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  • sabato 25 Agosto 2012

Che cos’è il “piano per la crescita”

È uscito dal Consiglio dei ministri di ieri, con un certo effetto déjà vu: di che cosa stiamo parlando

Oggi i principali giornali italiani titolano sull’Agenda per la crescita, un piano del governo per la crescita economica uscito dal Consiglio dei ministri di ieri. In realtà ieri sulla crescita non si è deciso molto: sono stati votati alcuni decreti di ordinaria amministrazione ed è stato stabilito che il Ministero dell’Economia sospenderà la raccolta delle imposte nelle aree terremotate dell’Emilia e della Lombardia fino al 30 novembre.

A parte queste decisioni, l’unico altro prodotto della riunione di ieri è stato un documento di 18 pagine in cui, ministero per ministero, il governo Monti ha illustrato i suoi piani per la crescita. Si tratta di un programma che non è stato votato e non andrà in parlamento, quindi cosa ne sarà è tutto da vedere.

Non è la prima volta che un programma per la crescita (o per lo sviluppo) compare sulle prime pagine dei giornali: attraverso una ricerca sulla rassegna stampa della Camera, per esempio, si vede che prima di oggi “Monti” e “crescita” erano già stati in un titolo di giornale almeno 150 volte. Dall’approvazione a fine dicembre del cosiddetto “Decreto salva-Italia” (che conteneva la riforma delle pensioni e l’introduzione di numerose nuove tasse tra cui l’IMU) il governo Monti ha più volte annunciato l’arrivo della cosidetta “Fase 2”, un termine molto usato da tutti i governi italiani che indica il momento in cui, dopo le tasse e il rigore (la fase 1), arrivano gli stimoli all’economia.

Da gennaio ad oggi molti provvedimenti sono stati associati alla possibilità di favorire nuovamente la crescita economica dell’Italia e questo ha generato un po’ di confusione. Il decreto liberalizzazioni, diventato legge a marzo, era stato definito da alcuni uno dei primi provvedimenti per la crescita, e così la riforma del lavoro. Ma il piano più importante per la crescita, quello che ha creato in molti una sensazione di déja vu quando hanno sentito parlare dell’agenda per la crescita, è il cosiddetto “decreto sviluppo”, diventato legge il 3 agosto.

Il decreto sviluppo ha avuto una gestazione lunghissima, e i giornali hanno iniziato a parlarne all’inizio di marzo. Per circa cinque mesi il decreto è entrato e uscito dal Consiglio dei ministri, che aggiungeva o toglieva articoli e ha seguito lo stesso percorso tortuoso tra le due Camere. Nonostante il percorso lungo e lo spazio occupato sui giornali, nessuna norma del decreto spiccava particolarmente sulle altre. Il testo definitivamente approvato però era un massiccio programma di numerosi piccoli interventi, che il Sole 24 Ore riassunse in ben 96 punti.

L'”Agenda per la crescita” di ieri, con le sue diciotto pagine, è ancora molto più leggera, ma è solo all’inizio del percorso che la porterà a diventare una legge. In questi giorni è stata definita il risultato dei “compiti per le vacanze” assegnati da Monti ai suoi ministri. Contiene le idee e le proposte su cui i vari ministri hanno lavorato nelle scorse settimane e rappresenta poco più di un canovaccio sul quale il governo lavorerà nelle prossime settimane. Come nel decreto sviluppo, anche nell’Agenda per la crescita non ci sono proposte particolarmente sensazionali. Uno dei motivi è che, com’è scritto nel comunicato stampa, tutte le misure del programma dovranno “svolgersi nel rispetto delle compatibilità finanziarie”. In altre parole dovranno costare poco.

Il provvedimento più importante è anche il meno nuovo: si tratta della cessione di tre aziende di proprietà del ministero dell’Economia, Sace, Simest e Fintecna, le cui quote saranno vendute per circa 10 miliardi di euro, ma lo si sapeva fin da giugno. L’acquirente delle quote sarà la Cassa depositi e prestiti, una società controllata al 70% dal Ministero del tesoro che però non rientra nel bilancio dello stato (e che, probabilmente, cercherà di venderle sul mercato senza la fretta che avrebbe il Ministero del Tesoro).

Sembra essere importante anche la proposta di attuare la revisione della pubblica amministrazione riducendo del 20% i dirigenti dell’amministrazione centrale e del 10% gli altri dipendenti, introducendo nel contempo misure per la valutazione della produttività del pubblico impiego e quindi un sistema di incentivi al merito. Proposte già contenute nel decreto sulla spending review, ma che devono ancora essere attuate e simili a quelle che fece il ministro Brunetta nel precedente governo, ma che avranno una strada molto difficile prima dell’approvazione per la probabile opposizione dei sindacati del pubblico impiego.

Altre proposte riguardano un qualche tipo di regolamentazione per l’attività di lobbying e un’altrettanto generica proposta di iniziare a stabilire nuovi modi per consultare le popolazioni locali prima della costruzione di una grande opere. Qualche piccolo ritocco è previsto per la spesa sociale: in particolare, si propone di prorogare alcuni aiuti alle famiglie disagiate.

Molto più interessanti, però, sono invece le proposte che nei giorni scorsi sembrava dovessero entrare nell’agenda e invece sono sparite, probabilmente a causa dei loro alti costi. Due le principali: la proposta del ministro per lo sviluppo economico Corrado Passera di togliere l’IVA ai privati che investono in grandi opere pubbliche e quella del ministro del lavoro Elsa Fornero di tagliare il cuneo fiscale (cioè quella parte di stipendio ai dipendenti che le imprese pagano allo Stato sotto forma di tasse e contributi). L’eliminazione di queste due proposte, entrambe importanti e soprattutto molto costose per il governo, fa capire la direzione di basso profilo e bassa spesa presa dall’agenda per la crescita.

 Foto: GABRIEL BOUYS/AFP/GettyImages