorno d’autunno)

La sentenza di Karlsruhe, con la quale ieri la Corte Costituzionale tedesca ha respinto i ricorsi contro il nuovo “fondo salva-stati” europeo, suggella infine la lunga estate di Berlino, conclusa ufficialmente un mese fa con una di quelle rentrées di metà agosto che sgomentano i popoli del sud, ma in realtà ancora sospesa al nutus di una Corte lontana e secondo diversi osservatori troppo potente nel determinare i destini del Paese, se non dell’Europa tutta. La sanzione della costituzionalità del “fondo salva-stati” lascia adesso Berlino dinanzi alle proprie contraddizioni, forse più profonde di quanto si percepisca dall’esterno. Capita spesso di dire “Berlino” per metonimia del Paese: ma colpisce constatare come questa capitale che non ha un vero quotidiano riceva molti inputs da Amburgo (Bild), Francoforte (Frankfurter Allgemeine) e Monaco (Süddeutsche Zeitung), e almeno i primi due di questi media non perdono occasione per rimarcare a vario titolo l’ontologica impossibilità dell’Europa attuale, promuovendo o almeno ventilando un’idea di ghettizzazione dei Paesi “cicala”. Anche a non considerare le bordate populiste della Bild (visto che di populismo si va oggi in caccia), basti guardare i grafici, le sconsolate tabelle, i fondi scandalizzati e “autorevoli” della Frankfurter, specie nella seconda sezione del giornale, dall’ominoso titolo “Finanzmarkt”; o anche quelli della Welt.

Chi governa oggi a Berlino si trova davanti un Paese indeciso, scosso da una serie di “casi” che mettono a nudo preoccupanti fragilità del sistema (preoccupanti per i loro standard, ma in certi casi perfino per i nostri). Ricordo, in ordine sparso, gli strascichi dell’incriminazione di Christian Wulff, un impeachment che fatica a rimarginarsi in ragione della tigna leguleia dell’ex capo dello Stato; l’orrida storia di corruzione e liste d’attesa truccate nelle cliniche pubbliche di Gottinga, una vicenda che i tedeschi amerebbero acclimatare piuttosto nei nosocomi di Napoli o Patrasso che non nei loro lindi e asettici Krankenhäuser; il documentato legame di Stefan Mappus, uomo forte dell’Unione Cristiano Democratica di Germania (CDU) in Baden-Württemberg, con un banchiere corrotto che gli dettava non solo gli affari da concludere, ma anche – nel senso più letterale del termine – passi dei discorsi da tenere dinanzi al Parlamento del Land; il fallimento ormai inevitabile del circuito del Nurbürgring, propiziato da una serie di errori più o meno sospetti del presidente socialdemocratico della Renania-Palatinato Kurt Beck; il pasticcio giuridico sul divieto di circoncisione, roba che nemmeno fra gli integralisti laici di Parigi; e poi la ferita forse più grave all’orgoglio della città del ponte aereo e del mitico Tempelhof, ovvero la grottesca dilazione nell’allestimento del nuovo hub di Berlin-Schönefeld, destinato a soppiantare Tegel convogliando milioni di passeggeri in un unico scalo, eppure capace – grazie a un micidiale mélange di incompetenza e conflitti di strategie tra poteri locali – di deludere a più riprese i termini previsti per l’apertura, fissati prima al 3 giugno 2012, poi, persa ormai la stagione estiva, al 17 marzo 2013 e adesso – poiché anche marzo pare irrealistico – non si sa più a quando (mentre le penali alle compagnie e il ludibrio internazionale raggiungono picchi inusitati).

“S’avanzano giorni più duri. / Il tempo dilazionato e revocabile / già appare all’orizzonte.” (Ingeborg Bachmann, Il tempo dilazionato)

Non sono stati dunque solo l’arretramento del mercato dell’auto, i licenziamenti alla Opel, le contrazioni alla Volkswagen, i primi segnali di un export in calo verso il resto d’Europa, non è stato dunque solo un insieme di inquietudini finanziarie in fondo secondarie a irritare i berlinesi in questa estate di Olimpiadi e di cantieri. Irrita anche, sullo sfondo del più grande disagio per le brutte figure di cui sopra, la confusione che sembra essersi impadronita dei simboli culturali della città. Come ad esempio la polemica accesa sul costoso e rischioso trasferimento della Gemäldegalerie Alte Meister (la più ragguardevole collezione cittadina di pittura antica) dal Kulturforum presso Potsdamer Platz all’Isola dei Musei, a scalzare quel singolarissimo miracolo espositivo che è il Bode-Museum, liberando la sede attuale per la collezione di arte contemporanea generosamente donata dai magnati Pietzsch: al di là dell’assurdità di un simile valzer (l’ennesimo in zona, dopo il rifacimento del Neues Museum e la riorganizzazione dell’Altes), colpisce il segnale culturale che si invia sradicando, in nome di una donazione privata di opere contemporanee, una veneranda collezione pubblica di Dürer, Rembrandt e Botticelli, che era stata faticosamente riunita, in nome del ritrovato spirito tedesco, non più di vent’anni fa, dopo un lungo e infelice esilio negli ovattati giardinetti di Dahlem. Irrita molti anche lo sgombero definitivo di quel che restava di Tacheles, il centro sociale più importante del Paese per la produzione e lo smercio di arte indipendente. Irrita molti, infine, l’ormai avviata ricostruzione “filologica” (tale e quale era prima della Seconda guerra mondiale) del vecchio castello neoclassico di Guglielmo II (ma all’origine già quattrocentesco), destinato a occupare lo spazio liberato nel 2006 dalla demolizione del Palazzo della Repubblica, cuore di rappresentanza del regime di Pankow: in questo revanscismo architettonico, così seriamente commisto alla damnatio del recente regime (si veda la “linea culturale” dell’antistante e visitatissimo DDR-Museum, proprio sui bordi della Sprea), s’intuisce forse un vagheggiamento di grandeur – forse il medesimo che innerva la scommessa riuscita della Frauenkirche di Dresda, divenuta dopo la meticolosissima ricostruzione (e dopo l’apertura di una cripta della memoria gravida di simboli commoventi, anche quando firmati da artistar come Anish Kapoor) il vero centro pulsante di una città sempre meno provinciale.

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