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  • giovedì 30 Agosto 2012

Il blogger più letto in Cina

Si chiama Han Han, ha milioni di lettori, ma è quasi sconosciuto dalle nostre parti, forse perché non si è mai schierato apertamente contro il governo

Han Han, un ragazzo di trent’anni è il blogger più famoso di tutta la Cina. È anche scrittore, saggista e un pilota di rally. Han Han ha pubblicato nel 2000 il suo primo romanzo, Le tre porte, dopo aver lasciato la scuola a diciassette anni, vendendo più di due milioni di copie (in Italia il libro è stato pubblicato nel 2011 per la casa editrice Metropoli d’Asia). Nel 2006 ha aperto un blog, la cui media di visitatori è di più di 400 milioni l’anno. Dal 2011 scrive per il New York Times. Nei suoi saggi Han ha criticato spesso i letterati cinesi, i funzionari corrotti, i sindaci delle città più grandi del paese. E, in maniera un poco velata, il Partito comunista cinese (PCC) che ha circa ottanta milioni di iscritti: «quando un partito raggiunge una certa dimensione, diventa esso stesso popolo», ha scritto Han Han, provocando un gran dibattito in rete.

Han Han ha pubblicato altri quattro romanzi e alcune raccolte di saggi che hanno venduto ancora di più della sua prima opera. I protagonisti dei suoi racconti sono spesso giovani angosciati e in lotta contro i limiti imposti nel paese. Ha raccontato quella che in Cina viene chiamata “la generazione post 1989”, l’anno di piazza Tiananmen: apolitica, ossessionata dai soldi e dallo status sociale, figlia dello sviluppo economico del paese. Dopo aver aperto il suo blog, Han si è concentrato sui temi sociali, lasciando un po’ da parte la letteratura. Sul suo sito si occupa spesso della censura, dello sfruttamento dei giovani lavoratori, dell’inquinamento e del divario tra ricchi e poveri.

Sul tema del dissenso nei confronti del governo, Han ha mantenuto sempre una posizione ambigua. Non ha mai promosso proteste e si è opposto all’idea di fare a breve elezioni politiche con un sistema multipartitico. I suoi post sono stati spesso censurati dalla polizia e criticati da alcuni dei più importanti dissidenti del governo cinese, per esempio dopo che aveva scritto: «Posso accettare il fatto che in Cina non c’è una vera democrazia, né un sistema multipartitico e che non ci sarà nel prossimo futuro, ma ci sono questioni più urgenti e realistiche come la libertà di stampa e quella culturale. Questi problemi non sono senza speranza e io preferisco concentrarmi su questi». Han Han ha sempre detto di non ritenersi un dissidente.

A differenza di altri critici del governo cinese, Han ha avuto pochi legami con l’Occidente. Ha visitato l’Europa, ma non gli Stati Uniti e si è occupato poco della letteratura occidentale. Jeffrey Wasserstrom, professore di storia della Cina all’università della California racconta sull’Atlantic che, rispetto a quella che è la sua fama in Cina e «considerato che ogni suo post viene letto da circa un milione di persone», non è molto conosciuto «da queste parti». Anzi, per la maggior parte degli americani «è quasi uno sconosciuto». Ma rispetto agli altri dissidenti cinesi, più conosciuti a livello internazionale da parte dell’opinione pubblica (come lo scrittore Liu Xiaobo o l’artista Ai Weiwei), Han Han è molto più seguito in Cina, soprattutto tra i giovani.

Nonostante gli articoli pubblicati su di lui da alcuni mezzi di comunicazione e una lunga intervista rilasciata al Financial Times, Han Han non ha suscitato lo stesso interesse sull’opinione pubblica rispetto a Liu Bo o Weiwei. Wasserstrom spiega che probabilmente questo è dovuto al fatto che Han Han è sempre rimasto «all’interno del mondo dei blog» e di non aver «mai compiuto un gesto eclatante nei confronti del governo cinese». E anche perché i suoi post non vengono tradotti di frequente in lingua inglese. D’altronde, lo stesso Han Han non ha mai mostrato interesse nel coltivare un pubblico straniero: per esempio nei suoi post i temi internazionali vengono trattati solo se riguardano anche la Cina. Anche in questo, spiega Wasserstrom, Han rivela la sua ambiguità: «da una parte critica aspramente il nazionalismo sciovinista, dall’altra non perde occasione per sottolineare quanto ami il suo paese».

In alcuni post Han ha criticato tutti quegli aspetti che frenano la crescita sociale dei giovani cinesi, mentre in altri si è opposto a qualsiasi tipo di rivoluzione, sostenendo che la lotta provocherebbe più dolore di quanto valga la causa. Come per le questioni politiche Han Han «rimane in una zona grigia» e non avendo fatto apertamente una campagna contro il governo cinese, non è ancora riuscito a crearsi un’immagine di successo nell’opinione pubblica dei paesi dell’Occidente.